di Federico Guerrieri
L’immigrazione è da sempre un tema molto utilizzato in politica interna, specialmente nel sud dell’Europa. Gli immigrati sono spesso visti come responsabili di tutti i mali di una nazione, dall’alto tasso di disoccupazione fino ad arrivare alle problematiche relative alla criminalita’.
Tralasciando per un momento la veridicità di queste affermazioni, la nostra intenzione è quella di risalire alla radice del “problema”. Per quale motivo degli essere umani si sottopongono a estenuanti viaggi di settimane senza acqua nè cibo per giungere in Europa? Quello che vogliamo cercare di comprendere è se la politica commerciale europea ha delle responsabilità nell’impoverimento (per non dire sfruttamento) delle nazioni del Terzo Mondo.
Con questo articolo inizia un progetto di ricerca di European Alternatives che si svilupperà nelle prossime settimane con ulteriori articoli ed eventi.
Oggi analizzeremo il caso del Senegal, nazione dalla quale lo scorso anno sono partiti circa 30.000 clandestini alla volta delle coste spagnole al grido di “Barça o Barsar” (Barcellona o la morte)[1]. Il Senegal è una delle nazioni più povere al mondo, "grazie" anche al lascito coloniale francese. Oggi, le sue risorse ittiche sono sfruttate e depredate da più di 30 anni dall’Unione Europea. Infatti, nel 1979 l’UE firmò un accordo con il governo del Senegal che concesse alle flotte europee l’accesso e lo sfruttamento delle coste nazionali, fatto che provocò uno sfruttamento eccessivo della pesca.
Il pesce e’ la fonte primaria del sostentamento del popolo senegalese e nel settore della pesca è impiegata quasi il 20% della popolazione. A causa dello sfruttamento intensivo delle sue risorse ittiche, il quantitativo di pesce pescato in questa regione si è più che dimezzato dal 1994 al 2005 (da 95000 a 45000 tonnellate [2]), così come il numero di barche gestite dai cittadini senegalesi (che non possono competere con i grandi motopescherecci europei). Emblematico è il caso di Rashid Sumila, un pescatore senegalese che lavora utilizzando una tradizionale piroga, che alla fine della giornata cattura l’equivalente di 6 dollari di pesce e ne spende 4 in benzina [3]. Action Aid ha denunciato come un tempo le famiglie di pescatori potessero cibarsi tre volte al giorno, mentre ora si devono accontentare di un solo pasto giornaliero (due per i piu fortunati). Il Governo senegalese, consapevole che questa situazione stava portando alla fame la propria popolazione, nel 2006 si è rifiutato di rinnovare gli accordi di pesca con l’UE, ma quest’ultima ha trovato un ripiego, registrando i propri pescherecci (soprattutto spagnoli e francesi) in Senegal, acquistando i diritti dai pescatori locali. In questo modo i pescherecci europei, sotto bandiere di comodo, depredano le risorse ittiche senegalesi (oltretutto pescando oltre i limiti consentiti) e poi portano il pesce a Las Palmas. Gueye, presidente del Conseil interprofessionnel de la pêche artisanale au Sénégal (Conipas), gruppo di associazioni che difende i diritti dei pescatori artigianali, inquadra perfettamente la situazione, affermando che “l'Europa non può chiudere un occhio quando le sue barche ci rubano il pesce e lamentarsi poi quando i nostri ragazzi partono verso le isole Canarie. Tanto più che fra i due fenomeni esiste una correlazione diretta" [4].
Peter Mandelson, che si occupa di stipulare i rapporti economici dell’UE con i paesi africani, ha adottato una tattica neo-colonialista cercando di obbligare i paesi africani, caraibici e pacifici (ACP) a firmare gli accordi economici proposti dall’UE. Per quanto concerne il caso sengegalese, gli accordi garantirebbero alle ditte europee sia il diritto di stabilirsi liberamente sul suolo africano, sia di ricevere l'identico trattamento riservato alle aziende del posto. Questo significa che il Paese che le accoglie non può fare preferenze tra le sue aziende e le società europee. Al Senegal verrebbe pertanto proibito di utilizzare il pesce per sostenere la propria industria e sfamare la popolazione. E le furberie dei pescherecci europei verrebbero così legalizzate [5].
Action Aid sottolinea come Mandelson abbia ignorato questi problemi, sottoponendo gli Stati riluttanti a una forte pressione per spingerli a firmare gli accordi e “svolgendo le negoziazioni ad un ritmo troppo veloce per gli Stati africani.” Se questi accordi verranno imposti agli Stati dell’Africa Occidentale, scrive l'organizzazione non governativa, Lord Mandelson sarà responsabile di un’altra grande carestia [6]. I Ministri per il Commericio dei Paesi ACP hanno pubblicato una dichirazione comune deplorando “l’enorme pressione effettuata dalla Commissione Europea sugli Stati membri dell’ACP”(8). Se lo scopo di queste negoziazioni era quello di arricchire le compagnie europee alle spese dei poveri del Terzo Mondo, Peter Mandelson ha svolto un ottimo lavoro. Ma se, come dichiara la Commissione, gli accordi di collaborazione sono “primariamente concepiti come strumento di sviluppo”(9), il suo lavoro è stato disastroso. Mandelson ha portato avanti le discussioni come se fosse un Vicerè del ventunesimo secolo: nessuna preoccupazione di carattere umanitario può ostacolare gli interessi commerciali [7].
Il fatto che l’Unione Europea non riesca a soddisfare la domanda interna di pesce non può giustificare una politica di sfruttamento di stampo neo-coloniale nei confronti dei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo. E’ evidente come la politica commerciale europea sia strettamente correlata all’arrivo sul suolo europeo di ondate di immigrati clandestini dalle coste africane. European Alternatives crede che una politica responsabile dell’Unione Europea verso i paesi in via di sviluppo sarebbe molto più utile di qualsiasi politica restrittiva o di espulsioni emanata dai governi locali, oltre ad essere un dovere morale per un'entità che si auto-celebra come protettrice dei diritti umani nel mondo.
[1] Il Manifesto, 4 aprile 2007
[2] George Monbiot,
Manufactured Famine
[3] Elaine Reeves,
http://www.themercury.com.au/article/2009/10/28/106045_food-wine.html
[4] Il Manifesto, 4 Aprile 2007
[5] Il Corriere della Sera, 1 Settembre 2008,
pagina 30 [
6] George Monbiot,
Manufactured Famine
[7] George Monbiot, Protect and Survive,
http://www.monbiot.com/archives/2008/09/09/protect-and-survive/