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Mettiti in movimento!
network (Foto: Onkel Wart/Flickr) Di Joan Miguel Gual and Francesco Salvini, traduzione Alba Fortini In Europa si è delineata una nuova forma di governo, che agisce contemporaneamente su vari livelli: pervade gli spazi urbani, riorganizza i confini nell’ambito della vita quotidiana nelle città e polarizza le relazioni di potere preesistenti creando nuovi rapporti di dipendenza all’interno della geografia europea contemporanea. Il risultato è che le asimmetrie già presenti in Europa non sono assolutamente scomparse, ma emergono quotidianamente spaccature e frange, mentre la centralità e la marginalità coesistono. Il capitalismo di oggi sta costruendo un mercato globale giocando sulle asimmetrie per moltiplicare le tipologie di lavoro e frammentare i movimenti sociali. Questo proliferare delle forme di sfruttamento sfocia nella crisi delle unioni, dei partiti, del benessere ed in generale, diremmo, nella crisi di quelle istituzioni politiche basate sull’appartenenza e sulla rappresentanza, in tempi in cui l’appartenenza ha acquisito maggiore importanza ed il sistema rappresentativo è diventato il tentativo impossibile di disciplinare l’eterogeneità sociale, di ridurre la diversità e la vita sociale sotto il comando del capitale. L’asimmetrica costituzione dell’Europa verso l’esterno – evidente nelle differenze rispetto all’ammissione dei Paesi dell’Est e nella costante creazione di zone esterne per riprodurre il potere europeo – implica una futura asimmetria non solo della colonia, nel mondo esterno, ma anche delle metropoli stesse. Questa è la vita quotidiana delle aree urbane europee: i modelli d’integrazione definiti a Maastricht, a Bologna, ad Amsterdam ed a Schengen dettano politiche di esclusione e valorizzazione, di controllo e disciplina, imponendo un processo di precarizzazione generale della vita sociale e della produzione urbana. La crescente trasformazione dei quartieri popolari in quartieri di lusso, l’aumento di confini interni e l’ossessione delle amministrazioni cittadine per la sicurezza mostrano nuove forme di governo rivolte a moltiplicare le tipologie di lavoro ed a sfruttare il più possibile ogni segmento della società, in base alla vulnerabilità di ogni soggetto, alla sua fragilità o, in altre parole, alla sua precarietà. Ora, la domanda che ci poniamo è la seguente: quale strategia sociale di organizzazione può evitare questo moltiplicarsi delle forme di sfruttamento senza ricomporre unità, identità ed omogeneità, ma permettendo a diversità, precarietà e vulnerabilità di diventare il punto di partenza per i politici radicali? Per rispondere ci concentreremo solo su un aspetto del problema, su un esperimento in corso che, secondo noi, è stato importante per lo sviluppo di movimenti sociali autonomi durante gli ultimi dieci anni:le reti transnazionali, non solo come strumento, ma anche come base per assicurare la coerenza delle iniziative autonome attuali, nella creazione di nuove forme di cooperazione sociale fra le diversità, per la costituzione di nuove forme istituzionali capaci di reinventare la cooperazione sociale nella crisi delle istituzioni classiche, nella costituzione di quelle che chiamiamo “istituzioni mostro”. Questa rimane, a nostro avviso, una proficua considerazione sulla recente storia dei movimenti sociali che s’intersecano negli spazi europei dai primi anni novanta, tessendo labirinti di reti per trasformare le forme di organizzazione ed aprire nuovi spazi di contestazione. È questo il caso dei movimenti contro la disoccupazione nel periodo fra il 1994 ed il 1997, quando il salario minimo garantito divenne la richiesta per sviluppare iniziative legate ai diritti sociali al di fuori della dimensione del lavoro in senso stretto. È anche il caso delle lotte per la mobilità, che contestavano a livello europeo la relazione violenta ed ambigua tra cittadinanza e diritti (Sans Papiers, fondato nel 1996, kein mensch ist illegal fondato durante i documenta del 1997), superando le questioni culturali ed inserendo la cittadinanza nel diagramma della politica del lavoro e nelle lotte dei lavoratori. Dal 1997 al 2001 questi movimenti hanno permesso di organizzare una serie di mobilizzazioni contro il capitalismo globale e sono state di primaria importanza per la creazione di spazi politici indispensabili per nominare e costituire nuovi diritti. La libertà di movimento, il reddito minimo e l’assistenza (cuidadania) dovrebbero essere gli obiettivi principali per una nuova struttura istituzionale: le istituzioni per la comunità. In questo senso, i movimenti inventarono una “rete transnazionale di istituzioni”, come raggruppamenti trasversali di nuove forme istituzionali con lo scopo di combattere il dominio esercitato sulla vita e ad aprire nuovi spazi di autonomia ed emancipazione, in cui il problema del programma, ovvero di cosa bisogna fare, collassa radicalmente nel presente. Questi movimenti, pertanto, devono essere analizzati nel loro funzionamento quotidiano come macchine sociali, come attività e costruzioni sociali, e non come realtà organizzate e cristallizzate. Sotto questo punto di vista i movimenti si presentano come luoghi di critica, intesa come un insieme di atti che sfidano le procedure politiche a partire da un nucleo critico, che aprono la strada per la costituzione di norme ed istituzioni per una “nuova” comunità. Ma come può riuscire la critica a sfidare ed a ripensare il funzionamento delle istituzioni sociali? Come può essere pratica costitutiva se non contrastando la cristallizzazione e spostando costantemente la produzione di organizzazione al di fuori degli spazi istituiti? È a questo che ci riferiamo quando scriviamo dell’indirizzo “extradisciplinare” ed “extraistituzionale” delle realtà politiche autonome: l’attività di traduzione e di eccesso che si svolge quotidianamente nelle reti transnazionali per riunire le persone al di là degli spazi istituiti e creare nuovi punti comuni. Andare oltre le istituzioni, andare oltre la disciplina, è il compito delle attività politiche che esplorano possibili vie di fuga dalle varie forme dell’attuale politica capitalista. Tuttavia, andare oltre non significa lasciarsi dietro alle spalle, dimenticare o rifiutare, bensì superare, sommergere. L’eccesso inteso come costruzione di nuovi luoghi per la produzione di conoscenza e cooperazione sociale in grado di aprire brecce dove possano moltiplicarsi le denunce che emergono durante le mobilitazioni sociali. L’extra ci permette di avere a che fare con l’oltre, sia nel suo significato concreto – oltre le burocrazie, oltre i muri delle istituzioni, all’aperto nelle metropoli – sia nel significato astratto, superare i limiti della disciplina vista come canone della conoscenza, autorità nella produzione sociale della conoscenza. L’autonomia non basta. Se vogliamo creare spazi dissidenti per produrre opinioni soggettive che non rispondano alle regole del governo ed al comando del capitale, dobbiamo creare nuove ecologie ibride per queste opinioni dissidenti. Dobbiamo muoverci lungo i confini, dentro e fuori le istituzioni, al fine di sopraffarle e superarle completamente, per sviluppare mostruose pratiche politiche capaci di mostrare la falsa coerenza del sistema rappresentativo e per sfidare la disciplina delle scienze maggiori (le scienze regali dello Stato) attraverso l’azione molecolare delle scienze minori (scienze nomadi), in cui la conoscenza riceve un preciso processo di produzione, che modifica concretamente la realtà della società, non solo dal punto di vista formale, ma nel suo funzionamento quotidiano. Questo è il motivo per cui riteniamo che il compito più problematico non sia tanto stabilire come evadere dalla rappresentanza egemonica orientandosi verso l’esterno, quanto piuttosto decidere come smantellare questo sistema dal suo interno: come possiamo penetrarvi dentro e sfidare il funzionamento dell’attuale razionalità del governo? Come possiamo creare una istituzionalità sovversiva e mostruosa che interagisca con le istituzioni già esistenti e le discipline tradizionali? Questo movimento di sovversione, infatti, deve non solo riappropriarsi dei valori sociali prodotti all’interno delle istituzioni e delle discipline, ma anche mostrare i limiti, le crisi e la drammatica scarsità dei gruppi istituzionali esistenti. Le varie iniziative generano contraddizioni e la nostra esperienza non fa eccezione. Nel panorama della privatizzazione del pubblico e della riduzione della produzione sociale autonoma secondo le regole dell’accumulazione capitalistica, le istituzioni mostro vogliono, però, essere un tentativo di creare nuove strutture che intreccino la vita con la politica per creare nuovi spazi di esistenza sociale, per permettere l’eccesso, per evitare di ricevere un surplus di rivendicazioni e per organizzare forme di vita dissidenti ed alternative in cui la libertà, la solidarietà e la vita stessa possono acquisire nuovi significati al di là delle regole del mercato e della rappresentanza politica. Questo è per noi il principio istituzionale alla base delle attività a cui partecipa l’Universidad Nomada. I centri sociali, ed i movimenti per la ricerca militante, sono luoghi in cui reinventare le forme di produzione culturale, la relazione fra vita e lavoro, sono tentativi di dare una nuova configurazione alle contestazioni sociali allargandole dalla fabbrica alla vita sociale e, in quanto luoghi in cui si produce una conoscenza autonoma, di demistificare il funzionamento del capitalismo nel presente, ma anche di mettere in questione le strategie dei movimenti sociali. In questo processo, extra è un prefisso essenziale per la creazione di istituzioni mostro: extra inteso come azione virale contro il tentativo costante di normalizzazione ed astrazione promosso dal capitale. L’extra è un’attività fondamentale che esplora il territorio emergente del diritto della comunità. Lavorando su questi confini, superandoli ed esplorando, i movimenti si presentano come spazi in cui pensare a come realizzare queste comunità, per riappropriarsi dei valori sociali che circolano negli spazi istituiti, rendendo possibile, allo stesso tempo, la creazione e la proliferazione di processi radicalmente democratici per organizzare la produzione sociale.
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