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Per un'Europa aperta al mondo
rusty stewart (Foto: Rusty Stewwat/Flickr) Una sinistra europea che cerca di ridefinirsi non può limitarsi alla sola sfera nazionale o europea, ma deve aprirsi al mondo e avere un progetto per cambiare e correggere il sistema economico globale. Siamo costantemente messi di fronte all’inevitabilità delle connessioni sopranazionali dell’economia contemporanea (come viene ricordato da termini come “delocalizzazione”, “crisi dei subprimes” o il “fattore cinese”). Allo stesso tempo siamo attenti all’aumento del sentimento cosmopolita delle città europee, che rende conto perfettamente della dimensione globale delle migrazioni nel nuovo secolo. Allo stesso tempo, comunque, se giriamo lo sguardo al paesaggio politico vediamo ancora la vecchia configurazione tra Stati nazione, legati a una concezione tribale dell’interesse nazionale. Il panorama è quello di comunità chiuse, in corsa per mietere il raccolto mondiale. Questo significa che gli argomenti per un vero “comportamento internazionalista” da parte dei Paesi ricchi sono spesso intesi come beneficenza o come intrusione negli affari di un altro paese alla ricerca di profitto. Entrambi questi approcci sono basati su una mancanza di consapevolezza: siamo attivamente responsabili dei danni perpetuati in nostro nome attraverso il mantenimento di un sistema globale ingiusto sostenuto dai governi che ci rappresentano. È cruciale affrontare questa mancanza di consapevolezza per smantellare la falsa tesi secondo la quale il problema della povertà mondiale non ci riguarda. Gli attuali discorsi sull’immigrazione sono un ottimo esempio di questa incapacità di assumerci le proprie responsabilità. I Paesi europei spesso si comportano come se i migranti arrivassero in Europa spinti verso di noi sfidando le leggi di gravità. Lo Stato si percepisce come un attore neutrale che non ha nulla a che fare con l’immigrazione e risponde, brutalmente o gentilmente, attraverso le leggi di regolamentazione del fenomeno. Questo nasconde le connessioni tra il fenomeno migratorio e le azioni militari dei paesi riceventi. Senza voler, in alcun modo, negare l’importanza delle lotte in Europa per incorporare le popolazioni migranti, forse vale la pena di chiedersi perché, nel Ventunesimo secolo, siamo ancora di fronte a questo sconcertante e inaccettabile livello di disuguaglianza nel pianeta. Per rispondere a questa domanda forse dovremmo dare un’occhiata ai termini degli accordi del Wto, alla politica commerciale europea e ai suoi effetti sulle produzioni del Terzo Mondo e alla delocalizzazione industriale, solo per citarne alcuni. Un intervento che vada oltre il semplice umanitario è evidentemente al di fuori delle capacità dei singoli Stati Nazione. Tutte le organizzazioni internazionali esistenti (l’Onu, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale) hanno dato prova della loro inefficacia per quanto riguarda i problemi di povertà e disuguaglianza. Essendo l’Unione europea la più grande economia mondiale, non è su questo punto che una sinistra che vuole riprendere forza dovrebbe agire? Non dimentichiamo che il commercio – una delle armi più importanti per rialzare la bilancia economica globale – ora è gestito dall’Ue nell’interesse degli Stati membri. Non dovremmo quindi spingere attivamente perché questo strumento sia usato in una maniera innovativa che obblighi a rivedere gli accordi economici globali in modo da rispettare i diritti umani, sociali e ambientali? Non è possibile controllare le multinazionali europee in modo da assicurare la salvaguardia dei diritti del lavoro e degli standard ambientali? Il buon senso ci direbbe di restare scettici al riguardo delle attuali capacità dell’Unione Europea di mettere in atto una politica alternativa. Ma non è sempre stata questa la condizione di fronte alla quale si sono trovate tutte le alternative? E non è il ruolo che una sinistra transnazionale di fare di questa alternativa una realtà?
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