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Lo spazio intellettuale in Europa
leonardo (Foto: Vitruvian Man di Leonardo da Vinci, Galleria dell'Accademia, Venezia (1485-90), Wikipedia Commons) Di Gisèle Sapiro, sociologo francese, autore di L’Espace intellectuel en Europe, XIXe-XXIe siècles : de la formation des Etats-nations à la mondialisation, Paris, La Découverte, 2009. Traduzione di Mara Mascilongo L’Unione europea è una costruzione economica e politica ma, nonostante gli insistenti inviti da parte di Commissione Europea e Fondazione europea della scienza rivolti a studiosi e artisti, a riflettere sulla costruzione di una qualche identità, sembra esserci ancora un vuoto culturale. I tentativi di creare un “immaginario collettivo” attraverso antologie, raccolte e collane hanno avuto un impatto limitato ed è ancora più paradossale se si pensa che una tradizione intellettuale esisteva molto prima che comparissero le identità nazionali. La cultura europea: dall'omogeneità alla diversità La cultura europea trova le sue origini nella cultura umanista dei padri fondatori del Rinascimento, un ibrido tra patrimonio cristiano e greco-romano che includeva anche elementi di altre culture come, ad esempio, quella araba. Questa comune cultura venne messa in discussione dallo scisma in ambito religioso che s iè riflettuto sul lavoro intellettuale e dall’affermarsi del paradigma scientifico che contestava l’autorità della religione. Il confronto tra le due culture, scientifica e umanista, cominciato all’inizio del Diciannovesimo secolo, è continuato fino a quando la scienza ha guadagnato sempre più autorità e riconoscimento sociale. Le scienze umane e sociali, nate subito dopo, ancora oggi si trovano contrapposte a quelle empiriche. Tttavia il cambiamento della cultura europea è stato più una diretta conseguenza della costruzione delle identità nazionali che della distanza tra le posizioni intellettuali. Nel secolo successivo il nuovo principio di coesione sostituì la religione per dare vita ad entità astratte su base territoriale e portò alle feroci conseguenze che noi tutti conosciamo, dal colonialismo, alle due guerre mondiali, ai conflitti etnici. Il ruolo centrale attribuito alla cultura ha fatto sì che la costruzione delle identità nazionali dipendesse sempre più dagli intellettuali nelle vesti di costruttori di rappresentazioni collettive – letterati, giornalisti e sociologi – sia che stessero annunciando un futuro radioso o un nostalgico passato perduto, confermandoli profeti del mondo moderno. La costruzione delle identità nazionali trovò affermazione in un contesto di crescente competizione internazionale con l’Europa al centro di tutto e il suo modello che circolava e si diffondeva attraverso un processo di imitazione. Lo sviluppo del mercato del libro favorì il fenomeno della nazionalizzazione della cultura e l’aumento del pubblico di lettori in Europa significò sì, incremento dell’istruzione e del livello culturale della gente, ma anche segmentazione linguistica. Il colonialismo, cavalcando il modello dell’umanesimo universalista, estese le sue aree linguistiche e divulgò la cultura europea in altre parti del mondo. Questo modo di procedere – da un lato divisione in entità nazionali, dall’altro accostamento della cultura popolare a quella dei paesi colonizzati – produsse il terzo fattore di disintegrazione di quella che era stata una cultura europea relativamente unita. Il Romanticismo importò elementi dalla cultura asiatica e araba, fenomeno etichettato poi col termine “orientalismo”. All’inizio del Ventesimo secolo gli artisti moderni scoprirono l’arte africana e, sebbene venne definita “primitiva”, il riconoscimento dell’esistenza di altre culture cominciò a cambiare l’ancora prevalente rappresentazione della civilizzazione come un unico processo storico, spalancando la porta al relativismo culturale. Oggi è la diversità a caratterizzare lo spazio intellettuale in Europa – sia essa linguistica, culturale o di specializzazione – ed è considerata un ostacolo per la costruzione dello spazio europeo per ora mosso da logiche economiche e amministrative che tendono ad omogeneizzare. Si aggiunge poi il fatto che la maggioranza degli intellettuali raccolga consenso soprattutto a livello nazionale. Questa situazione trova ragioni linguistiche e culturali, ma non solo. L’autonomia che lo spazio intellettuale ha guadagnato a dispetto delle previsioni dei poteri politici ed economici. La lezione che ci deriva dalle esperienze macchiate di sangue del passato e la decostruzione delle ideologie nazionali spiegano, senza dubbio, perché l’Europa non ha trovato il suo esercito di profeti; tuttavia, nella costruzione della comunità europea sono stati coinvolti esperti in diritto, in economia e in scienze politiche e sono stati lasciati da parte filosofi e artisti, producendo un intensificarsi di quel “senso di espropriazione e di esclusione da un progetto deciso e attuato da terzi”. Alla divisione intellettuale del lavoro tra memoria, etica e politica, si è aggiunto il riconoscimento sociale del pluralismo, tanto culturale quanto epistemico, che ha portato ad una posizione più relativista proponendo un confronto con il paradigma universalista. Il ruolo degli intellettuali in Europa Quale allora potrebbe o dovrebbe essere il ruolo degli intellettuali nella nuova entità europea, prendendo le distanze dall’identità tecnica o collettiva in costruzione? Questa funzione è rappresentata dall’intellettuale pubblico che, rivendicando la propria autonomia e ponendosi come garante del sistema democratico, si contrappone a quegli intellettuali asserviti al potere politico. Teorizzato da Sartre dopo la Seconda Guerra Mondiale, il concetto di intellettuale pubblico venne ripreso e ridefinito in Francia prima da Foucault e più tardi da Bourdieu. Oltre alla lotta globale contro il neo-liberismo e specifici aspetti politici, il ruolo degli intellettuali potrebbe essere quello di contribuire a denazionalizzare le categorie di pensiero, mantenendo vive le diversità culturali. Come? Insegnando come queste categorie sono state costruite nel passato e quanto sono ancora alla base della nostra visione della storia e della cultura e andando a modificare i programmi di alcune discipline strategiche come la storia e la letteratura, da sempre luogo dell’indottrinamento nazionale. Promuovere un approccio alla cultura ad azione denazionalizzante può produrre un rischioso effetto a catena di cui gli intellettuali dovrebbero essere consapevoli: ignorare le relazioni di potere tra le culture col conseguente rafforzamento delle egemonie culturali. Il risultato di una distribuzione ineguale del capitale simbolico tra le culture (per esempio il prestigio) potrebbe essere la maggior possibilità, per alcune di queste, di ottenere un riconoscimento internazionale o globale. La concentrazione delle industrie culturali attorno a poche grandi città ha vincolato a questioni sociali e geografiche la possibilità per un artista di accedervi, ridimensionando il peso del fattore “qualità”. Questo vale, anche se in misura minore, per le scienze umane e sociali, come è dimostrato dall’esistenza di riviste e associazioni nazionali. Si potrebbe argomentare la disparità nelle relazioni di potere tra culture con la circolazione delle traduzioni. La proporzione è: più i libri di una cultura sono tradotti, più quella stessa cultura è dominante. A determinare il carattere dominante di una cultura concorrono l’equilibrio economico del potere all’interno del mercato globale del libro, fattori politici e culturali come il ruolo che gli stati giocano negli scambi interculturali (sostenendo la cultura nazionale), il capitale simbolico accumulato dalle culture più antiche come quella inglese, francese e tedesca. Il rischio nella globalizzazione o anche nell’europeizzazione di questi mercati è innalzare, invece di ridurre, la curva dell’iniquità della distribuzione. Di seguito i numeri di ciò che accade nel mondo del mercato dei libri da circa vent’anni: lo share delle traduzioni dall’inglese in altre lingue è aumentato dal 45% degli anni Ottanta al 59% degli anni Novanta (si fa riferimento ai titoli tradotti), andando a togliere visibilità a quei libri scritti in altre lingue. Come denazioanlizzare la cultura sensa limitarne la diversità? Questa è la sfida che si pone dinanzi agli intellettuali europei L’Europa, culla del nazionalismo, può essere un laboratorio dove ripensare le diversità culturali in un mondo globale e denazionalizzato, gli intellettuali europei, a loro volta, dovrebbero studiare un sistema di scambi più equi con le ex colonie. Tutto ciò significa, nel concreto, supportare lo sviluppo di canali alternativi di produzione e di diffusione della cultura e di strumenti di collaborazione come la co-publishing (cooperazione editoriale). Gli intellettuali oggi hanno il delicato compito di traghettare verso una cultura denazionalizzata divulgando l’idea che alla base dell’affermazione e del successo c’è la cultura oltre ai principi sociali, economici e politici. Questa è l’unica strada percorribile se si vogliono preservare le diversità culturali evitando di rimanere legati ad una cornice nazionalistica.
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