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Tesi per un'Europa Alter-Globalizzante
Nel contesto di un’evidente riconfigurazione delle relazioni di potere globali è imperativo discutere le potenzialità e gli obiettivi di una reale pratica politica transnazionale. Etienne Balibar 1. Oggi più che mai, la politica, come sosteneva Max Weber, non può che essere “globale”. Questo non significa che esista una sola politica globale possibile: al contrario, c’è necessariamente una scelta tra diverse politiche, definite dai loro obiettivi, mezzi, condizioni, ostacoli, “soggetti” o “volontà”, e i rischi che comportano. Il campo della politica è quello dell’alternativa. Se partiamo dall’assunto che oggi tutte le possibilità vengono incluse in una tendenza verso la “globalizzazione”, la domanda diventa: quali sono le alternative a queste forme dominanti? L’Europa può essere una forza “alter-globalizzante”? E come? 2. Affermare che la politica non può che essere globale non equivale a dire che la politica non si deve preoccupare della condizione e dei problemi delle “persone” nel luogo in cui vivono, dove la loro storia di vita li ha situati: al contrario, equivale ad affermare che la cittadinanza locale ha come propria condizione una cittadinanza globale attiva. Ogni scelta politica locale di orientamento economico, sociale, culturale, istituzionale implica una scelta “cosmopolitica”, e viceversa. 3. Oggi la posizione dell’Europa nel mondo – nonostante qualche velleità diplomatica – è quella di un cane morto che segue la corrente dell’acqua, privo di ogni iniziativa propria. Oppure – dato il suo peso economico e culturale – quello di un elefante morto che va con la corrente. Gli esempi abbondano: dalla riforma delle Nazioni Unite al rafforzamento del protocollo di Kyoto, dalla regolazione delle migrazioni internazionali alla risoluzione delle crisi in Medio Oriente o al dispiegamento di truppe a sostegno delle guerre iniziate dagli Stati Uniti. Di conseguenza, l’Europa è priva dei mezzi per risolvere i suoi problemi “interni”, inclusi quelli istituzionali. 4. Il fatto che l’Europa non abbia una politica globale implica che non vi siano, se non raramente, politiche globali originate dalle nazioni europee. Le nazioni europee dunque non hanno, se non raramente, politiche interne che presentino alternative reali. In questo senso, le elezioni nazionali funzionano un po’ come un trompe-l’oeil, che però non riesce a ingannare tutti: da questo nasce una progressiva depoliticizzazione. Le questioni globali riemergono dunque in una forma puramente ideologica: “lo scontro di civiltà” e affini. 5. Le cause di questa situazione vanno rintracciate nell’evoluzione delle relazioni di potere storicamente ereditate, rinforzate dallo stato di cose presente. Ma questa evoluzione – che conferisce alla “costruzione europea” una funzione di pura reazione o di puro adattamento – non può spiegare tutto. Dobbiamo completare questa constatazione con un’altra: nella maggioranza della popolazione europea vi è una disastrosa incapacità collettiva ad immaginare politiche alternative, e questo è fortemente legato all’incertezza che incombe sull’identità politica dell’Europa. 6. L’identità europea, dal punto di vista dell’eredità iscritta nelle istituzioni, la geografia, la cultura che deve mantenere, si trova a fronteggiare due problemi, la cui soluzione sarà raggiunta solo a costo di conflitti ed errori. Da un lato deve superare la divisione Est-Ovest, che cambia posizione in diversi momenti nel tempo, che viene associata agli antagonismi tra “regimi” e “sistemi” (non senza i suoi paradossi, per esempio quando l’“occidentalismo” si è diffuso all’Est in seguito alle “rivoluzioni” o “contro-rivoluzioni”), ma non è mai scomparsa. Dall’altro lato, deve trovare un equilibrio tra un’Europa “chiusa” (dunque ristretta, ma dentro quali confini?), che qualcuno potrebbe voler omogeneizzare, e un’Europa “aperta” (non tanto una Grande Europa, piuttosto, un’Europa delle frontiere, consapevole della sua costitutiva compenetrazione con i vasti spazi euro-atlantico, euro-asiatico, euro-mediterraneo, euro-africano). Per andare avanti, l’Europa deve inventare una geometria variabile, una forma di stato e amministrazione senza precedenti nella storia. 7. Di fronte al pur relativo declino dell’egemonia statunitense nel mondo, l’Europa deve scegliere tra due strategie, che gradualmente avranno conseguenze in ogni area della vita politica e sociale: o cercare di formare uno dei “blocchi di potere” (Grossraum) che entreranno in competizione per la supremazia mondiale, o formare una delle “mediazioni” che tenteranno di dare vita ad un ordine economico e politico nuovo, più equo e più decentralizzato, più verosimilmente capace di limitare i conflitti, di istituire meccanismi di redistribuzione, di mantenere sotto controllo le rivendicazioni egemoniche. La prima via è destinata a fallire. La seconda è improbabile senza una considerevole coscienza collettiva e volontà politica, che raccolga l’opinione pubblica del continente. Quel che è certo è che i termini dell’alternativa non possono essere concentrati in una retorica di compromesso tra burocrazie nazionali e comunitarie. 8. Tra il “Nord”, al quale la maggior parte dell’Europa appartiene, e il “Sud” (la cui geografia, economia e grado di integrazione statale sono sempre più variabili), non c’è solo un’interdipendenza ma una genuina, reciproca possibilità di sviluppo (o “co-sviluppo”). È importante riconoscere questa possibilità, e trasformarla in un progetto politico. L’Europa è stata il punto di partenza per l’“occidentalizzazione del mondo”, seguendo modalità segnate dalla dominazione, seppure in gradi diversi. Il fatto che queste modalità siano ora universalmente messe in discussione rappresenta sia un ostacolo che un’opportunità da cogliere: sono le due facce del “post-coloniale”. Solo un progetto come questo potrebbe permettere di trovare un equilibrio tra un’Europa incentrata su legge e ordine, che reprime violentemente le migrazioni che essa stessa provoca, e un’Europa senza confini, aperta a migrazioni “selvagge” (ovvero, migrazioni interamente guidate dal mercato degli strumenti umani). Solo questo potrebbe permettere di indirizzare conflitti di interessi e conflitti culturali tra europei “vecchi” e “nuovi”, “legali” e “illegali”, “comunitari” e “extracomunitari”. Non è una priorità amministrativa, è una priorità esistenziale. 9. Sullo sfondo dell’ininterrotta crisi mediorientale, è necessario creare uno spazio politico che inglobi tutti i paesi intorno al Mediterraneo: solo uno spazio di questo tipo può offrire un’alternativa allo “scontro di civiltà” in quest’area sensibile e cruciale. Per quanto riguarda la questione israelo-palestinese, che ne è l’epicentro, va rigettato il discorso estremista anti-sionista; piuttosto, è necessario, al più presto e in modo concertato, fermare l’espansione israeliana e riconoscere i diritti dei palestinesi – diritti che, tra l’altro, sono ufficialmente sostenuti dalle nazioni europee. Più in generale, questo focolaio di guerre e odi etnico-religiosi dovrebbe essere trasformato in un sito di cooperazione e negoziazione istituzionalizzata, con ripercussioni in tutto il globo. Per ovvie ragioni, dovrebbe essere l’Europa a prendere l’iniziativa. 10. Cruciale per l’alter-globalizzazione sono i seguenti “cantieri” giuridici e politici: - La regolazione democratica dei flussi migratori, dunque la riforma del diritto di mobilità e di residenza, ancora fortemente connotato dagli interessi nazionali, a spese della reciprocità; - La “sicurezza collettiva” e, rispettivamente, la responsabilità penale degli stati e degli individui davanti alle istituzioni sovranazionali, dunque la riforma dell’ONU, ancora bloccata dalla difesa di posizioni ereditate dalla seconda guerra mondiale e dalla logica di potere; - Il rafforzamento delle garanzie di libertà individuale, diritti delle minoranze e diritti umani, dunque le condizioni pratiche e legali dell’ingerenza umanitaria. - L’emergere di istanze di negoziazione e regolazione economica, di controllo dell’evasione fiscale e di garanzia diritti sociali, così da proiettare su scala globale il modello keynesiano ora smantellato a livello nazionale; - Infine, rendere prioritari i rischi ecologici rispetto ad altri fattori di insicurezza. La lista non è chiusa, ma dimostra quanto sono diversi e interconnessi gli elementi che ora formano, su una scala globale, la sostanza della politica reale. 11. Le tesi elencate sono solo proposte per orientare e aprire un dibattito. Piuttosto che presentare soluzioni, sono tentativi di spiegare contraddizioni che non possono essere ignorate. Ora si tratta di stabilire pietre di paragone su cui misurare rigore e integrità per un dibattito politico in Europa oggi. E questo dibattito, speriamo, ci renderà capaci di integrarle, chiarirle, modificarle. Etienne Balibar insegna filosofia e teoria politica a Paris X Nanterre e University of California, Irvine.
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