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L'Europa come Progetto Politico
Il progetto europeo, nonostante l'apparenza, ha le potenzialità di introdurre un cambiamento di paradigma verso un'era transnazionale. Niccolò Milanese Stiamo cercando di accelerare con la marcia in folle. Negli ultimi 20 anni, dopo la caduta del Muro di Berlino, l'aumento esponenziale del numero di ONG della società civile, think tank, azioni umanitarie, media internazionali, “global” forum, proteste e incontri, ha raffinato le rivendicazioni e ha aumentato la consapevolezza delle nuove generazioni, ma non ha ancora prodotto un progetto politico che sia all'altezza delle loro ambizioni. Via via che aumentano i problemi che si rivelano “globali” nella loro complessità e nelle loro implicazioni, e i loro effetti si fanno più drammatici, questa impotenza sembra divenire sempre più frustrante, e il divario tra aspirazioni e possibile azione sempre maggiore. Negli ultimi sei mesi abbiamo visto e sentito aprirsi una nuova fase in questa dislocazione, con l'esplosione, insieme, di speranza e di rabbia a livello globale. Il G7 può anche essere diventato un G20, gli Stati Uniti d’America possono aver eletto un presidente accolto con esaltazione – per lo meno nell’immediato – dalla maggior parte del mondo occidentale, ma persino noi cittadini abbastanza fortunati da vivere nelle parti del mondo più libere e potenti, quando proviamo a reagire a problemi politici globali che ci appassionano, ci troviamo sempre più nella posizione di umili supplici verso i nostri leader, che siano politici nazionali o burocrati non eletti in organizzazioni internazionali. Abbiamo l’impressione di essere privati di autonomia, e che la democrazia ci sfugga, proprio nel momento in cui ci si aspetta che l’interconnessione della società globale sia ormai autoevidente. In un mondo che si deve confrontare con questioni globali, è codardo e sconsiderato non avere aspirazioni globali, e queste ambizioni costituiscono i legami preziosi che uniscono l’umanità. Ma ciò che le controparti sociali possono ottenere indipendentemente dai poteri politici è limitato, per lo meno nelle condizioni attuali, e quasi tutti questi poteri politici rimangono risolutamente nazionali nella loro costituzione. Questo è persino il caso – ed è scontato ripeterlo – della più “globale” delle istituzioni, le Nazioni Unite, in cui ogni stato ha un voto nell'Assemblea Generale e solo stati privilegiati o eletti hanno il voto nei suoi altri organi. Anche la struttura della Banca Mondiale e l'FMI prevede che i loro membri siano gli stati nazionali. In un’epoca che ammette senza esitazione lo status trans-nazionale dei piu’ grandi problemi che siamo chiamati ad affrontare, e’ sorprendente che il monopolio di autorità politica dello stato-nazione rimanga così poco contestato. Se le istituzioni internazionali sembrano poco democratiche, se i cittadini sentono di non avere nessuno controllo sopra il proprio destino, o nessuna scelta sul tipo di mondo in cui vogliono vivere, è da questo paradosso che dobbiamo cominciare. L’unica entità politica esistente che di fatto pone in questione il sistema dello stato-nazione è l’Unione europea. E questo significa che l’Unione europea ha un enorme potenziale, ancora irrealizzato, di trasformare la logica della politica globale. In quanto maggiore blocco commerciale del mondo, l’Europa potrebbe essere una forza positiva per istaurare una vera agenda di giustizia sociale all’interno dell’economia mondiale. Se imponesse il rispetto di standard di lavoro decenti, proibendo la vendita di beni prodotti in condizioni di sfruttamento, sia se prodotti all’interno che all’esterno dell’Unione, giocherebbe un immenso ruolo per il miglioramento della qualità del lavoro in tutto il mondo. Nello stesso modo, l’Unione europea potrebbe imporre parametri ambientali stringenti, così da rendere impossibile o molto più costoso comprare beni prodotti in maniera ecologicamente insostenibile. Al momento un cittadino europeo deve pagare di più se sceglie di comprare un bene non prodotto sotto condizioni di sfruttamento (commercio equo), e deve pagare di più se sceglie un prodotto che non reca danno all’ambiente – il che rende molto chiaro quale sia la scala di valori attuale nel libero mercato europeo. Se l’Unione europea introducesse una tassa tipo Tobin Tax sulle transazioni finanziarie e monetarie, se introducesse limiti ai salari dei super-manager, se prendesse un forte impegno contro i paradisi fiscali, tutto questo sarebbe una vera forza di cambiamento nell’economia globale perché gli altri paesi non avrebbero altra scelta che reagire e adeguarsi. Tutti questi argomenti sul perché l’Europa dovrebbe importare a tutti quanti abbiano a cuore le sorti della politica globale possono essere moltiplicati, includendo questioni di diritti umani, eguaglianza di genere, pace, migrazione, e molte altre. Ed è in questo senso che non sarebbe una semplice esagerazione dire che per un cittadino in Europa che oggi voglia militare per un diverso sviluppo dei nostri paesi e del nostro mondo, l’Europa è l’ultima utopia rimasta. Al giorno d’oggi, con la fiducia verso le istituzione dell’Unione europea ai minimi, porre una così grande enfasi sul potenziale dell’Europa di divenire l’attore principale di un cambiamento epocale sembra essere una semplice illusione. Non solo l’Unione sembra assolutamente impotente nel prendere posizione nella politica globale, ma le rare volte che lo fa le sue azioni sembrano principalmente atte a mantere lo status quo, o addiritture a promuovere una politica che molti chiamerebbero ‘neoliberale’. Nel contesto della crisi finanziaria, ad esempio, l’Europa è stata incapace di concordare un vero aiuto per i suoi membri più deboli, che sono stati in buona parte lasciati al Fondo Monetario Internazionale. Diversi giudizi della Corte Europea negli ultimi anni sembrano aver favorito le multinazionali invece che i lavoratori. Dinnanzi a una sempre più flagrante discriminazione verso i migranti in paesi come l’Italia, l’Unione europea è stata recalcitrante nel fare valere il principio di diritti umani che professa di rispettare. È stata impotente nel prendere una posizione sulla recente crisi di Gaza, così come altre crisi militari quali quella del Congo. E la lista potrebbe essere estesa. Ciò che è importante capire in questa situazione è come un’istituzione così potente, almeno sulla carta, e con un tale potenziale di inizare una vera trasformazione della politica globale, sembri essere invece incapace di qualsiasi azione e sembri provocare solo indifferenza o antagonismo in così tante persone. Negli ultimi anni si è sviluppata una piccola industria di ricerca per affrontare queste questioni, in università, think tanks, organizzazioni della società civile, ecc., in buona parte finanziata dalle istituzione europee stesse. Ma a noi la risposta sembra semplice: non esiste nessun partito politico o organizzazione indipendente di grande portata che promuova un politica europea alternativa e progressista a livello transnazionale. Le energie politiche scatenatesi negli ultimi mesi hanno dimonstrato la natura anacronistica della logica globale del potere politico, ma anche l’insufficienza degli appelli ad una famigerata ‘societa’ civile globale’, a cui manca un vero progetto di grande respiro per trasformare lo status quo e che rimane in grande parte basata su problemi specifici e ben circonscritti. L’Europa conta, dunque, perché è a quel livello che qualunque progetto politico e culturale veramente innovativo, che cerchi di cambiare le regole globali del mondo contemporaneo, può essere lanciato, per lo meno per quanti di noi vivono in questa parte del mondo. L’Europa conta perché è l’unico motore politico esistente che possa guidare questo progetto al di là delle logiche discriminatorie e d’esclusione del sistema dello stato-nazione. E l’Europa conta perché se rimane ignorata da quanti veramente hanno a cuore il futuro del mondo, continuerà ad esistere nel suo assurdo grigiore e rimarrà un peso morto sui nostri sogni. Per ulteriori informazioni sul caso del Laval, Viking, Ruffert, e del Lussemburgo, consulatare il sito del European Trade Unions congress.
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