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Edu-Factory: traduzione rivoluzionaria del sapere globale
ondabig (Foto: Rete Studenti Massa/Flickr) Edu-Factory è un collettivo di circa 500 militanti, studenti e ricercatori che ha lanciato il progetto di un’università autonoma globale: un processo conflittuale contro la gerarchizzazione e i meccanismi del sistema educativo basato sulla logica di mercato, per costruire transnazionalmente un network organizzato di ricerca, istruzione e produzione di conoscenza basata su esperimenti ed esperienze che già esistono in tutto il mondo. di Gigi Roggero e Edufactory collective, traduzione di Valentina La Gatta Le vecchie istituzioni si stanno progressivamente sgretolando, dalle banche centrali ai partiti politici, dai musei ai giornali, dalla televisione alle scuole. Non riescono a fronteggiare il continuo presentarsi di una crisi dopo l'altra, così come non riescono ad adattarsi all'avanzare di network militanti all'interno dei loro confini. Molte stanno cercando di farsi strada fuori dai loro vicoli ciechi e, per quanto alcune sopravviveranno, la maggior parte scomparirà. In ogni caso, non è più possibile vincolare una politica radicale alle sole istituzioni. Inutile dire che anche le università si stanno sgretolando. "Quello che una volta era la fabbrica, così ora è l’università". Edu-factory ha esordito con questo verdetto apparentemente semplice , non per affermare un’idea, ma per sollevare un interrogativo. L'università è ben lontana dal funzionare come una fabbrica e non proviamo alcuna nostalgia per le lotte del passato. Questa dichiarazione è piuttosto indice di un problema politico. . Se partiamo dalle enormi differenze spazio-temporali esistenti tra le funzioni dell'università e quelle delle fabbriche, quali sono le scommesse politiche di questo paragone? In altre parole: come può essere ripensato il problema dell'organizzazione politica in seguito al collasso delle sue forme tradizionali come i sindacati ed i partiti politici? Questo problema riguarda più la prognosi che la diagnosi, ed è reso più urgente soltanto dalla crisi economica mondiale. Edu-factory concepisce questo fenomeno come una doppia crisi. Da un lato costituisce un'accelerazione della crisi propria all'universitàcrisi che ne segna la fine, risultato inevitabile del suo status epistemologico ormai eroso; dall'altro lato rappresenta anche la crisi delle condizioni di lavoro e dei valori dell’età postfordista, molti dei quali si diffondono proprio attraverso l’università. In breve: come può edu-factory diventare una macchina teorica e politica per la produzione di interventi comuni e tempestivi durante un periodo di crisi? La questione della composizione nell’organizzazione politica non ha niente a che vedere con l'esportazione di un modello o con la comunicazione fra soggetti omogenei: prima di tutto è la sfida della traduzione. Il capitale deve infatti costantemente tradurre la produzione del comune nel linguaggio dell'accumulazione: deve prendere ”il tempo pieno e eterogeneo” del movimento e della cooperazione della conoscenza vivente e trasformarlo nel“ tempo vuoto e omogeneo” dell’ appropriazione di valore. Questa è traduzione omolinguale; “l'inglese globale” è oramai l'idioma omolinguale della “corporate university”. Non sono più presenti “outside”, siano essi felici isole utopiche o presunte idee rivoluzionarie di sopravvivenza: il ghetto è interamente compatibile al regime di governance. L'università globale è il nostro campo di battaglia: rappresenta l'asse spazio-temporale per la sperimentazione nei casi ordinari di traduzione eterolinguale. In opposizione alle molteplici tecnologie per la gestione di confini, sicurezza e identità che rendono l'università un sito chiave per la gestione delle popolazioni globali, edu-factory esamina le lotte che si verificano tra le istituzioni competenti che la compongono e la loro possibile ricomposizione in un processo comune. Se è vero che siamo situati sulla linea di confine tra l'università e la produzione sociale, è altrettanto vero che questi confini sono il luogo di uno sforzo e di una riorganizzazione intensi. La questione riguarda quindi il modo in cui vediamo questi confini come spazi politici. 8848 (Photo: University of Strasbourg, Marco Marucci, reflectZ.org) Come possono i nostri corpi occupare tali spazi e pensarsi al loro interno? Non si tratta di difendere il pubblico contro il privato, dal momento che non sono altro che due facce della stessa moneta capitalista. Piuttosto, stiamo costruendo il comune, che non è né pubblico né privato, ma un'espressione di realtà autonome e allo stesso tempo dipendenti che si incontrano nel tessuto sociale. Proprio da questo contesto sorge la tendenza di ddu-factory a muoversi da una modalità estensiva di organizzazione in rete ad una intensiva . Questo implica un costante processo di aggiornamento e di innovazione attraverso un kit che è, allo stesso tempo, sperimentale e convenzionale: la lista di discussione e il sito web; la pubblicazione e la traduzione del nostro primo libro, L'Università Globale (pubblicato in italiano dalla Manifestolibri nel 2008; in inglese dalla Autonomedia nel 2009; in spagnolo dalla Traficantes de Sueños nel 2010);l'organizzazione e la partecipazione a meeting ed eventi pubblici in tutto il mondo; il giornale online dedicato all'analisi del funzionamento dell'università – sia le “occupazioni” che impone sia quelle che incita, così come le anomalie che fanno da eccezione alle sue traduzioni omogenizzanti (il numero zero sulla “doppia crisi” verrà pubblicato in inverno); infine, le idee riguardanti una nuova organizzazione della produzione del sapere, interamente congruenti all’ambito della cooperazione sociale e del suo controllo collettivo. Questa è quella che chiamiamo la costruzione di un'istituzione autonoma o l'invenzione dell'università del comune. Agire in questa direzione per costruire unnetwork di militanza significa muoversi dalla logica di “scambio” alla traduzione di sforzi basata sulla loro singolarità irriducibile e sulla loro eterogeneità. Fomentata dalla crisi globale, questa rete è incorporata ai movimenti e ai conflitti presenti in tutto il mondo, sia all'interno che contro l'università globale : dall'occupazione dell'Università della California agli scioperi degli studenti specializzandi nel Nord America, dalle nuove relazioni fra i movimenti e il governo in America Latina ai conflitti in Asia. In Europa, dall'Onda Anomala nelle università italiane nel 2008, fino al Bildungsstreik in Germania, dalla rivolta in Grecia alle occupazioni in Austria e in Svizzera, si tratta di movimenti riconducibili agli strascichi del Processo di Bologna. Tutte queste resistenze non provano alcuna nostalgia per i confini nazionali ma stanno, al contrario, costruendo uno spazio comune eEuropeo per l’educazione superiore e per una mobilità della conoscenza vivente. Un Processo di Bologna autonomo. Perché stiamo parlando la stessa lingua. Stiamo scrivendo un lessico comune dell'autonomia e dei conflitti nel contesto della produzione del sapere. E stiamo creando un'università autonoma, un'università senza frontiere. Abbiamo detto che edu-factory è una rete organizzata, ma cosa significaveramente? Da diversi decennii network sono diventati la forma privilegiata di movimenti cosi come di governance. In quanto tali, queste reti rappresentano la possibilità sia di produrre il comune, sia di appropiarsene e di delimitarlo. In breve, il network è una forma dominante, e tutti i tipi di potere sono già articolati tramite esso. Di recente abbiamo notato due tendenze opposte tra i network: la prima verso l’idea di comunità, un ritorno reazionario all'identità di un'origine mitologica; dall'altra la tendenza verso pratiche costituenti, vale a dire la strada verso l'invenzione di nuove istituzioni. In questa transizione decisiva, necessitiamo di soldi e fondi. Non si tratta di una questione meramente tecnica, né di un test di purezza o di impegno, ma di una questione politica. Esiste un nesso tra i risultati sempre meno rilevanti delle vecchie istituzioni e le difficoltà pratiche nell'inventarne di nuove. È proprio su questa base, per quanto difficile e compromessa possa essere, che vediamo un punto di possibile intervento. Nella loro disperazione per sopravvivere all'estinzione catturando l'innovazione prodotta dalla conoscenza vivente, queste istituzioni oramai decadenti convogliano fondi di cui ci possiamo appropriare. Non vogliamo salvare la “corporate university”. Vogliamo rubare da essa e poiucciderla. L'innovazione non è una forma di valore aggiunto, ma l'espressione del comune.
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