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Fallimento Climatico-Europeo
Copenhagen
Articolo di Federico Guerrieri, Foto di The White House

La Conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite, che si è svolta a Copenhagen tra il 7 e il 18 dicembre, si è conclusa con un fallimento. L’accordo che si è raggiunto, infatti, non è vincolante e non esplicita alcun impegno per la riduzione dei gas serra. L’unica cosa che viene stabilita è lo stanziamento di 30 miliardi di dollari che i Paesi sviluppati dovranno versare entro il 2012 ai Paesi poveri per favorire lo sviluppo delle loro tecnologie verdi (diventeranno 100 miliardi entro il 2020).

Questo accordo non prevede alcuna soluzione valida per arrestare il surriscaldamento globale ed è stato giudicato in modo del tutto negativo dai Paesi del Terzo Mondo e in via di sviluppo. Va infatti sottolineato che l’assemblea plenaria ha potuto solamente “prendere atto” dell’accordo precedentemente siglato da Stati Uniti, Cina, India, Sud Africa e Brasile in una riunione “privata”. Se non dovessimo arrestare il surriscaldamento del globo terrestre, la presenza di condizioni climatiche estreme con scioglimento dei ghiacciai e conseguente innalzamento del livello del mare e sprofondamento di fette di territorio fino a 160km dalla costa, diverrebbero eventualità molto probabili. Chi ne farebbe maggiormente le spese sarebbero gli Stati poveri del mondo, ed in particolar modo le piccole isole che potrebbero essere letteralmente cancellate dalla carta geografica.

Gli Stati Uniti non hanno voluto riconoscere le proprie responsabilità e il loro Presidente, Barack Obama non si è dimostrato meritevole del Premio Nobel per la Pace da poco assegnatogli. E l’Unione Europea? L’accordo che è stato ratificato è stato, come detto, discusso da Stati Uniti, Cina, India, Sud Africa e Brasile. Che fine ha fatto il ruolo di leadership tanto reclamato dall’Europa? E la proposta di ridurre le emissioni del 30% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020? Ovviamente non se hanno traccia. Perché? Pare evidente che essere rappresentati da personalità poco conosciute sul piano internazionale, quali Van Rumpoy , Ashton e Barroso, non ha certo aumentato l’importanza e l’influenza dell’Unione Europea a Copenhagen.

L’Europa non è stato considerata come l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti, né si è distinta nel ruolo di mediatrice. La sua azione è stata semplicemente non considerata. L’Unione Europea ha fallito. È stata trovata mancante. E ha dimostrato di essere poco influente nell’attuale scenario politico internazionale. Del resto le persone che la rappresentano ai più alti livelli hanno poco peso politico e non possono a mio avviso rappresentare una delle tre più grandi potenze economiche del globo. Come avevo già sottolineato circa un mese or sono, le nomine alle due cariche più importanti dell’Unione lasciano pensare che la maggior parte dei Leader Europei preferiscano un’Europa debole. E i danni di queste nomine si sono visti a Copenhagen, con un’Europa assolutamente non in grado di parlare con una sola voce e di assumere il ruolo di leadership che tanto andava, a parole, cercando. Chi ha sostenuto le nomine di Van Rompuy e Ashton è colpevole di aver relegato l’Europa al ruolo di istituzione poco significante sul piano internazionale.

Se l’Europa vuole avere un futuro, gli atteggiamenti parrocchiali degli Stati membri dell’Unione devono immediatamente cessare. Inoltre, ritengo che sia ora di fare chiarezza: grandi uomini come Victor Hugo, Spinelli e Monet sognavano una federazione di Stati europei, un’unione politica, non solamente economica. Solo così si potrebbe parlare veramente di Europa. E per ottenere ciò, bisogna chiarire “chi ci sta” e “chi no”. L’atteggiamento di alcuni Paesi che considerano l’Unione Europea come un carro a cui attaccarsi per avere vantaggi economici non è più accettabile. Chi non crede nel futuro dell’Europa, dovrebbe riconsiderare la propria posizione.

Per quanto riguarda il clima, non possiamo certamente accettare il risultato fallimentare della conferenza di Copenhagen. La riduzione dei gas serra, lo stanziamento di maggiori finanziamenti per i Paesi del Terzo Mondo e in via di sviluppo, l’abbassamento della temperatura terrestre di almeno 2 gradi, e il rendere vincolante tali obblighi, sono tutti fattori dai quali non si può prescindere se non vogliamo il verificarsi di una catastrofe di dimensioni inimmaginabili, se vogliamo che i nostri nipoti possano vivere una vita normale. Dato che il Protocollo di Kyoto si estinguerà nel 2012, la non decisione di Copenhagen, rischia di bloccare tutto il sistema di vincoli, dei controlli internazionali, dei commerci di quote di emissione e dei programmi di assistenza tecnologica ai Paesi in via di sviluppo.

Gli Stati Uniti e i Paesi Occidentali devono riconoscere le loro responsabilità per i danni causati durante il processo di industrializzazione, accettando di effettuare tagli maggiori rispetto ai Paesi poveri, oltre a fornire loro i mezzi tecnologici e finanziari per rendere ecologicamente sostenibile la loro produzione industriale. L’accordo di facciata tra Stati Uniti e Cina non serve a nessuno. Nemmeno a loro.
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