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Hrant Dink: una ricorrenza da non dimenticare
hrant dink ("Hrant Dick". Photo by: ucmorlale/Flickr).
"Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere" (da “La valigia di mio padre”, Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006).
Il giorno 19 gennaio 2010 ricorre il terzo anniversario della morte dell'armeno Hrant Dink, scrittore e giornalista di 52 anni, ucciso nel 2007 da un estremista con tre colpi di pistola alla gola, sotto la redazione del giornale "Agos" ("il Solco"), quotidiano bilingue (armeno e turco) da lui fondato. Nato a Malatya (Turchia), a Istanbul dall'età di sette anni: laureato in zoologia, continuò i suoi studi di filosofia , battendosi quotidianamente per i diritti delle minoranze e per la ricerca di un dialogo tra turchi e armeni. Hrant Dick era da tempo vittima di minacce da parte di ignoti, a seguito della sua condanna nel 2005 (successivamente sospesa) per aver offeso l'identità turca. Le sue colonne intitolate "Sull'identità armena", lo avevano reso famoso come colui che per la prima volta, sfidando le ire dei nazionalisti turchi, aveva definito il massacro armeno (1890-1917) un genocidio. La stessa pena, prevista dall'articolo 301 del codice penale turco ("offesa alla turchicità"), è stata peraltro rivolta anche ad altri intellettuali turchi, tra cui lo scrittore Orhan Pamuk (premio Nobel per la Letteratura 2006). Purtoppo la riforma del suddetto articolo, fortemente spinta dall'Unione Europea, non sembra aver portato alcuno degli effetti tanto desiderati: violenze e minacce contro gli intellettuali vengono portate avanti senza ritegno. Dalle indagini sull'omicidio emerse una fitta rete di rapporti tra istituzioni, forze armate e gruppi di estremisti (cd. "lupi grigi"). "La morte di Dink – commentò così il Consiglio per la Comunità armena di Roma proclamando il lutto - è frutto della cultura dell'odio verso gli armeni che ancora resiste nella frange estremiste della società turca. Un odio alimentato dal potere di Ankara. Ma l'assassinio di Dink è, purtroppo, anche il frutto di quell'opportunismo politico, di quegli interessi economici, di quella indifferenza che alberga in taluni settori della società europea ed italiana”. Nel 2009 è giunto un appello da parte di trecento intellettuali per la riconciliazione con il popolo armeno, in risposta al quale il Primo Ministro ha così replicato: "la Turchia non deve chiedere perdono ad alcuno per il genocidio del 1915"; inoltre la richiesta di rinominare la strada di Istanbul "Safak Street" in "Hrant Dink Street" è stata negata dalle istituzioni di Istanbul senza una chiara motivazione: chiari segnali che la Turchia è ancora ben lontana da un confronto sincero sui suoi passati errori. Il processo di democratizzazione turco sarà uno degli argomenti alla base del prossimo summit europeo, che si terrà a Strasburgo dal 18 al 21 gennaio 2010, con particolare riferimento alla condizione dei curdi (minoranza etnica che rappresenta circa il 10% della popolazione). I rapporti tra le autorità e i partiti filocurdi nel 2009 sono stati infatti al centro di grandi tensioni, a seguito degli scontri armati tra il partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e le forze armate turche: sono state create delle zone temporanee di sicurezza nelle province orientali e sudorientali, e gli scontri sono proseguiti; inoltre attentati esplosivi, spesso contro l'inerme popolazione civile, hanno provocato la morte di centinaia di persone. A causa di questa situazione, i cittadini di origine curda hanno visto crescere notevolmente le violenze e minacce nei loro confronti: fino al mese di settembre, gli scontri si sono protratti nella provincia occidentale di Altinova. Bisogna indubbiamente spianare la strada ad un dialogo più sincero con la popolazione civile, ma la Turchia continua imperterrita a perseverare con una politica di esclusione e intolleranza e questo rifiuto ad un dialogo comune rischia di sfociare in un nuovo genocidio. Le autorità europee non possono di certo tacere di fronte all'evidenza, e questa triste ricorrenza non può che diventare uno stimolo ad un dialogo più sincero e pulito, proprio come sognato da Hrant Dink. (vedi anche http://www.euroalter.com/it/2009/tra-diritti-civili-e-diritti-negati-essere-donne-in-turchia/ )
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