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Sans-papiers in sciopero
(Photo: William Hamon (aka Ewns)/Flickr) La recente storia francese, mostra le contraddizioni tra le politiche governative in materia di immigrazione e le sempre più frequenti mobilitazioni dei lavoratori stranieri. Che reclamano diritti. Anche scioperando. Di Veronic Algeri Alle 6 del mattino sulla linea 1 della metropolitana di Parigi non ci sono che turisti che si affrettano verso gli aeroporti periferici da cui partono i voli low-cost. E tanti immigrati. Quando ancora fuori fa buio, le donne e gli uomini che lavorano nei quartieri della Défense o di Neully vanno a pulire gli uffici più prestigiosi della città. Basta prenderla un paio d’ore dopo, la stessa metropolitana, per ritrovarsi schiacciati in mezzo a profumi di dopo-barba e giornali schiusi davanti a volti bianchi e ben rasati. Due popolazioni, che rischiano di non incontrarsi mai, si sfiorano tutti i giorni, la seconda riuscendo a ignorare l’esistenza della prima. Perché i sans-papiers, ancor prima di essere dei lavoratori, sono e restano stranieri. Quando, lo scorso autunno, la stampa ha denunciato l’impiego di immigrati irregolari nei cantieri per la ristrutturazione degli edifici del Parlamento, l’opinione pubblica ha cominciato a interrogarsi sull’indicibile binomio lavoratori-immigrati. Nel giugno del 2007, lo sciopero dei cuochi e dei lavapiatti della catena di ristoranti “Buffalo Gril” aveva rappresentato un primo esperimento per misurare l’impatto della mobilitazione dei lavoratori irregolari. Poi, nel 2008, dagli operai di Modelux, nella periferia parigina, è nata l’idea di un movimento organizzato. All’epoca, si fermarono 15 aziende, occupate da 200 lavoratori in sciopero. Una buona lezione per capire che, quando un conflitto coinvolge il diritto del lavoro, può valere più di una manifestazione di piazza. Facendo tesoro delle esperienze precedenti, l’ultima mobilitazione coinvolge invece 6000 lavoratori ed è sostenuta da una decina di associazioni. Lo scorso novembre, mentre il governo si limitava all’evacuazione dei manifestanti e alla segnalazione delle ditte implicate (2100 tra piccole e grandi), irrompeva sulla scena pubblica un paradosso che suonava come uno schiaffo all’ipocrisia: la presenza massiccia di lavoratori sans-papiers come fattore chiave nell’organizzazione del lavoro. Lo sciopero usciva dalla vecchia tradizione operaistica per incontrare il nuovo soggetto della subalternità: l’immigrato. Tutto questo sull’onda di un’azione inedita, fortemente assertiva come uno sciopero. L’immigrato è prima di tutto uno straniero. Gli ultimi due decenni di governo francese si sono distinti per un incremento delle politiche contro i sans-papiers. Tra il 2003 e il 2007, numerose leggi hanno contribuito a indebolire la validità dei requisiti per il riconoscimento del diritto di soggiorno: il ricongiungimento familiare, i dieci anni di permanenza sul territorio, il matrimonio misto. La facoltà di denunciare i sans-papiers si è estesa a nuove categorie. Oltre al corpo di polizia, il governo ha fornito agli uffici della sanità e ai centri per l’impiego degli apparecchi per il riconoscimento di documenti falsi. La volontà politica di raggiungere dichiarate quote di espulsioni, 28000 nel 2008, accompagna lo slogan di una politica dell’immigrazione “scelta” e non “subita”, inaugurata con l’entrata in vigore, il 1 marzo 2005, del Ceseda, il codice che regola l’ingresso e il soggiorno degli immigrati in Francia. Mentre dal 2007, i datori di lavoro devono consegnare i documenti dei loro impiegati immigrati in prefettura. Con il risultato che aumentano le aziende che licenziano, ma anche quelle che continuano ad attingere a questa crescente riserva di mano d’opera, garantita da un iter amministrativo arbitrario e spesso contraddittorio. Ma l’immigrato è quasi sempre un lavoratore. L’edilizia, le imprese di pulizia e della ristorazione, la sicurezza, le attività che ruotano intorno all’assistenza alla persona, sono i principali settori dell’economia francese interessati al fenomeno, dal negozio di quartiere ai palazzi del governo. Il ministero dell’Immigrazione e dell’identità nazionale, insieme a quello dell’Economia, ha stilato una lista di mestieri cosiddetti “in tensione”: si tratta di 152 mestieri poco qualificati e di una trentina di professioni che richiedono diplomi d’insegnamento superiore che incontrano grosse difficoltà di reclutamento. L’opposizione retorica tra immigrazione "scelta" e "subita" rivela cosi tutte le sue contraddizioni: i lavoratori sans-papiers sono scelti dalle imprese, perché lo stato li dichiara “subiti” e li costringe alla subalternità. I lavoratori irregolari non hanno diritto all’assistenza sociale, che in molti casi pagano; possono essere licenziati senza preavviso; non hanno ferie, maternità, malattia; possono essere pagati a cottimo. Vivono dunque delle condizioni di lavoro che, al di là della legislazione in materia, rappresentano vere e proprie “delocalizzazioni in loco”. Il ricorso allo sciopero ha contribuito a capovolgere la logica utilitaristica delle politiche di governo e ha mostrato che la famosa immigrazione “scelta” non bisogna andarla a prendere nei paesi extraeuropei, attraverso inutili accordi diplomatici, dopo l’espulsione degli irregolari, ma è già sui nostri territori. E lotta per il riconoscimento del diritto al soggiorno e per i diritti sociali legati al lavoro. I sans-papiers oggi sono più “integrati” delle generazioni precedenti. Sono inseriti nella vita economica, nella vita di quartiere. Sono sicuramente anche più osteggiati, ma dispongono di un maggior numero di strumenti per affrontare questa situazione. E lo sciopero dei sans-papiers ne é la prova migliore. Secondo i dati forniti dall’associazione “Droits devant!”, il bilancio degli scioperi dal 2008 ad oggi è positivo: 1500 regolarizzazioni oltre a un’eco positiva nell’opinione pubblica. Secondo il sondaggio pubblicato dal quotidiano “Le Parisien” il 27 aprile 2008, il 68% dei francesi intervistati sarebbe favorevole alla regolarizzazione dei lavoratori irregolari.
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