
(Photo:
Survival Group/Flickr)
Arnaud Elfort e Guillaume Schaller del Survival Group hanno fotografato gli spazie e gli elementi di arredo urbano che sono stati costruiti e pensati per escludere. Intervista.
Cosa sono gli antisiti?
Chiamiamo “antisite” tutti gli spazi che sono stati occupati da "arredamento urbano" che va direttamente contro i senza tetto. Si tratta di spazi che, nella città, sono in qualche modo "condannati". Gli “Anti-sites” sono occupati da oggetti e cose – come i ciotoli per esempio – che hanno lo scopo di impedire usi indesiderati dello spazio. A volte lo scopo di questi oggetti o luoghi è nascosto dietro la falsa apparenza di un mini giardino o di un oggetto decorativo, la cui forma è spesso creativa.
Come siete arrivati a creare questo database di foto di anti-siti a Parigi?
Il progetto è nato in maniera spontanea qualche anno fa mentre stavamo sviluppando interesse per questo tipo di “arremento urbano di esclusione”. Dopo un periodo iniziale ha preso la forma di una reazione a immagini scioccanti: quella degli arredi urbani “anti-homeless” messi proprio di fronte al palazzo dove hanno sede gli uffici per la disoccupazione. Mettere questo tipo di oggetti proprio di fronte a un edificio che dovrebbe essere votato alla solidarietà è, allo stesso tempo, ironico e scioccante. Abbiamo perciò organizzato un'inaugurazione per questi oggetti: li copriamo con dei lenzuoli bianchi e li “inauguriamo”, come se fossero delle opere d'arte. Li celebriamo poi con un discorso che, ironicamente, da valore alla forma e alle caratteristiche dell'oggetto, usando una retorica da critica artistica. Dopodiché abbiamo iniziato a fotografare alcuni di questi spazi e la cosa è diventata sempre più interessante. Abbiamo iniziato con i più ovvi, poi con quelli a cui oramai siamo abituati, che risultano quasi invisibili: quelli che sembrano una decorazione all'entrata di un palazzo, e quelli che sembrano dei parcheggi per biciclette... ne abbiamo scoperti di tutte le forme e gli stili. Alcuni sembrano addirittura sculture minimaliste.
Cosa ha permesso il processo di archiviazione delle immagini?
Raccogliere le foto è stato un procsso di “localizzazione degli spazi di oppressione”. Questi oggetti sono violenti. Raccogliere foto di questi oggetti permette di mostrare la violenza che solitamente non si è abituati a vedere. Non sono oggetti che si vedono in maniera “automatica”: bisogna guardare la foto e chiedersi “è un giardino?”, “È un elemento decorativo?” “Oppure ha altri scopi?” . Le tecniche di dissimulazione sono varie. E ti metti a riflettere sul fatto che ci sono persone che pensano a realizzare questo tipo di oggetti, che li concepiscono in modo che non sembrino violenti. È un processo realmente insidioso che è all'interno nel funzionamento delle nostre società. Non è una chiara politica di esclusione ma la si trova ovunque. Abbiamo visto i recenti cambiamenti nella città. Per esempio circa dieci anni fa eravamo tutti scioccati quando abbiamo visto sostituire le panchine nelle metropolitane con delle sedie singole, destinate ad evitarne l'uso da parte dei senza tetto. Ora, sul Canal Saint Martin a Parigi, in uno spazio che era ospitava tende dell'associazione Don Quichotte per i senza tetto in inverno è stato creato un nuovo “giardino ecologico”. Gli antisiti avanzano da e rivelano una precia organizzazione societaria: quella della sicurezza e della sorveglianza. E non solo ai senza tetto è vietato sedersi: questi luoghi partecipano all'aumento di fluidità della città, la sconfitta dellla possibilità di “non far nulla” .
“Antisites” è un progetto del Survival Group, ora in una mostra curata da Estelle Nabeyrat, The Survival Group, 2°37E, 48°86N, Arslonga, Paris.