Una sinistra europea coerente dovrebbe andare oltre tre falsi dilemmi e proporre un’alternativa positiva.
Michal Sutowski (di Krytyka Polityczna)
La Sinistra europea si trova in uno stato di crisi da almeno tre decenni. La causa e’ da ricercare in molteplici fattori, economici e socio-culturali: il post-fordismo e la transizione ad una fase “fluida” di capitalismo; la trasformazione degli ideali emancipatori della rivoluzione del ’68 in un sistema basato sull’edonismo e sul consumo individuale; l’ideologia postmoderna; la decostruzione del welfare state; e, infine, il collasso del socialismo reale nel blocco orientale. A nostro avviso, almeno tre fondamentali dilemmi – opposizioni fondamentali che determinano la struttura del pensiero di sinistra all’inizio del XXI secolo – vengono affrontati erroneamente e costituiscono la fonte principale del problema.
Il primo dilemma riguarda la scala dell’azione: il dilemma tra cosmopolitismo e nazionalismo. Gli oppositor del corrente modello di globalizzazione si suddividono in due gruppi. Da un lato, ci sono quelli che difendono lo stato sovrano, i cosiddetti “anti-globalist”, la cui strategia è basata sulla difesa di società, economie e comunità dall’influenza distruttiva del flusso di capitale, attraverso il rafforzamento dello stato nazione e del protezionismo. Per quanto riguarda l’Europa, essi sono spesso contro lo sviluppo dell’integrazione europea. Dall’altro lato, abbiamo coloro che appoggiano l’idea di un governo cosmopolita globale che coordinerebbe livelli successivi di governo e regolerebbe il flusso economico, per mezzo della costituzione di quella grande comunità che è il Genere Umano. Entrambe le soluzioni sono però vicoli ciechi. La prima non riconosce l’asimmetria di forze tra grandi imprese e governi nazionali. Inoltre, non riconosce il fenomeno della competizione tra diverse località (Standortkonkurrenz), che tende a far defluire capitale verso paesi i cui governi concedono alle imprese tasse e standard di protezione sociali inferiori. La seconda soluzione richiederebbe strutture e istituzioni di dimensioni inimmaginabili (quanti membri dovrebbe avere un parlamento mondiale genuinamente democratico?); ma soprattutto sarebbe basata su assunti universalisti e altamente eurocentrici. In particolare, questo varrebbe per quei principi filosofici di legge che dovrebbero valere in una presunta “repubblica globale”.
Il secondo dilemma che si ritrova comunemente riguarda l’atteggiamento verso ciò che viene più ampiamente riconosciuto come “sistema”: ovvero, tra coloro che appoggiano il cambiamento da una posizione moderata di centro (ad esempio la Terza Via dei vari Giddens, Blair, Schröder) e coloro che invece sono per una resistenza radicale e uno smantellamento del sistema “dall’esterno”. La prima posizione in questo conflitto trova la sua giustificazione nella “presa di coscienza della necessità storica”, per dirla con Fukuyama, del neo-liberalismo e della sua inevitabilità. Allo stesso tempo, essa appoggia l’idea, tipicamente di destra, di trasferire il conflitto politico originario dall’economia alla cultura. La Sinistra può permettersi di lottare contro la Destra per i diritti dei gay, delle donne, dei bambini, dei migranti e così via, ma il capitale, liberato, canta vittoria indisturbato sullo sfondo. Così la lotta per il riconoscimento rimpiazza (invece di completare) la lotta per la redistribuzione, mentre la mancanza di un’alternativa di sinistra spinge gli esclusi sociali nelle braccia dei populisti (Haider, Le Pen). Dall’altra parte, il radicalismo anti-sistema permette ai suoi partecipanti di mantenere il loro valore ideologico incorrotto dal contatto con il centro maggioritario dei media, della politica di attualità e le sue istituzioni politiche. Tuttavia, come giustamente fa notare Slavoj Žižek, il sistema capitalistico è capace di costituire il suo proprio “Fuori”, in cui i suoi critici vengono prontamente inclusi. I sostenitori della rottura radicale, promuovendo un giudizio presunto “dall’esterno”, sostengono e legittimano perfettamente lo status quo. In vari modi: costruendo un’altra nicchia economica (chiamata “rivolta radicale”); riconoscendo il pluralismo (“Ehi, guardate quanto promuoviamo la libertà di parola, persino gente strana come quella può esprimersi!”); o, nel caso estremo, costruendo un nemico-Altro esiliato dalla struttura sociale e simbolica della comunità liberale (il “combattente nemico” a Guantanamo).
Il terzo dilemma riguarda il soggetto del cambiamento: chi sono i “Dannati della Terra”? In questo caso, c’è chi sostiene che ci sia un “interesse collettivo oggettivo” di una certa classe, sottoclasse o proletariato, che sia conscia o meno, e chi sostiene che esistano solo gruppi di interesse separati – gli handicappati, per esempio, o i soggetti a discriminazione. Questi ultimi sostengono che si posssno portare avanti lotte a ciascun micro-livello – gay, femministe, lavoratori sottopagati – separatamente, senza che sia mai possibile costituire un movimento politico. Al lato opposto c’è chi invece crede possibile che le moltitudini create dal capitalismo fluido e azionate da una qualche “mano invisibile” possano rovesciare il sistema armoniosamente e senza bisogno di alcun coordinamento intenzionale. Ma entrambe le soluzioni ci porterebbero fuori strada. I sistemi di gerarchia, sfruttamento, dominazione e discriminazione sono molto più complessi di una divisione di classe. Gli interessi individuali e collettivi non sono “oggettivamente” concorrenti, mentre le loro fonti di oppressione non sono necessariamente le stesse. “Micro-fughe” separate tra loro perciò si riveleranno inefficaci, poiché tattiche specifiche possono rivelarsi spesso contraddittorie tra loro. Molti ricchi gay polacchi, per esempio, hanno votato per il partito liberal-conservatore, perché le tasse più basse avrebbero permesso loro di trasferirsi in quartieri più sicuri.
La capacità critica è sempre stata un punto di forza per la Sinistra, ma raramente ha preso una direzione positiva. Non ci si dovrebbe chiedere che cosa è sbagliato, ma, come diceva Tchernischevsky (ispirando Lenin): “Che fare?”. Tornando a guardare ai dilemmi appena descritti, forse l’unica soluzione attendibile rimane la costruzione di un blocco democratico regionale. Certo, con ciò non ci vogliamo riferire a esempi come il NAFTA, ma piuttosto a qualcosa come il MERCUSUR sudamericano o l’Unione europea. Ovviamente, i loro attuali svantaggi e mancanze sono evidenti (mancanza di coerenza politica, tasse e politiche sociali decise a livello statale, e soprattutto l’enorme deficit democratico). Ciò nonostante, si tratta di forti strutture regionali che rappresentano una grande opportunità di organizzare il mondo su larga scala: la posizione di territori periferici sarebbe rafforzata, ma la modernizzazione non verrebbe a significare occidentalizzazione, e le diverse regioni svilupperebbero in modi diversi il controllo dei mercati e la redistribuzione. Anche rispetto al tema dei diritti umani, il modello dei blocchi regionali risulterebbe più consono al pluralismo e alla contestualizzazione locale, rispetto all’universalismo contemporaneo e al suo imperativo di uniformità al modello occidentale. Infine, il fatto che esistano piu’ possibilità favorisce uno sviluppo più democratico delle norme globali, rispetto a ciò che accadrebbe in un mondo unilaterale. L’idea europea di soft power (il nostro contributo più prezioso all’ordine globale, oserei dire) si radicherebbe più facilmente in una Poliarchia globale.
Superando un’altra falsa opposizione – coinvolgimento o rigetto della corrente principale – cominciamo così a “spostare la corrente principale”. Pur rimanendo in una struttura di democrazia liberale, dovremmo ripristinare il concetto di politica come sfera dell’agon, e non del consenso. In secondo luogo (e questo sarebbe un genuino passaggio a sinistra), dovremmo cercare di ampliare la portata di ciò che può essere detto legalmente nella sfera pubblica. C’è bisogno di presenza nei mass-media, di costruire un network di associazioni, del simbolismo credibile di un progetto politico. La Sinistra deve apparire nei media – non come provocatore, ma come rappresentante di una visione politica coerente, sostenuta da un background accademico, culturale, pop-culturale. Come sosteneva Gramsci, la sfera politica si conquista dopo aver conquistato quella culturale.
Per rispondere alla terza questione, quella riguardo al soggetto del cambiamento, si potrebbe affermare che il ruolo della politica è di determinare correttamente chi siano i “Dannati della Terra”. Interessi diversi non sono oggettivamente convergenti, e solo un’appropriata contestualizzazione e definizione può aiutare a trovare i legami mancanti, una “logica dell’equivalenza”, nelle parole di Chantal Mouffe. La sofferenza, l’indebolimento e la bassa autostima di individui e gruppi non può essere ridotta ad un conflitto. Il compito pratico e intellettuale della Sinistra dovrebbe essere di offrire loro una dimensione politica comune.
Le crisi sono sempre state una minaccia, ma anche una possibilità per la Sinistra. Il 1929 diede vita allo stato sociale negli USA. Lo stesso risultato in Europa fu imposto dai carri armati di Stalin sull’Elbe. Forse il presente collasso dei mercati finanziari aiuterà a finirla con l’idea della “fine della storia”, che offre come uniche opzioni di scelta il capitalismo edonistico americano o il capitalismo servile cinese. Cosa abbiamo in compenso? Per parodiare una frase, probabilmente mai pronunciata da Marx (nonostante ciò che sperava Sorel): a questo riguardo, persino il pensiero più semplice è reazionario. Si vedrà.