
(Photo by
Theresa Thompson/Flickr)
di Colin Rowlands
Una parte poco considerata del Trattato di Lisbona è l'iniziativa popolare europea (Eci). In poche parole l'European Citizen Initiative offre ai cittadini la possibilità di presentare alla Commissione Europea ogni proposta che ha alle spalle più di un milione di firme. Gli aspetti tecnici dell'iniziativa – compresa l'età minima per la firma e i limiti temporali per raccogliere e firme – sono ancora da fissare e i cittadini hanno tempo fino alla fine di gennaio per apportare il loro contributo al dibattito. Due delle questioni più significative prese in considerazione sono il numero minimo di Stati dai quali arrivano le firme e il numero minimo di firme in provenienza da ogni Stato. Nel suo
Green Paper, il progetto esplicativo dell'iniziativa, la Commissione raccomanda che tutte le iniziative popolari abbiano almeno il supporto dello 0,2% della popolazione di almeno un terzo degli Stati membri per essere prese in considerazione (per bilanciare tra l'accessibilità dell'iniziativa ai cittadini e la sua importanca per l'Europa nel suo insieme). In un momento in cui l'adesione ai partiti politici è in calo (soprattutto tra i giovani), mentre attivismi presonali crescono, la Eci sembrerebbe un passo costituizionale più che oppurtuno. Non solo dovrebbe portare un genuaino impulso all'importanza della percezione dell'Europa presso le popolazioni dei diversi Stati europei (cosa che i partiti politici nazionali hanno spesso, volontariamente, evitato di fare) ma dovrebbe anche incoraggiare una maggiore cooperazione transnazionale tra movimenti sociali e associazioni. La chiave dovrebbe essere la riscoperta di un dibattito politico attraverso una reale e base sociale e, cosa importante, a livello europeo.
In un recente articolo pubblicato su European Alternatives,
John Palmer avverte che questo tipo di consultazione democratica è suscettibile di interesare più dei gruppi specifici piuttosto che un grande pubblico. E questo è, effettivamente, un problema reale. Detto questo, ci sono comunque dei modi di minimizzare il rischio. Un divieto di pagare le persone che raccolgono le firme, per esempio, aiuterebbe ad essere sicuri che tutte le iniziative siano realmente importanti per il più largo numero di individui. Bisogna anche tener conto del fatto che la democrazia rapprresentativa è ugalmente, se non di più, vulnerabile all'infuenza di gruppi specifici, come la taglia delle lobbi industriali a Bruxelles dimostra ampiamente. Il problema reale con la Eci è che, come iniziativa indipendente, può fare di più per sottolineare il decifit democratico dell'Europa piuttosto che colmarlo. Un articolo dell'associazione
Democracy International di nota come un simile schema nei singoli Stati Membri abbia avuto un'efficacia limitata in termini di messa in vigore della legislazione, con meno di un quinto delle iniziative cittadine arrivate ad essere prese in condisiderazione dai governi. Se questa è una guida per il futuro della Eci allora la Commissione europea sta prendendo il rischio di un'ulteriore alienazione dei suoi cittadini. Una soluzione potrebbe essere quella di integrare le consultazioni di Eci con altre iniziative democrative. In Svizzera per esempio, le iniziative popolari sono riviste dal Parlamento Federale (che può raccomandare un'iniziativa o proporrne delle alternative) ma la decisione finale per la messa in vigore è fatta via referendum. Questo non solo porta la questione all'attenzione di un pubblico più vasto ma, in un contesto europeo, può anche gettare i semi per un reale impegno politico pan-europeo.
Ovviamente la democrazia diretta non è una soluzione in sé stessa. Una vera democrazia rappresentativa con partiti politici e leader pan-europei rischia di essere molto lontana e abbiamo bisogno di cominciare da qualche parte. Lasciare il popolo europeo votare su questioni politiche è una questione di cittadinanza che rapprensenta forse l'inzio per riempire questo vuoto.