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“Flopenhagen": andare oltre la debolezza europea
climatechangeoxfam (Photo: Piotr Fajfer / Oxfam International) Di Lorenzo Fioramonti, traduzione di Valentina La Gatta Malgrado la retorica politica, sappiamo tutti che il COP15 è stato un fallimento totale. Diversamente da quanto annunciato dal Segretario Generale dell'Onu e da alcuni leader mondiali, che hanno descritto il risultato di Copenhagen come un "primo passo in avanti", i gruppi sociali e le organizzazioni ambientali non hanno visto il summit di dicembre come "l'inizio" di qualcosa, ma piuttosto come un'ultima spiaggia, un tentativo tardivo di trovare un accordo su una struttura globale per limitare le emissioni dei gas serra. Questo perché fin dal 2005, anno di entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, le attività di emissione sono state tutt'altro che ridotte. La temperatura globale è aumentata in modo costante, le condizioni climatiche sono cambiate drammaticamente, i disastri naturali si sono intensificati in tutto il globo, colpendo sia i Paesi poveri, sia le economie più benestanti. All'inizio della conferenza, quando le aspettative erano ancora alte, gli ambientalisti avevano introdotto lo slogan "Sarà un Hopehagen o un Flopenhagen?". Ora è sotto gli occhi di tutti che la Conferenza di Copenhagen è stata un completo fallimento. La sfida posta dal cambiamento climatico è una questione complicata, perché ostacolata da tutti i dilemmi tradizionali dell'azione collettiva. Proviamo ad immaginare un contesto nel quale solo alcuni Paesi abbiano trovato un accordo su una nuova struttura: se le cose stessero così, questi dovrebbero sopportare il peso del dover ridurre le loro attività economiche, mentre i benefici potenziali delle loro azioni andrebbero a beneficio di tutta la comunità, inclusi i Paesi che si sono opposti agli accordi. In termini economici, chiunque farà il primo passo sarà probabilmente anche il primo a rimetterci, a vantaggio dei potenziali scrocconi. E per quanto importanti possano essere la morale e la giustizia, l'economia resta la priorità indiscussa nell'agenda di tutti i governi (o almeno di quei governi che mirano ad essere rieletti), specialmente in un periodo di crisi economica mondiale. Ne consegue la tendenza dei leader europei ad addossare la colpa del fallimento del summit di Copenaghen sui soliti sospetti, Cina, India e il cosidetto gruppo delle “nazioni emergenti”. Ci è stato detto che questi Paesi hanno rifiutato accordi su obbiettivi per loro vincolanti, questo nonostante il loro “contributo” in emissioni di Co2 sia ormai rilevante. Questo da cosa dipende? I “Paesi emergenti” hanno adottato il modello occidentale di sviluppo economico (che mette in relazione lo sviluppo sociale con il Pil), sostenendo quindi che per sradicare la povertà e per modernizzare le loro società sia indispensabile una crescita economica basata sui combustibili fossili. In tutta onestà è difficile controbattere una simile argomentazione. Se si considera l'impatto storico delle emissioni inquinanti (la quantità di gas serra che si è accumulata nel corso di decenni), sia l'Europa che gli Usa si trovano davanti a qualsiasi altro Paese. Gli scienziati si trovano d'accordo nello stabilire che ad esercitare il maggiore impatto sul cambiamento climatico sia in realtà l'accumulazione delle emissioni di carbone e non i attuali livelli complessivi. I Paesi industrializzati si posizionano, inoltre, ai primi posti quando si parla del contributo di emissioni pro capite: un cittadino americano è 250 volte più responsabile del cambiamento climatico che non il suo equivalente cinese, mentre l'impronta ecologica di un europeo è di circa 100 volte maggiore a quella di un indiano. Se i leader europei fossero stationesti nel discutere i provvedimenti necessari a combattere il cambiamento climatico, avrebbero dovuto ammettere che non tutti i Paesi sono disposti o pronti a mettere in atto soluzioni realmente efficaci. Se il mondo continuerà ad aspettare il raggiungimento di un accordo comune e multilaterale, non vi sarà più un pianeta nel quale vivere. Dopo il fallimento del COP15, è arrivato il momento che qualcuno faccia una "prima mossa". L'unione Europea, con il suo potere economico ed i volumi della sua attività commerciale, è la candidata più idonea a rivestire questo ruolo. La responsabilità democratica rafforza ulteriormente questa potenziale leadership: a differenza del pubblico americano, che si è lasciato coinvolgere solo in parte nella lotta contro il cambiamento climatico, la grande maggioranza degli europei è pronta per compiere delle azioni intraprendenti e si aspetta che i loro governi prendano l'iniziativa. L'Europa potrebbe quindi usare i suoi strumenti economici per convincere, invitare o anche costringere gli altri Paesi a seguire il suo esempio. L'Ue ha adottato sanzioni, embarghi e altri tipi di condizioni per promuovere i diritti umani, la democrazia e un buon governo. Perché non applicare queste politiche anche al cambiamento climatico? A dire il vero, non vi sarebbe alcun bisogno di adottare specifiche misure punitive. Sarebbe sufficiente influenzare il suo enorme mercato. Per esempio, i Paesi europei potrebbero adottare un regolamento che stabilisca che tutti i beni commerciati all'interno del mercato comune debbano rispettare una certa impronta ecologica stabilita dalla Commissione Europea. Questa semplice politica costringerebbe le compagnie europee a pensare due volte prima di trasferire parte del loro processo produttivo in nazioni nelle quali le leggi ambientali sono più permissive, costringendo inoltre le compagnie straniere che vogliono commerciare con l'Unione ad adottare standard europei anche quando producono altrove. Un simile regolamento tra l'altro non violerebbe nemmeno l'approccio dell'Ue al commercio equo e solidale. In effetti, l'Ue applica già una serie di restrizioni ai prodotti stranieri quando potrebbero violare la regola dell'origine o non rispettare alcuni standard di imballaggio: è più giustificabile moralmente difendere la denominazione geografica del "prosciutto di parma" o del "whisky scozzese", la cui protezione ha causato tensioni durature con i Paesi in via di sviluppo, che giustificare la sopravvivenza del genere umano? La retorica europea è volata molto in alto a Copenaghen. Hanno promesso un taglio del 30 per cento delle emissioni entro il 2020 e milioni di fondi da destinare alle politiche di adattamento ed all'innovazione tecnologica nei Paesi poveri. Naturalmente, queste promesse dipendevano dall'adozione di un accordo che fosse vincolante per tutti. Ora che l'accordo non è stato ancora trovato, sarà in grado l'Europa di far strada? O continuerà invece a nascondersi dietro alle sue debolezze? * Lorenzo Fioramonti è docente di Relazioni Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Bologna. È anche il direttore de "l'Era dell'Adattamento", un documentario che tratta la crisi economica, la crisi sociale e quella ambientale. Per vedere il filmato clicca qui.
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