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Paul Gilroy: La Sfida Cosmopolita di Alfredo Jaar all'Indifferenza Istituzionalizzata
Il Nord e il Sud, i mondi eccessivamente sviluppati, in via di sviluppo e a sviluppo inibito, devono essere resi parte dello stesso presente. Paul Gilroy, traduzione di Alberto Stella. La modernità dell’Europa è stata creata e mantenuta dalla violenza. La sua energia iniziale è stata tratta dalla conquista di popoli proclamati alieni ed inferiori. Il suo dinamismo è stato sostenuto dal consolidarsi di colonie e imperi. Gradualmente, quell’organizzazione precaria e frammentata venne disciplinata dal Capitale entro un sistema di stati nazione e mercati transnazionali. Oggi non è educato, né tanto meno di moda, puntualizzare che l’idea di razza fu un fattore essenziale nel far apparire quelle divisioni arbitrarie come naturali e storiche, scientifiche e inevitabili. I circuiti di potere si stanno allontanando dall’Atlantico. Ognuno di noi ha di fronte catastrofi ambientali e politiche che non riconoscono frontiere nazionali. Questi cambiamenti ci obbligano ad assumere nuovi impegni. Dobbiamo trovare nuove strade per comprendere la nostra situazione in un contesto planetario. Dobbiamo radunare gli strumenti etici e sociali di cui avremo bisogno per vivere pacificamente gli uni con gli altri, attraverso un modello sostenibile che riconosca l’interdipendenza globale e che lasci posto alla forza delle nostre comuni rivendicazioni sulla terra, la cui stessa esistenza è messa a repentaglio. È la nostra umanità a essere in gioco. Le sofferenze nate da questo sistema distruttivo, inerentemente concepito per sfruttare, hanno trovato una voce ed un viso non nel governo, ma nella creatività culturale. Un urgente dibattito riguardo al futuro del nostro pianeta è portato avanti dagli artisti, anziché da politici, giornalisti e accademici. Ogni giorno gli spazi culturali – non solo musei e gallerie – sono i luoghi dove nuove pratiche immaginative vengono acquisite, affermate e ridefinite. Nella preziosa e accogliente aura dell’arte si possono ritrovare i piaceri dell'esposizione alla differenza. Questo contatto con l’alterità non significa necessariamente privazione e pericolo, anche in circostanze in cui si pensa che la sicurezza derivi dall'assoluta uguaglianza. Solo quando ci saremo liberati dall'atteggiamento che considera esotica la differenza etnica e razzializzata, potremo accettare l’ordinarietà della pluralità. Questo contatto emancipatorio aiuterà, fiduciosamente, a coltivare virtù cosmopolite come l'attenzione verso l'altro, la profondità di visione e l'equità. In seguito al riconoscimento dello genocidio nazista come evento epocale, gli artisti iniziarono a domandarsi quali varianti di pratica creativa potessero costituire una risposta appropriata al carattere e all’entità di questi orrori. Essi lottarono per rispondere alle domande etiche che erano imposte dal dovere di impedire il ritorno dell’omicidio di massa e dei crimini contro l’umanità ad esso legati. Questi problemi, e le varie risposte che furono offerte a metà Novecento, ridefinirono i confini di una cultura europea che aveva bisogno di riparazione. I dilemmi etici ed estetici coinvolti generarono uno scontro tra idee che fu prontamente identificato come parte di un più ampio problema morale, filosofico e politico. Essi erano collegati a dibattiti relativi alla teodicea, alla complicità della civilizzazione europea con razzismo e fascismo, al ruolo della tecnologia e della svilita ragione strumentale, all'opportunità della poesia lirica – tutti dibattiti riguardanti la legittimità e l'instabilità della cultura occidentale. All’ombra del trauma e della catastrofe, della testimonianza dei superstiti e della memoria contestata, l’arte dovette essere recuperata e creata di nuovo. Nel romanzo, in forme forse redentive, avrebbe contribuito ad una riveduta definizione di ciò che l’Europa rappresentava, e di cosa sarebbe divenuta in futuro. Solo l’arte poteva restituire all’Europa l’umanità dalla quale era stata alienata. La reazione al fascismo negli anni successivi al 1945 incoraggiò l’emergere di un nuovo linguaggio morale fondato sull’idea dei diritti universali dell’uomo. Queste innovazioni furono combinate per assicurare che l’eredità dell’umanesimo e la categoria di ciò che è umano rimanessero aperte alle riflessioni in Europa. Ciò nonostante, la sanguinosa storia del dominio coloniale e delle amare guerre di decolonizzazione che ne seguirono non furono mai interiorizzate con la stessa profondità. Gli esercizi riflessivi dell’Europa negli anni ’50 erano certamente animati da buoni intenti, ma si incepparono ancor prima di scorgere l’orizzonte di un concreto impegno cosmopolita finalizzato a comprendere la storia del periodo nazista nel contesto dei precedenti incontri con le popolazioni che l’Europa ha conquistato, venduto, sfruttato e, qualche volta, cercato di estirpare. La continuità storica tra i racconti di sofferenza fu ignorata e allontanata. Il palese significato umano di quei terribili eventi fu ugualmente difficile da afferrare. Ma l’affinità tra le due estese fasi di terrore, una nella temperata Europa, l’altra nelle torride colonie, ha acquisito un’importanza fondamentale nel nostro periodo postcoloniale. Forse l’Europa non può ricordare la sua storia coloniale e imperiale senza essere sopraffatta dagli aspetti eccessivamente dolorosi e imbarazzanti riguardo a se stessa e all’ineguale sviluppo della sua civilizzazione. Le guerre coloniali non facevano alcuna distinzione tra civili e soldati. Le convezioni di Ginevra non furono applicate, e armi di distruzione di massa potevano essere utilizzate contro popolazioni primitive senza molte obiezioni. La cultura occidentale rimane disorientata dalle fastidiose notizie che raccontano come le sue aspirazioni civilizzatrici furono compromesse su vasta scala. A peggiorare il tutto, i popoli postcoloniali iniziarono ad apparire entro le fortificazioni dell’Europa. La loro presenza rivelò l’incapacità dell’Europa, proprio come profetizzato molto tempo fa da Aimé Césaire, di risolvere le due grandi difficoltà connesse tra loro che traggono origine dalla sua storia moderna: il problema coloniale e il problema della gerarchia di classe. Chi era venuto dalle colonie a ripulire e a rinvigorire l’Europa successivamente alla guerra anti-nazista, si è trovato gradualmente limitato e privato dei propri diritti di cittadinanza. Rifugiati, richiedenti asilo, indesiderati residenti permanenti senza documenti, compongono oggi una nuova casta di esseri tra gli umani che difficilmente hanno accesso a quei benefici dei diritti umani proclamati a gran voce. Il varco verso il riconoscimento e l’appartenenza viene bloccato con fermezza, nonostante quelle popolazioni si trovino effettivamente qui. Non solo sperimentano razzismo e xenofobia, ma una logica di simultanea esclusione ed inclusione che li confina ad una vita al crepuscolo dell’assenza di diritti. L’arte contemporanea cosmopolita come quella di Jaar ha offerto una risposta terapeutica di cui c'era bisogno. Per prima cosa, quest’arte di opposizioni afferma che non è più possibile difendere l'idea che attribuisce allo sviluppo europeo un'aura di unicità e preziosità. In secondo luogo, suggerisce che la vecchia visione nella quale l’Africa era esiliata dalla storia e priva di storicità si è sciupata ancor prima delle sfide postcoloniali che puntano l'attenzione su simultaneità e responsabilità. Infine, dichiara che gli abitanti delle tristi cittadelle dello sviluppo eccessivo devono riconoscere che il loro destini sono connessi alle vite delle popolazioni del Sud globale, la cui miseria e mancanza di sicurezza condizionano l’abbondanza e la tranquillità che seguono alla scarsità. Questa focalizzazione sull’interconnessione non dà origine ad un'altra sceneggiatura manichea. Segmenti di quel Sud disperato si trovano ora all’interno del Nord e viceversa. Il mondo in cui ci troviamo non è più in bianco e nero. In qualche modo, il Nord e il Sud, i mondi eccessivamente sviluppati, in via di sviluppo e a sviluppo inibito, devono essere resi parte dello stesso presente. Vivere in modo sostenibile e ridurre al minimo i conflitti significa essere pronti ad essere responsabili gli uni verso gli altri. Jaar è all'altezza di questa sfida e le sue opere sono un esempio di ciò che si potrebbe definire un modo di stare al mondo responsabile. Il suo lavoro si fonda su una critica dell'indifferenza nei confronti della sofferenza altrui, che si trova istituzionalizzata nei paesi eccessivamente sviluppati. Non affronta la sofferenza come se fosse esclusiva proprietà – culturale o esperienziale – delle sue vittime. Coraggiosamente, si assume la responsabilità di caricare il peso di queste ingiustizie sulle sue spalle e ci invita a fare altrettanto. La sua ostilità verso l'indifferenza istituzionalizzata è abbastanza profonda da invitare ad un audace ritorno alla scomoda questione della comune umanità. Non si tratta di una replica del vecchio cosmopolitismo basato su un'ospitalità allargata. Gli stati nazionali sono in piena emorragia. Fanno colare, l'uno nell'altro, persone, idee, tecnologie e risorse. Impegnarsi in una sana ridiscussione della nozione di comune umanità potrebbe aiutare a stabilizzare questa situazione. Ma può avere successo solo se condotta in esplicita opposizione alle gerarchie razziali, allo stesso concetto di “civilizzazione” e allo sfruttamento neo-imperiale. Da qualche tempo, i progetti di Jaar su tre continenti si sforzano perché l'Asia, l'Africa e la prima colonia europea, l'America Latina, entrino nell'immagine ufficiale del mondo. Non solo ha messo sotto accusa la subdola ineguaglianza della copertura mediatica ufficiale e ha sfidato la sua geografia implicita. È andato oltre le questioni dell'omissione e dell'inclusione riparatrice, verso un tipo di ricerca completamente diversa. Questo aspetto del suo lavoro fa riferimento ai rapporti di potere che derivano dal controllo delle immagini e dalla loro tumultuosa e contestata ricezione da parte di spettatori ansiosi, che vogliono sapere come reagire alle cose terribili che vedono, ma non sanno cosa fare. Nella loro ricerca di integrità etica, non sono aiutati da una cultura mediatica e un atteggiamento consumista che promuovono la collusione e danno dignità a una cultura dell'indifferenza, fatale sia per i suoi soggetti degradati, sia per i suoi destinatari disorientati. Le opere di Jaar tornano a questi temi fondamentali, al controllo delle immagini e a come rispondere onestamente a richieste di informazioni disturbanti ed impegnative, in situazioni impossibili. Ha sviluppato un commento obliquo ed amaro su questi aspetti del potere post- e neo-coloniale, interrogandosi apertamente su quale sia la responsabilità degli artisti e indagando la difficile condizione di chi, in modo intenzionalmente innocente, raccoglie e trasmette informazione. Un fotografo affronta e cattura ciò che, all'inizio, sembra non essere altro che un altro orrore sublime che sfida tutte le tecniche di rappresentazione. Un momento congelato digitalmente entra nel mercato delle immagini con un nuovo valore, nelle economie politiche e morali dei nostri tempi. Inaspettatamente, acquisisce una posizione nel mondo quotidiano dell'informazione-spettacolo. Ma Jaar mostra quanto fosse fuorviante il giudizio iniziale, che considerava ineffabili quegli orrori. Esorta a riesaminare le regole e i codici che governano il riconoscimento e la rappresentazione degli Altri, la cui presenza rafforza i confini che ci circondano. La loro apparizione nei nostri panorami mediatici e sui nostri schermi non si dovrebbe ridurre a un'alternativa tra banalizzazione e tradimento. Jaar suggerisce che l'artista si potrebbe sforzare di assimilare e umanizzare questi volti senza voce, in modo sia onesto che autentico. Per raggiungere questo difficile equilibrio è necessario spezzare la contrapposizione vittima / colpevole ed aggiungere a questi ruoli limitati un più ampio spettro di possibilità: il rinnegatore, il terzo leso, il testimone e forse, in certe circostanze, persino il salvatore. Quest'espansione inventiva richiede uno sforzo etico e non rimane a lungo responsabilità unica dell'artista. Nelle mani di Jaar, si apre lentamente a domandarsi, in modo necessariamente doloroso, dove si collochino testimoni e spettatori in relazione agli eventi traumatici e deprimenti che compongono l'agenda mediatica globale che registra gli sconvolgimenti commerciali e politici del nostro pianeta. La tragedia del Rwanda, di cui Jaar si è occupato a fondo, rimase fuori da quel programma equivoco, per molte delle ragioni descritte in precedenza. Le nuvole di passaggio su un luogo di memoria divennero un segno passeggero non solo di uno spazio di morte ma dell'enigma ambivalente dell'onesto shock e della vergogna umana. La crescente diseguaglianza tra il mondo eccessivamente sviluppato e il resto del mondo minaccia di compromettere quel terreno su cui si dovrebbe costruire una rinnovata comprensione della comune umanità. Altre espressioni profondamente scomode, come “responsabilità” e “rendere conto”, aiutano a chiarire come Jaar si impegni umilmente a rendere l'umanità degli Altri, di quelle persone che sono rimaste escluse dalle promesse e dalle patologie dello sviluppo eccessivo. Egli propone gli strumenti di media alternativi che potrebbero connettere la loro vita quotidiana alla nostra. Pseudo-notizie filtrate ci arrivano in continuazione dai fronti di guerra. I media sono saturati dai prodotti strategici di un fiorente sistema di pubbliche relazioni. In questo processo, la politica e la cultura popolare hanno acquisito un ritmo inesorabile, che non porta ad affrontare apertamente la sofferenza, vicina o remota che sia. Jaar applica le stesse tattiche umanizzanti ovunque si trovi. Come punto di partenza, c'è sempre il rifiuto di farsi complice dei modelli di visibilità esistenti. Non ti mostrerà né il senzatetto di Montreal, né gli ossari del Rwanda. Ma la presenza di entrambi è pubblicamente segnalata, annunciata in altri modi più impegnativi, rompendo la polarità tra chi decide di comunicare l'orrore e la sofferenza in modi che non saranno mai sufficienti, e chi rifiuta questo compito, scegliendo invece di scioccare. Questo dilemma modernista è rimesso in scena ripetutamente, ma ora è accompagnato da un caratteristico impegno a lavorare attraverso i vincoli del passato coloniale. È questa risoluzione che permette di rompere l'incantesimo malinconico che spinge l'Europa a desiderare un ritorno a quella grandezza svanita con la fine del prestigio coloniale. Ed è così che Jaar estende le famosa esortazione di Fanon a chi fu talvolta beneficiario della dominazione coloniale: “svegliati, indossa il cappello del pensiero e smetti di giocare il gioco irresponsabile della bella addormentata”. Ma in questo caso non ci sono baci. Saranno bagliori di luce e fuoco a indurre quel risveglio tardivo.
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