
(Photo by
Leo/Flilckr)
Di Janine Schall-Emden e Lorenzo Fioramonti (autori di
Globalreboot)
Il nostro attuale modello di sviluppo, fondato sul dogma della crescita economica senza limiti, è profondamente insostenibile ed ingiusto per almeno tre ragioni. In primo luogo a livello politico, poiché richiede che sia una minoranza a controllare le risorse energetiche, a guidare l’economia di mercato e, dulcis in fundo, a manovrare la governance globale. Poi c’è il livello finanziario, dove il nostro modello di sviluppo ha reso le società avanzate così come quelle meno sviluppate completamente vulnerabili nei confronti di qualunque sussulto”, che si può trasformare immediatamente in una crisi economica devastante che nessuno sembra essere in grado di arrestare. Infine, c’è la questione ambientale, perché il nostro modello di sviluppo ci ha portato a prosciugare le risorse naturali del pianeta, causando danni molto seri all’ecosistema e mettendo a rischio il futuro biologico della vita sull’unica Terra che abbiamo. Se il mondo fosse una singola nazione (com’è di fatto nell’era della globalizzazione), sarebbe il paese più ingiusto della storia. Il grosso della ricchezza mondiale è concentrato nel 2% della popolazione, mentre oltre un miliardo di persone non hanno da mangiare. Un manipolo di multinazionali hanno disponibilità finanziarie che superano di gran lunga quelle di interi paesi. La politica globale è di fatto controllata da otto paesi (il cosiddetto G8), su un totale di oltre 190 nazioni (cioè, meno del 4%). Queste cifre fanno impallidire se pensiamo che, nella Francia pre-rivoluzionaria, il potere politico ed economico era controllato da circa il 6% della popolazione. Siamo ancora nel medio evo della giustizia?
Indubbiamente, l’attuale modello di sviluppo ha avuto importanti effetti positive sulla qualità della vita di alcuni di noi. Meno persone muoiono oggi nell’Unione europea di quanti ne morissero cinquanta anni fa, il nostro livello di istruzione è più efficiente e la tecnologia ha fatto passi da gigante. Ciononostante, questo vale soltanto per una minoranza di persone nel mondo. Per la maggioranza, lo sviluppo economico ha significato solamente privazioni, devastazioni e guerre. E persino nelle società più affluenti alcune domande riecheggiano prepotentemente: il consumismo di mercato ci ha davvero reso più maturi? Il nostro benessere economico ci permette davvero di apprezzare la vita in modo più pieno? Siamo più felici quando il Pil cresce? Queste sono domande che rifiutiamo coscientemente, perché le risposte ci metterebbero in difficoltà. Dopo aver rimosso questi problemi di giustizia sociale per anni, ora i cambiamenti climatici che le ripropongono con forza, costringendoci a ripensare completamente il nostro modello economico. Il pianeta non ce la fa più. Persino il pensiero economico tradizionale – ovvero quello classico e neoclassico – deve riconoscere che questo modello di sviluppo, che esaspera le ingiustizie mentre mette a repentaglio la prosecuzione della vita sul pianeta, è completamente sub-ottimale e deve essere rivoluzionato. Sebbene la tecnologia può aiutare nel rallentare alcuni aspetti dei cambiamenti climatici, sicuramente non sarà una soluzione tecnica a risolvere il problema. False bacchette magiche come il cap and trade, l’offsetting, i meccanismi per lo sviluppo pulito (CDM) e di fatto tutti gli altri strumenti contemplati nel protocollo di Kyoto ed ora ripresentati al COP15 di Copenhagen, sono soltanto specchietti per le allodole, che ci fanno perdere di vista il punto centrale. Queste tecnologie non solo continuano a perpetuare tutte le ingiustizie di fondo dell’attuale sistema, ma distraggono l’opinione pubblica mondiale e rinviano le decisioni fondamentali. Per esempio, il commercio dei crediti da carbonio, che oggi viene presentato come l’approccio più fattibile, ha già dimostrate le sue inefficienze e contraddizioni proprio nell’Unione europea, che è, nostro malgrado, uno dei principali sostenitori del cap and trade.
Non possiamo continuare come se nulla fosse. I cambiamenti climatici stanno già avendo effetti disastrosi, che si esaspereranno negli anni a venire. I paesi poveri sono strangolati dalle siccità, dalle inondazioni e dalle carestie ricorrenti. I paesi più ricchi devono rispondere ad inverni più rigidi ed estati più afose, senza considerare gli incendi e le centinaia di migliaia di rifugiati climatici che dirigono ogni mese verso il Nord globale, come è sottolineato anche nel Libro Bianco sull’Adattamento ai Cambiamenti Climatici pubblicato dalla Commissione europea nell’aprile 2009. Non essendo stati capaci di mitigare i cambiamenti climatici, ora stiamo lentamente entrando nell’era dell’adattamento. Stiamo prendendo coscienza del fatto che dovremo adattarci ad un mondo molto diverso da quello che abbiamo conosciuto finora. Ma l’adattamento può avvenire in due modi diametralmente opposti. Da un lato, possiamo praticare una forma “reattiva” di adattamento, rifiutandoci di cambiare il nostro modello di sviluppo e difendendoci contro il clima impazzito e le sommosse popolari (per esempio, edificando una muraglia intorno all’Unione europea, sparando a vista ai rifugiati che si dovessero avvicinare ai confini, costruendo cittadelle fortificate per i più ricchi, non dissimili da alcuni insediamenti ebraici in Palestina). O, al contrario, possiamo provare a adattarci in modo attivo e creativo. Questo secondo tipo di adattamento richiede una consapevolezza profonda delle ingiustizie che sostengono l’attuale modello di sviluppo per provare a costruire una società completamente diversa. Se vogliamo adattarci in modo attivo e creativo, dovremo cominciare ad occuparci direttamente della gestione dei nostri villaggi e delle nostre città per sperimentare nuovi sistemi di vita collettiva in equilibrio interno (a livello sociale) ed esterno (a livello ecologico). Non basta cambiare i nostri stili di vita individualmente. Una doccia in trenta secondi non ci aiuterà a creare un mondo diverso. Servono iniziative collettive, condivise e partecipate che permettano una radicale inversione di tendenza. Per decenni abbiamo lasciato che fosse il mercato a gestire ed allocare i beni pubblici che ci permettono di vivere. È arrivato il momento di riprenderci il nostro destino collettivo. Niente demiurghi, né soluzioni tecnologiche: è arrivato il momento di impegnarci direttamente nella vita sociale e collettiva. Se è vero che non c’è alternativa all’adattamento, possiamo però ancora decidere come adattarci.
Gli autori dell'articolo hanno anche firmato L’era dell’adattamento, un documentario che affronta alcuni dei temi presentati nell’articolo.
Qui puoi vedere il film.