
("
Belgrade, Serbia (Beograd, Srbija) St Sava Orthodox Temple" Photo by:
sonja71/Flickr)
La Serbia presenta oggi la sua ufficiale candidatura di adesione all'Unione Europea.
Milica Delevic, responsabile dell'Ufficio serbo per l'integrazione europea, ha dichiarato: “
Confermiamo ufficialmente di essere pronti ad accettare tutti i valori e gli obblighi necessari alla trasformazione di una società determinata a entrare nell'Ue”.
Già dal 2003 la Serbia è stata ammessa al Consiglio d'Europa, e ha inoltre chiesto di essere ammessa al programma “
Partnership for Peace” della NATO: entrambi,NATO e UE, hanno posto come condizione primaria la piena cooperazione da parte della Serbia con il Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia.
Nel maggio 2008 inoltre, con la vittoria alle elezioni dei partiti filoeuropeisti, la Serbia ha dato una ulteriore prova della sua volontà di collaborazione.
Il cammino sarà ancora lungo, circa 4 anni, ma questo primo scalino segna un momento importante verso l'allargamento a paesi con caratteristiche socio-culturali differenti dallo “spirito europeo” e dai “valori cristiano-cattolici” tanto discussi da alcuni gruppi filoeuropeisti accaniti: primo fra tutti l'ordinamento religioso, che vede la Serbia come uno dei paesi più variegati, con aree dove la religione musulmana tocca punte del 90% (come ad esempio in Kosovo).
Inoltre, secondo il rapporto annuale diffuso da Amnesty International il 14 settembre 2009, la Serbia, con i suoi 9.9 milioni di abitanti, risulta essere un paese dove i difensori dei diritti umani sono a rischio e le autorità stanno venendo meno all'obbligo di proteggerli.
A giugno, l'Assemblea del Kosovo ha adottato una costituzione che però non prevede l'istituzione di organi effettivi per i diritti umani e neanche garantisce pienamente i diritti delle donne e delle minoranze non serbe.
A novembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato un piano di "status neutro" per riconfigurare l'UNMIK (acronimo che sta per "
United Nations Interim Administration Mission in Kosovo", che indica l'amministrazione provvisoria della provincia serba del Kosovo, da parte dell'Onu, ma anche OCSE e UE: spesso confusa con un'operazione di peacekeeping, in realtà si tratta di un'operazione militare implicante l'uso della forza): ciò ha permesso all'UE,attraverso la Missione europea di politica di sicurezza e difesa (EULEX), di rilevare a dicembre le responsabilità per le operazioni di polizia internazionale, le indagini e i procedimenti giudiziari riguardanti i crimini di guerra rimasti inaffrontati.
Sono stati riportati casi di maltrattamento da parte della polizia, specie contro i rom: a giugno la Serbia ha annunciato come priorità la legalizzazione degli insediamenti rom e la prevenzione della discriminazione nel campo scolastico, introducendo tra le altre cose a luglio la lingua rom come materia opzionale nelle scuole: tuttavia i rom sono rimasti ampiamente esclusi dai pubblici impieghi, e sono spesso incorsi in sfratti o altre discriminazioni nei riguardi del loro diritto a un'abitazione adeguata.
Circa i diritti delle donne, molte ONG hanno denunciato che le procedure per fornire protezione alle vittime di violenza domestica spesso sono state ritardate, e che raramente i pubblici ministeri hanno avviato procedimenti giudiziari.
Il rapporto descrive inoltre gli ultimi attacchi nei confronti dei difensori dei diritti umani: attraverso la stampa, alcuni parlamentari, organizzazioni di estrema destra e membri dei servizi di sicurezza sono stati accusati di crimini di guerra,e di aver attaccato i difensori dei diritti umani, minacciandoli di linciaggio, distruggendo le loro abitazioni o uffici.
Tra le vittime degli attacchi figurano: Nataša Kandic, direttrice del Centro per il diritto umanitario, Sonja Biserko, direttrice del Comitato di Helsinki per i diritti umani, Biljana Kovacevic Vuco del Comitato degli avvocati per i diritti umani nonché alcuni esponenti dell'organizzazione per i diritti delle donne “Donne in nero”: la stampa ha accusato queste persone di essere antiserbi a causa della loro posizione a favore dell'indipendenza del Kosovo e per aver chiesto di portare dinanzi alla giustizia i responsabili dei crimini commessi negli anni Novanta in Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo.
Nel mirino anche i difensori dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt). In generale l'area dei balcani non è certo
gay friendly, considerando che l'omosessualità ha cessato di essere reato circa dieci anni: la comunità Lgbt dal 2001 non può organizzare Pride a causa delle minacce da parte di frange di estrema destra e organizzazioni religiose.
Le minacce non hanno avuto riscontro da parte delle amministrazioni locali e internazionali, nonostante le ripetute pressioni da parte degli organi sovranazionali, mostrando la debolezza dello stato nell'affrontare gli scontri tra religione e stato di diritto: le istituzioni statali hanno rappresentato un terreno fertile per queste azioni violente, offrendo una resistenza minima o nulla.
Amnesty International chiede al governo serbo di attuare nella pratica le leggi sovranazionali e alle ambasciate degli stati membri dell'Unione europea di garantire protezione e supporti ai difensori dei diritti umani in Serbia.
Queste clausole devono essere alla base dei preparativi dell'entrata ufficiale del paese all' UE.