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Burqa: tra giudizi e pregiudizi
(Beggar in chador- Tehran. Photo by: Damon Lynch/ Flickr- www.damonlynch.net).
E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e (..) non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto ciò che fuori appare, e pongano un velo sui loro seni”. (Corano.versetto XXIV:31)
Negli ultimi sei mesi in Francia, una commissione parlamentare è stata incaricata di suggerire il divieto (anche se non giuridicamente vincolante) di mettere il burqa nelle amministrazioni e in luoghi e trasporti pubblici: 18 misure da adottare contro il velo integrale. Sarkozy punta sull'immigrazione e sul problema sicurezza e richiama l'argomento burqa, calcando le idee già proposte da Chirac nel 2004: in nome di una presunta emancipazione del ruolo della donna, appoggia la petizione presentata da circa 60 ministri di diversi schieramenti politici: “Non possiamo accettare nel nostro paese delle donne prigioniere dietro una griglia, tagliate dalla vita sociale, private di ogni identità. Non è l’idea che la repubblica francese si fa della dignità della donna”. Mentre aumenta il numero di donne che decidono spontaneamente, almeno in teoria, di indossarlo, i politici della Francia laica si schierano compattamente, contro ogni tipo di fondamentalismo. Sarkozy, inizialmente favorevole alla cd. "Laicità positiva" (maggior rispetto al fatto religioso nella vita pubblica, compreso il velo) sembra essere tornato sui suoi passi. Alexandre Del Valle, geopolitico e saggista francese, afferma: “per salvare l'Europa bisogna promuovere il “patriottismo integratore”: integrare gli immigrati non certo adattandoci alle loro usanze e regole anti-laiche (e a volte barbare!) bensì trasmettendo il nostro amore per la nostra cultura, civiltà, patria. Non siamo una terra di nessuno o da conquistare”. MA COS'E' IL BURQA? Nelle norme coraniche non si parla del burqa, ma ci si limita a imporre il velo. Il burqa è stato introdotto nel 1900 nel regno di Habibullah, che lo impose alle 200 donne del suo harem per non indurre in tentazione altri uomini quando si fossero esposte fuori dalla residenza reale: divenne un capo di abbigliamento privilegiato per le donne dei ceti abbienti, e poi, dopo gli anni '50 si diffuse indistintamente a tutti i ceti. Durante il 1961 venne introdotta una legge che ne vietò l'uso alle dipendenti pubbliche, ma durante la guerra civile, sotto il regime islamico e soprattutto con i talebani, sopraggiunse il divieto assoluto per le donne di mostrare il volto, e pertanto venne ripristinato. Non tutti i paesi musulmani ne impongono l'obbligo, inoltre esistono varie tipologie di capi di abbigliamento che variano da paese a paese (ma che noi chiamiamo volgarmente con lo stesso nome): BURQA: velo che ricopre la donna integralmente coprendo gli occhi con una rete. NIQAB: velo che ricopre la donna integralmente lasciando una fessura sugli occhi. HIJAB: tenuta lunga e ampia, di colore sobrio; di solito portato assieme ad un velo che copre capelli, collo, spalle e petto. CHADOR (o chadar): è un indumento tradizionale iraniano simile ad una mantella. Le donne iraniane non devono indossare obbligatoriamente l'indumento: oggigiorno è popolare tra le donne più povere, che sono le più devote, ma varia anche in base all'area geografica. Nella penisola arabica è invece molto comune l'ABAYA: è il hijab tradizionale, un lungo camice nero che copre tutto il corpo, eccetto mani testa e piedi: per la testa è poi consuetudine usare il niqab o un semplice velo che copre solo i capelli. Il burqa viene definito come una “reale sfida per le società democratiche”: in questo caso, un indumento che suona come una sfida ai valori della nazione francese. QUANTE SONO LE DONNE CHE PORTANO IL BURQA IN FRANCIA? Il numero si aggira intorno alle 1900 donne, due terzi di nazionalità francese, la metà con meno di 40 anni: Sarkozy afferma che in Francia non c'è posto per gli estremismi, e il burqa ne sarebbe un simbolo assoluto: ma pare tuttavia che una legge che si riferisca a 1900 donne, un numero alquanto irrisorio rispetto ai 6 milioni di musulmani presenti nel paese, sia una lotta contro i mulini a vento. REAZIONI DALL'ESTERO Il dibattito si sta sviluppando in tutta Europa. I politici calcano le due motivazioni principali per vietarlo: il rispetto delle donne e la sicurezza, perchè le autorità lo vedono come un'avanzata dei fondamentalismi islamici. Ma un conto è parlare di sicurezza, un altro parlare di diritti. In ITALIA, il ministro degli Esteri Franco Frattini, ha dichiarato di non essere totalmente favorevole alla sua abolizione, ma che la questione vada inserita in un programma più ampio di “integrazione”. Ma qui si dovrebbe aprire un'altra questione: cosa significa integrazione? L'europarlamentare italiana Mara Bizzotto della Lega Nord ha dichiarato: “quello del burqa è un problema che investe sia la sfera dei diritti della donna, sia le giuste e doverose esigenze di sicurezza e di ordine pubblico tanto care all'Unione (…) Questi veli, oltre ai noti problemi della sicurezza, sono il simbolo dell'oppressione e della sopraffazione delle donne che la democratica Europa non può accettare: per questo penso che l'uso del burqa e del niqab in luoghi pubblici non possa essere tollerato, anzi, debba essere bandito”. Ma quale problema di ordine pubblico può creare una donna nascosta sotto il velo? La Lega Nord ha inoltre proposto, lo scorso 2 ottobre, un testo che modifica la legge 645 del 1975 in materia di tutela dell'ordine pubblico, proponendo di punire chi “in ragione della propria affiliazione religiosa” indossi in pubblico indumenti che rendono “impossibile o difficoltoso il riconoscimento”: la pena prevista è l'arresto se si è colti in flagranza di reato, reclusione fino a 2 anni e multa fino a 2000 euro. A sua volta Emma Bonino ha dichiarato che “indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico viola le leggi dello stato e il concetto della piena assunzione della responsabilità individuale”. I paradossi non mancano e basta pensare alla campagna del sindaco di Varallo, Gianluca Buonanno, il quale ha annunciato cartelloni con la scritta: “comune non islamizzato”, per capire che il clima di intolleranza nei confronti dello straniero sta aumentando esponenzialmente. Insomma, siamo davvero sicuri che si stia cercando di tutelare i diritti delle donne o la posta in gioco è molto più alta? Quanto può essere credibile un politico che afferma di voler bandire il burqa per ampliare i diritti delle donne musulmane, dichiarando che “Maometto era pedofilo” (Santanchè a Domenica 5, novembre 2009)? Insomma, al limite, si tratta di difendere i diritti della donna, non i valori della Francia, né tantomeno tutelare la sicurezza. Vogliamo negare che fino a non molto tempo fa, alcune pratiche ancora utilizzate oggi da alcune culture, come il fazzoletto sulla testa, o i matrimoni combinati, erano in vigore e ampiamente tollerati anche nella democratica Europa? Non si tratta di decidere se sia giusto o sbagliato; la nostra presunta emancipazione, ha assunto i tratti di una cultura basata su calendari e veline: chi siamo noi per decidere a nome di altri? La nostra “emancipazione” è avvenuta nel corso dei secoli, spontaneamente. L'odio si alimenta con l'ignoranza, e porta al paradosso disumano della critica spietata di ciò che non si conosce: ci si sente in diritto di giudicare una cosa di cui non sappiamo assolutamente nulla. Schiavismo, subordinazione, o un semplice atto di fede che spaventa perchè ostentato? Il rispetto della donna è una questione delicata: coloro che lottano a tutti i costi per eliminare questo simbolo, combattono una guerra che non è la loro, con la pretesa di conoscere meglio di esse quale sia il modo migliore e più giusto di vivere. In BELGIO la discussione è ancora aperta, anche se in alcune città già vige il divieto di portare il burqa (Anversa, Gent, Maaseik, Sint Jans Molenbeek, Lebbeke). OLANDA: il progetto di legge della destra di vietare il burqa non è mai stato approvato: nel 2008 con la vittoria del centrosinistra la precedente proposta è stata abbandonata, ma è stato chiesto a tutte le amministrazioni pubbliche (incluse scuole ed ospedali) di inserire nei propri regolamenti interni il divieto di indossare qualsiasi copricapo che nasconda completamente il volto, inclusi caschi e passamontagna. Dal canto suo, l'INGHILTERRA sembra essere di tutt'altro avviso: venerdi 22 gennaio Gordon Brown ha ribadito la sua scelta per la libera espressione delle credenze religiose, in tema di abbigliamento: “in Inghilterra siamo a nostro agio di fronte all'espressione delle diverse convinzioni, sia che si indossi il turbante, il hijab, il crocifisso o la kippà. Questa diversità è parte importante della nostra identità nazionale e uno dei nostri punti di forza” ; inoltre ha aggiunto: “il governo britannico comprende le inquietudini che accompagnano le restrizioni supplementari di indossare segni religiosi in Francia”, ma sottolinea che questo è un problema della politica nazionale francese. SPAGNA: recentemente si è parlato di un giudice che ha imposto alla testimone di togliersi il velo integrale in tribunale per l'obbligo di pubblicità della testimonianza: non esiste però una legge che ne regoli l'utilizzo nei luoghi pubblici. Dalla SVEZIA un "no" deciso: il primo ministro Fredrik Reinfeldt ha infatti affermato: “la legislazione non dovrebbe comportare un allontanamento delle donne dalla società”, e questa legge rischia appunto di portare le donne a cui si riferisce, a chiudersi in casa. Vorrei concludere con le parole proveniente da un quotidiano in DANIMARCA, il Politiken, che ha così commentato: “un divieto assoluto contro questo fenomeno settario di minima diffusione potrebbe paradossalmente contribuire a rafforzare un certo conservatorismo religioso”; e inoltre aggiunge: “il modo migliore per diffondere il burqa e niqab è proprio presentandoli come problemi, facendone i simboli non tanto della sottomissione del genere femminile, quanto della protesta e della sfida di una società che non sa tutelare le proprie minoranze”.
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