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Povertà ed esclusione sociale: una questione di democrazia
povertysocialex (Foto: dalla mostra "Vietato vietare"-unai pasqual/Flickr) Le istituzioni europee nominano ogni anno “L’anno europeo di …”. Tra gli esempi più recenti: “L’anno europeo del dialogo interculturale” (2008), “L’anno europeo dell’innovazione e della creatività” (2009). Questa pratica è dubbia per un motivo: non sono messi nuovi fondi a disposizione di queste iniziative che spesso, inoltre, hanno una bassa visibilità mediatica. A differenza di altri anni, comunque, il tema scelto per il 2010 è estremamente legato agli avvenimenti europei e mondiali: “Anno europeo per combattere l’Esclusione sociale e la Povertà”. Al momento si stima che ci siano 79 milioni di persone nell’Unione europea che vivono in povertà, mentre fuori dall’Ue la metà della popolazione mondiale vive con meno di due euro al giorno. Per quanto l’anno così designato sia incapace di prevedere qualunque cambiamento di rotta nella politica europea a questo proposito, la scelta del nome permette un dialogo critico sul significato del tema e potrebbe influenzare il modo in cui il problema è pensato a livello europeo. Nominare non solo (e spesso) è il primo passo della politica (nominare un antagonista) ma è anche il primo passo della filosofia (nominare un soggetto). In più esistono concrete possibilità di influenzare la politica europea nell’area nei mesi a venire: uno dei primi compiti della nuova Commissione Europea sarà sarà la proposta di un nuovo budget e degli obiettivi per l’Ue per il prossimo periodo. Ora che il Trattato di Lisbona è completamente entrato in vigore il Parlamento europeo ha la co-decisione con il Consiglio europeo (degli Stati Membri) sul budget a lungo e breve termine dell’Ue. Quindi, se la possibilità verrà sfruttata potrebbe trattarsi della più grande discussione democratica sulle priorità budgetarie dell’Ue. È di particolare interesse il fatto che l’anno europeo sia stato chiamato sia della “Lotta alla povertà” che alla “Esclusione sociale”. Questo permette di far capire le due cose come una l’estensione dell’altra: cioè che la povertà dovrebbe essere vista come una forma di esclusione sociale. E questo fa della povertà una questione di democrazia: essere poveri non è solo il fatto di esserlo materialmente, ma è anche una mancanza di possibilità di partecipazione in una società come membro uguale agli altri. Gi standard economici di vita e i mezzi di partecipazione alla vita democratica vanno concepiti insieme. Questo fa immediatamente porre la domanda “quale società?” e “quali mezzi di partecipazione? La risposta va pensata tra i due, dentro e fuori dallo spazio europeo. All’interno dello spazio europeo la situazione è frammentata e incoerente a causa dell’intransigenza degli Stati nazione in alcuni domini sovrapposti. Anche se la comunità “economica” dell’Ue è unificata “fino a un certo punto” dalla possibilità di un maggiore flusso capitale libero, da un mercato comune e dall’esistenza della concorrenza in alcuni stati membri, la libera circolazione delle persone tra i paesi è molto più ristretta dei movimenti di capitale. In più le possibilità di partecipazione alla società cambiano drammaticamente per le persone quando queste si muovono attraverso gli Stati membri. Fino a quando lo stato-nazione sarà percepito come il luogo principale di legittimità democratica rimarrà difficile pretendere che esista una società europea unita e solidale. Le decisioni politiche sulla lotta alla disoccupazione e alle ineguaglianze economiche restano soprattuto appannaggio degli Stati membri, con l'eccezione delle decisioni per quanto riguarda il Fondo europeo di Struttura e Coesione, che resta un importante strumento politico. E ancora, la situazione all’interno dell’Ue sta diventando talmente drammatica che una maggiore solidarietà nell’area potrebbe apparire inevitabile, se solo l’argomento venisse messo in avanti. Per il momento sono proprio i Governi con le più gravi situazioni di povertà che stanno tagliando maggiormente le spese sociali: il Governo lettone, per esempio, sta spendendo meno del 10% del suo budget in “welfare State”, mentre il Governo svedese investe oltre il 30% del suo budget. Anche altri “ricchi” Stati membri sembra che non stiamo riempiendo i loro obblighi: Grand Bretagna e Irlanda hanno, ad esempio, il più alto tasso di povertà infantile nell’Ue. Assolutamente necessarie nei prossimi mesi, le campagne transnazionali metteranno il luce le diseguaglianze presenti nella zona Ue. Questo apre la questione di quali, tra gli organismi esistenti, possono condurre questo tipo di campagna, e una delle tristi conclusioni è che i partiti politici, che dovrebbero essere il mezzo di partecipazione e di rappresentazione per ambi settori della società, sono largamente ancora bloccati dalle loro strutture nazionali. Per questo le Ong e la società civile devono essere il mezzo di questo movimento, senza dimenticare il fatto che aumentare le possibilità di partecipazione alla vita democratica e riformare l’ormai vecchia struttura politica “partitica” sono parte integrante, e essenziale, della lotta alla povertà e la sola soluzione strutturalmente sostenibile. L’Unione europea ha un budget comune per la solidarietà e una comune strategia di sviluppo per il resto del mondo. Il Trattato di Lisbona fa della lotta alla povertà uno degli obietti espliciti dell’azione europea nel mondo che si costituirà attorno alla figura dell’Alto Rappresentante della Politica Estera (la neo eletta baronessa Ashton). La questione cruciale, e che probabilmente verrà posta nei prossimi mesi, è quale grado di partecipazione è possibile per i paesi poveri, e la povertà in sé stessa, nel decidere su come usare questi soldi e con quale strategia. In quale modo sono “socialmente esclusi”? Porre questa questione significa sfidare la logica stessa dello Stato nazione,che vede quelli nati in un territorio gli unici atti a decidere sulle loro azioni, sia interne che esterne. In un mondo sempre più interconnesso questa logica è totalmente inadeguata e l’Unione Europea è, potenzialmente, la struttura che può cambiare questo tipo di logica. L’Alto rappresentante degli Affari Esteri deve diventare non solo la voce dell’Europa nel mondo, ma anche la voce del mondo in Europa, un rappresentante della povertà mondiale. Solo in questo modo l’azione esterna dell’Ue potrà andare al di là dell’elemosina o della risoluzione dei conflitti e iniziare a gettare le basi per la costruzione di un mondo insieme. Ancora una volta non ci sono istituzioni atte a questo compito, ed è la società civile che deve sostenere questi argomenti per il momento. È con gli argomenti della democrazia, dell’autonomia e dell’uguaglianza che questo tipo di campagna avrà successo: dobbiamo riscoprire e reinventare queste parole.
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