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Il successo del Primo marzo. E il suo futuro
(Photo: Avanguardie.info Web Magazine/Flickr)

Il tasso di razzismo di un Paese è indice della sua crisi. In Italia, dove questo tasso si sta alzando paurosamente, è necessario proseguire lungo la rotta segnata dalle manifestazioni del Primo marzo.

Di Stefania Ragusa, presidente Primo Marzo 2010

Il successo del Primo Marzo, a mio avviso, non si misura solo sui numeri, anche se i 60 comitati territoriali sorti in poche settimane, le 300mila persone scese in piazza, il centinaio di fabbriche in cui si è effettivamente scioperato sono degli elementi concreti e misurabili che ci riempiono di soddisfazione. Il vero, grande successo di questa giornata straordinaria sta nell’aver prodotto un cambio di prospettiva sul discorso antirazzista, nell’aver messo nero su bianco che questo non può essere disgiunto da quello sulla difesa dei diritti collettivi e riguarda in egual misura italiani e non italiani. Il razzismo colpisce direttamente gli immigrati e anche quelli che immigrati non sono per nulla (le seconde generazioni, per esempio) ma mantengono l’aspetto da “stranieri”. In modo appena meno diretto colpisce però anche tutti gli altri, non solo per ragioni affettive o etiche. Colpisce tutti perché il razzismo, lo dimostra la storia, ha una precisa funzione politica: distrarre dai problemi reali, spezzare la coesione sociale, indirizzare la rabbia e la frustrazione verso obiettivi sbagliati.

Il tasso di razzismo di un Paese, in particolare quando si tratta di razzismo istituzionale, potrebbe essere assunto come indice di crisi del Paese stesso. In Italia, come continuano a rilevare sondaggi e ricerche, questo tasso si sta alzando paurosamente. D’altra parte, la violazione dei diritti, anche quando non è esplicitamente razzista, riguarda gli immigrati perché insidia e pregiudica la tenuta della società in cui vivono. Spesso si parla della necessità di promuovere la visibilità e la rappresentatività degli immigrati, come se fosse una faccenda di marketing, dimenticando che la vera visibilità e la vera rappresentatività dovrebbero ignorare il marketing e la logica dei posizionamenti strategici ed essere conseguenze del coinvolgimento dei migranti nelle riflessioni e nelle problematiche che riguardano quotidianamente ogni cittadino. Il movimento Primo Marzo 2010 si è mosso da queste premesse e mantiene tra le sue ambizioni quella di far capire e interiorizzare questi concetti. A queste condizioni potrà esserci superamento concreto (e non solo "sloganistico" o formale) della contrapposizione tra "noi" e "loro", tra “italiani” e “stranieri”, una contrapposizione che ci inchioda ancora a posizioni antitetiche. Il primo marzo però ha dimostrato anche altre cose importanti: che non può esserci copyright sugli strumenti costituzionali e legali di protesta e che nel nostro Paese, nonostante lo sfacelo culturale e il razzismo dilagante, esiste e resiste una società civile reattiva e pronta a mettersi in gioco.

Adesso per noi è cominciata la fase due, caratterizzata dalla ristrutturazione del movimento, che dovrà assumere una forma più definita e funzionale per reggere il peso delle prossime sfide, e dalla ripresa del discorso culturale. Questo non può ridursi a proiezioni di film e dibattiti a uso e consumo di chi si trova già su posizioni antirazziste. Discorso culturale vuol dire attrezzarsi, dal punto di vista argomentativo e psicologico, per avvicinare gli italiani che non sono sulla nostra lunghezza d’onda e i migranti che non hanno avuto notizia del Primo marzo. Vuol dire mettere in campo nuove relazioni, costruire occasioni di coinvolgimento inusuali. In parallelo va avviato anche un serio discorso politico: dobbiamo costruire una piattaforma unitaria da far valere presso i partiti e le forze politiche che hanno dichiarato di condividere il nostro progetto. I nostri comitati stanno già elaborando le proposte. Ma se le aree critiche su cui lavorare (legge Bossi-Fini, pacchetto sicurezza, cittadinanza breve, seconde generazioni, voto amministrativo, prolungamento della durata dei permessi di soggiorno, cie, respingimenti…) sono relativamente facili da individuare, meno ovvia è la scelta delle priorità e delle modalità di intervento.

La cosa fondamentale è non frammentarci e rimanere uniti. Per quanto riguarda le azioni, infine, è necessario darsi a brevissima scadenza un altro appuntamento. E muoversi verso questa data con lo stesso spirito meticcio che ci ha guidati fino ad ora: vecchi e nuovi cittadini insieme, accomunati dal fatto di vivere sullo stesso territorio e dal rifiuto delle logiche di esclusione e di razzismo. Non possiamo rischiare di disperdere il patrimonio che abbiamo accumulato.

“Il Primo Marzo non finisce ma comincia il Primo Marzo” non deve rimanere uno slogan. In occasione del Salon romano del 23 febbraio 2010, dal titolo "Da Rosarno al primo marzo. Lavoro, diritti, razzismo", Giuliano Battiston e Massimiliano Nespola hanno intervistato Stefania Ragusa.

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