
Articolo di Federico Guerrieri, Foto di
Marc Kjerland
Benvenuti a Copenhagen! No, non siamo diventati un sito di informazioni turistiche. Come ben saprete, nella capitale danese, ha oggi (7 Dicembre 2009) avuto inizio la Conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite. Come abbiamo già ricordato in precedenti
articoli, questo summit è fondamentale per il futuro del nostro pianeta. Infatti, a partire dal 2012, il Protocollo di Kyoto si estinguerà. Se non dovessimo raggiungere un accordo per arrestare il surriscaldamento globale, ci troveremmo di fronte a una catastrofe di proporzioni mai viste prima: estinzione di piante e specie animali, scioglimento dei ghiacciai con conseguente innalzamento del livello del mare e sprofondamento di fette di territorio fino a 160km dalla costa, presenza di condizioni climatiche estreme e diffusione di gravi malattie. Praticamente la fine della civiltà da noi conosciuta.
Le speranze di trovare un accordo sono buone, ma le proposte messe fino ad ora sul piatto non risolverebbero il problema del cambiamento climatico. Gli Stati Uniti hanno infatti proposto un abbassamento dell’emissioni del 17% rispetto ai livelli del 2005, vale a dire una riduzione del 3% rispetto ai livelli del 1990. Una proposta francamente scoraggiante da parte del maggiore emettitore di CO2 insieme alla Cina. Obama si trova stretto nella morsa dell’eterogenea lobby anti-Kyoto (oggi Copenhagen) degli Stati Uniti, che comprende American Petroleum Institute, Hulliburton, Bp America, ConocoPhillips e United Steelworkers. Nonostante ciò, gli Stati Uniti sono chiamati all’azione, se non vorranno essere colpevoli della più grande catastrofe della storia dell’umanità.
Proprio sul finire della giornata è arrivata la buona notizia che l'Agenzia americana per la Protezione Ambientale (EPA) ha ufficialmente dichiarato che i gas che contribuiscono all'effetto serra sono dannosi per la salute umana. Queste dichiarazioni aumentano le speranze per il raggiungimento di un accordo sulla limitazione dei gas serra.
L’Unione Europea è l’organizzazione che si è maggiormente adoperata per il raggiungimento di un soddisfacente accordo sul clima. Sfortunatamente, alcuni disaccordi tra i Paesi dell’Europa Occidentale e quelli dell’Est, hanno precluso l'elaborazione di una politica coerente sugli aiuti da fornire ai Paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo. L’Unione Europea è disponibile ad innalzare la riduzione delle emissioni, rispetto al 1990, dal 20% al 30% entro il 2020, solamente però se gli altri Paesi sviluppati faranno lo stesso. Noi crediamo, così come altre associazioni non governative, tra cui Oxfam International, che un’azione unilaterale dell’Unione Europea forzerebbe gli altri Stati "sviluppati" a comportarsi in modo eguale o simile. In questo modo l'Unione Europea avrebbe il merito di risolvere il problema del riscaldamento del globo, fatto che le permetterebbe di assumere quel ruolo di leader mondiale che tanto reclama. Il Ministro dell’ambiente brasiliano Carlos Minc, ha espresso la posizione dei Paesi in via di sviluppo affermando che “chiederemo ai Paesi ricchi e industrializzati circa 300 miliardi di dollari da destinare alla riduzioni delle emissioni. Chiederemo inoltre che questi Paesi taglino molto di più le loro emissioni”. Altri Paesi come India e Sud Africa si sono detti disponibili a tagli importanti alle loro emissioni, ricordando però come i Paesi industrializzati debbano fornire aiuti finanziari e tecnologici. E’ importante che i Paesi Sviluppati riconoscano i danni provocati nel corso della propria industrializzazione, rendendosi disponibili a tagli maggiori rispetto ai Paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo, oltre che a stanziare aiuti per favorire il passaggio di queste nazioni ad un’”economia verde”.
Stati Uniti ed Unione Europea non possono nemmeno pretendere che la Cina, principale emettitore insieme agli USA, applichi lo stesso livello di tagli dei Paesi Occidentali, quantomeno non senza aiuti economici. La giustizia sociale ci impone di fornire risorse per aiutare i Paesi che solo oggi stanno avendo il loro processo di industrializzazione. Anche noi semplici cittadini dovremo prepararci ad usare meno energia e a pagarla di più. Dovremo abituarci a sprecare di meno e prestare più attenzione all’ambiente. L’era della “bambagia” è finita.
Dobbiamo tutti darci da fare. I 110 Capi di Stato che si riuniranno nei giorni finali del Summit di Copenhagen (che si concluderà il 18 dicembre), devono capire che il costo del passaggio ad un’economia verde è un danno ben inferiore di quello che avremmo se non facessimo niente. Non è più tempo di lobby, accuse reciproche e tentennamenti: è arrivato il tempo dell’azione e tutti devono collaborare.