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Unione Europea: il nuovo colonizzatore?
hand colonisation big (Foto: Rusty Stewart/Flickr) Articolo di Federico Guerrieri, traduzione dall'inglese di Adele Palermo. Jude Sargentini, Parlamentare Europeo dei GroenLinks, i Verdi olandesi, nel suo recente articolo Viva l’articolo 208, abbasso la realtà, sottolinea come il Trattato di Lisbona rappresenti un'opportunità per modernizzare i sussidi agricoli e introdurre una base legale definita per gli aiuti umanitari. L’articolo 208 in particolare, fa della riduzione e dello sradicamento della povertà l’obiettivo primario della politica di cooperazione e sviluppo della comunità europea. Come abbiamo già rilevato in precedenti articoli, l’Unione Europea dovrebbe mantener fede alle proprie promesse, piuttosto che fare della competitività delle compagnie europee la sua priorità. Judith Sargentini è convinta che la coerenza politica rappresenti la chiave per la realizzazione dell’articolo 208. Il commercio dovrebbe essere il primo tema da affrontare per quanto concerne la realizzazione di una politica coerente, ma la Commissione Europea non lo ha incluso tra i problemi su cui concentrare la propria attenzione. European Alternatives ha già illustrato i problemi causati dalla politica commerciale dell’Unione Europea in Senegal. In questa occasione analizzeremo gli accordi commerciali tra l’Unione Europea e alcuni Paesi africani come il Lesotho. Di recente, il Botswana, il Lesotho, lo Swaziland e il Mozambico, tutti stati facenti parte della SADC (Southern African Development Community), hanno siglato un'accordo separato di partnership economica con l'Unione Europea (EPA). Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha criticato questi accordi poiché vi si è arrivati tramite negoziati tra singoli stati, e poichè non hanno prestato “l’attenzione necessaria alle preesistenti comunità economiche regionali”. Ban Ki-Moon ha poi aggiunto che gli accordi “rallenteranno o addirittura bloccheranno i progetti di integrazione regionale già previsti”. Come riportato dall’Inter Press Service, molte organizzazioni si sono mostrate insoddisfatte dei metodi di suddivisione in blocchi nazionali applicati dall’Unione Europea, soprattutto per il raggruppamento dell'“Africa del sud e del nord” che non tiene in considerazione le configurazioni esistenti. Richard Kamidza, ricercatore capo presso l’African Centre for Constructive Resolution of Disputes (ACCORD) ha affermato che “questa dell’Unione Europea è la classica tattica del divide et impera”; la stessa Margaret Legum, economista presso la South African New Economics Network ha aggiunto che in realtà l’approccio dei paesi “sviluppati è sempre stato questo: divide et impera”. Secondo Xavier Carim, Vicedirettore Generale presso il Dipartimento per il commercio e l’industria (DTI) per il commercio internazionale e lo sviluppo economico, gli accordi tra l’Unione Europea e i paesi del SADC limiterebbero il raggio di azione della politica di promozione industriale e sviluppo agricolo delle suddette regioni, e ostacolerebbero gli sforzi tesi alla promozione delle diversificazioni commerciali minando, di conseguenza, i processi di integrazione regionale. I critici ritengono che l’Unione Europea abbia fatto pressione su alcuni Paesi come il Botswana, il Lesotho, lo Swaziland e il Mozambico, per costringerli a firmare l’accordo. Il presidente del Malawi, Bingu wa Mutharika ha accusato l’Unione Europea di “imperialismo” mentre Luis Morago, che presiede il Dipartimento Europeo della Oxfam International ha confermato che “i paesi in via di sviluppo hanno subito una forte pressione per la firma dell’accordo”. Alcuni paesi africani e una serie di organizzazioni non governative stanno a loro volta facendo pressioni sull’Unione Europea perché rinegozi alcuni degli elementi dell’accordo. Oxfam sottolinea che “gli accordi sono stati conclusi frettolosamente, senza il tempo necessario a considerare le implicazioni degli stessi”. Xavier Carim ha aggiunto che sarebbe importante vedere la volontà da parte dell’Unione Europea di dare priorità alla promozione dell’integrazione regionale e questo non soltanto attraverso dichiarazioni pubbliche, ma anche con atti concreti derivanti dai processi di negoziazione”. L’Unione Europea si rifiuta di considerare qualunque tipo di rinegoziato ritenendo che questo nuovo tipo di accordi bilaterali e regionali sia indispensabile per far sì che i paesi dell’Africa, dei Caraibi o del Pacifico conservino il loro accesso ai mercati europei in una forma che sia compatibile con la regolamentazione del Wto. L'Ong Oxfam, in una relazione dal titolo Signing away the future (Rinuncia al futuro) afferma che in un mondo sempre più globalizzato come il nostro, questi accordi sono tesi ad avvantaggiare i paesi esportatori e le multinazionali a discapito dei poveri contadini e lavoratori, con serie ripercussioni sull’ambiente e lo sviluppo. L’aspetto peggiore degli accordi è fatto che tolgono ai Paesi in via di sviluppo la possibilità effettiva di gestire la propria economia e di proteggere le sfere più povere della popolazione. Scavalcando gli accordi stipulati a livello multilaterale, gli accordi unilaterali impongono regole di vasta portata e difficilmente modificabili che smantellano sistematicamente le politiche nazionali tese alla promozione dello sviluppo. Come già analizzato in un recente articolo, l’Unione Europea non consente ai paesi meno sviluppati di proteggere le loro compagnie, poiché la liberalizzazione dei mercati ha esposto troppo rapidamente ed estensivamente i mercati dei paesi in via di sviluppo alla competitività internazionale, minando così il sostentamento del settore agricolo. Sebbene l’Unione Europea affermi che l’integrazione regionale sia uno degli obiettivi principali dei negoziati commerciali con i Paesi in via di sviluppo, Concord Europe mostra come, in molte circostanze, gli accordi commerciali stipulati rendano vani gli sforzi di integrazione regionale, rilevandosi uno scoglio da superare più che un elemento a favore della crescita. Lady Ashton, Commissario europeo per il commercio, dovrebbe smettere di discutere con i paesi in via di sviluppo assumendo un tono da, utilizzando le parole di George Monbiot, “viceré del ventunesimo secolo”. L’Unione Europea dovrebbe mostrarsi più attenta allo sviluppo sostenibile e ai suoi impegni internazionali.
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