Traduzione dall'inglese di Fabio de Franceschi
[caption id="attachment_2550" align="alignleft" width="300" caption="(Image: Icarus by Francis Drake)"]

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I circa venti leader che si sono incontrati il 15 novembre al vertice Apec (Asia-Pacifico) di Singapore sono solo una parte dei rappresentanti dei circa 170 paesi che si incontreranno a Copenaghen tra il 7 e il 18 dicembre per la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambio climatico. Ma tra loro c’erano i leader dei due più grandi Paesi inquinanti del mondo, gli Stati Uniti e la Cina, cosa che gli ha permesso di sentirsi liberi di dichiarare che il tanto atteso accordo “legalmente vincolante” a Copenaghen non ci sarà. Fino a quando le problematiche globali saranno decise da trattative tra stati-nazione, sarà rara la produzione di un accordo che non sia negli interessi a corto termine delle nazioni più potenti, e men che mai una limitazione legalmente vincolante come quella necessaria per ridurre le emissioni.
Il cambio climatico è una questione che porta alla luce in maniera particolarmente acuta le limitazioni strutturali dell’attuale sistema globale di trattative nazionali, in quanto bruciare carbone è di grande importanza nelle più grandi economie globali, e gli effetti del cambio climatico sembrano molto lontani dagli interessi immediati dei più potenti in questi paesi. Persuadere i maggiori beneficiari del consumo di combustibili fossili dell’enorme mole di prove sui potenziali catastrofici effetti collaterali, in un futuro piu' o meno prossimo, da qualche parte del pianeta, non è semplicissimo: c’è un enorme divario tra la sfera di decisione nazionale e la natura globale del problema. L’Unione Europea, anche se non tutti i suoi stati membri, ha visto il potenziale e la necessità della questione del cambio globale, introducendo una nuova era di decisioni globali basate fortemente su ragionamenti che vanno al di là dei confini nazionali. L’Unione Europea è il principale, sebbene imperfetto, esempio di un corpo decisionale transnazionale nel quale gli interessi nazionali a corto termine sono via via messi da parte in favore del più grande bene comune.
Con la comunicazione al Parlamento,
Verso un accordo organico sui cambiamenti climatici, la Commissione Europea ha cercato di rivestire un ruolo da leader nel cammino verso Copenaghen, che non solo avrebbe dovuto portare a un accordo legalmente vincolante, ma anche a un cambio di paradigma nelle relazioni internazionali, basate sul rispetto della legalità e non sulla potenza economica o militare. Troppo spesso all’Ue è mancata l'agilità politica e la coerenza necessarie per sovrastare gli altri attori, ed è chiaro che le manca anche il rispetto degli altri leader globali. L’invito all’ultimo momento al Primo Ministro danese – il presidente della Conferenza sul Clima di Copenaghen – di volare di notte per un meeting a colazione a Singapore con il fine di cercare di salvare una qualche giustificazione per continuare a premere con le trattative, sembra indicativo di una certa trascuratezza per il processo. Di fronte a tanta tracotanza, forse la protesta di cittadini e Ong contro il furto al mondo degli accordi di Copenaghen potrebbe cominciare a fornire le condizioni per un profondo rimodellamento dei meccanismi della politica globale, per armonizzarle con le nostre legittime aspettative di salvare il nostro pianeta. Il mondo non ha bisogno né di un altro Icaro, né di un Prometeo. E speriamo che non ci saranno così tante ceneri che cominceremo a sperare in una fenice.