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Tra diritti civili e diritti negati: essere donne in Turchia
(Photo by: Agnese Cossa- onceiwasmyself/Flickr) Il 14 ottobre 2009 è stato presentato a Bruxelles il Rapporto annuale 2009 redatto dalla Commissione Europea sulla Strategia dell'Allargamento: nonostante il documento sia risultato moderatamente positivo circa i miglioramenti necessari a rendere la Turchia idonea all'entrata nell'Unione Europea, il Commissario Europeo per l'Allargamento Olli Rehn ha sottolineato come il rispetto dei diritti umani sia una condizione sine qua non per l'adesione all'UE, nonchè la base del processo di democraticizzazione. Solo il 9 Giugno 2009 la Corte Europea per i Diritti Umani ha infatti condannato la Turchia a pagare una multa di 36.500 euro per il mancato rispetto dei diritti delle donne all'interno del paese e per non averle protette dalla violenza domestica: l'uguaglianza, secondo le numerose associazioni femministe presenti nel paese, sarebbe garantita dalle leggi ma di fatto inapplicata. Già dalla Dichiarazione della Repubblica Turca del 1923, uno degli elementi più significativi nella rivoluzione sociale sostenuta dal "padre della patria" Mustafa Kemal Atatürk era l'emancipazione femminile: la donna perse la sua posizione di inferiorità, abbandonò il velo e la sua presenza divenne gradualmente una realtà importante della vita sociale. Venne inoltre realizzato nel 1926 un nuovo Codice Civile sul modello di quello Svizzero, che cambiò improvvisamente la struttura della famiglia, ripudiando la violenza, abolendo la poligamia, permettendo il diritto al divorzio per entrambi i sessi, fissando l'età minima per contrarre il matrimonio a 15 anni per le donne e 17 per gli uomini ed eguagliando il valore della testimonianza (prima quella di un uomo era pari a quella di due donne). In tempi più recenti, numerose normative hanno continuato il percorso di uguaglianza cominciato con la rivoluzione, così che negli anni '90 la Turchia ebbe persino un Primo Ministro donna, Tansu Ciller ( mentre in altri paesi, in Italia ad esempio, ciò non è mai accaduto): nel 1998, un anno prima che alla Turchia fosse assegnato lo status formale di paese candidato da parte dell'UE, il Parlamento turco ratificò una nuova legge in materia di violenza domestica; nel 2001 fu approvato il nuovo Codice, che aboliva la supremazia dell'uomo nel nucleo familiare e fissava a 18 anni l'età legale minima per contrarre matrimonio; nel 2004 fu emendato il Codice Penale allo scopo di inasprire le pene per alcune forme di "crimini d'onore" che coinvolgono ancora oggi le donne; infine, nel mese di marzo 2009 è stata costituita all'interno del Parlamento una commissione ad hoc con il nome di “Commissione sulle pari opportunità di uomini e donne” . Nonostante questo, le discriminazioni continuano: un esempio ormai tristemente noto è la protesta di piazza di Beyazit del 6 marzo 2005, quando una pacifica manifestazione per la festa della donna si trasformò in violenza cieca contro le circa 150 partecipanti, trascinate dagli agenti in tenuta antisommossa sui pullman a colpi di manganello, utilizzando gas irritante. Nel rapporto 2009 di Amnesty International si legge: “Leggi e regolamenti studiati per proteggere donne e ragazze dalla violenza non sono stati adeguatamente messi in atto. Finanziamenti insufficienti e inazione dei dipartimenti governativi hanno indebolito i provvedimenti previsti da una circolare del primo ministro emanata nel 2006 volta a combattere la violenza domestica e a impedire i delitti "d'onore". Pochi progressi sono stati fatti nel fornire case protette a donne sopravvissute alla violenza nella misura stabilita dalla legge sui comuni del 2004 - almeno una casa protetta per ogni comune con popolazione superiore a 50.000 abitanti”. Circa i c.d. "delitti d'onore",sono classificati quei casi in cui alla donna che ha disonorato la famiglia, venga offerta "l'alternativa" (ammesso che possa definirsi tale) tra togliersi la vita oppure essere segregata in una stanza fino a quando non decida di farlo: nel caso in cui non si riesca nell'intento, il compito di ucciderla spetta al maschio piu giovane della famiglia, nella speranza che al processo la condanna sia piu lieve. Secondo un’inchiesta sulla violenza coniugale, il 39 % delle donne turche pensa che sia diritto del marito picchiare la moglie in diversi casi, tra cui il rifiuto ad avere rapporti sessuali, il trascurare i bambini, l’aver ecceduto nelle spese o l’aver cucinato male: in questo stesso rapporto viene poi dimostrato che l’istruzione è cruciale per sradicare queste credenze e che le donne più istruite difficilmente si piegano ad insulsi codici maschilisti. Il 9 novembre 2009 a seguito di una interrogazione presentata in parlamento dalla deputata Fatma Kurtulan del Demokratik Tolum Partisi (DTP, il partito democratico e filo-curdo), il ministro della giustizia Sadullah Ergin ha messo in evidenza dati ancora piu allarmanti: il 42% delle donne risulta vittima di aggressioni fisiche e sessuali; i casi di violenza nei primi sei mesi del 2009, presentano un'incremento addirittura del 1400% rispetto al 2002. Anche i casi di omicidio sono aumentati passando dagli 83 del 2003 agli 806 nel 2008: una triste media di 4.5 donne al giorno uccise. Inoltre la quota di donne turche che siede in Parlamento è ancora pari a circa il 9% ed è talvolta inferiore a livello comunale. Piu positivi i dati sull''istruzione: le donne turche sembrano aver compiuto ingenti progressi negli ultimi anni, che le hanno portate ai livelli simili e in alcuni casi superiori a quelli della media europea. L’Europa può essere un ottimo trampolino di lancio e sensibilizzazione al problema, nonché un grosso stimolo per non soccombere all’ignoranza: la soluzione è sicuramente quella di confrontarsi democraticamente, senza esasperare un controproducente attaccamento ad una presunta identità europea violata, con la speranza che il grido delle migliaia di vittime non rimanga inascoltato.
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