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I limiti del Pil
(Foto: ToniVC/Flickr) Di Tommaso Rondinella, traduzione di Giulia Puppini Nel 1934, presentando il Pil al Congresso, il suo ideatore Simon Kuznets avvertiva che “Il benessere di una nazione non poteva essere esclusivamente desunto da un indice delle entrate nazionali”. Ciononostante, il suo avvertimento non venne preso molto in considerazione: dopo la Seconda Guerra Mondiale i Paesi più sviluppati furono investiti da una fase di espansione economica  che ebbe conseguenze straordinarie sullo stile di vita delle persone, trasformando così  il Pil pro capite in indicatore principale del livello di benessere e di sviluppo. Già dagli anni Settanta diverse ricerche hanno dimostrato che la crescita del Pil può essere generata anche da attività che danneggiano gli individui, la società e l’ambiente. Quindi, le politiche orientate esclusivamente verso la crescita del Pil potrebbero non essere le migliori per trovare soluzioni politiche e sociali che mirino al benessere e a una crescita sostenibile. I limiti del Pil sono ampiamente riconosciuti e comprendono: l’assenza nell’indice dei beni e dei servizi che non hanno un mercato (come il lavoro casalingo, le risorse naturali e lo svago), l’insensatezza che caratterizza la distribuzione delle entrate e l’inclusione di attività dannose alla società e all’ambiente, nonché delle cosiddette “spese di difesa” . Dal punto di vista della politica, la famosa frase di Kennedy “in poche parole misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta” mette in risalto la necessità di concentrarsi su diversi criteri. Negli ultimi anni il dibattito sul bisogno di trovare un indicatore o un insieme di indicatori comuni del benessere che possano diventare l’obbiettivo delle politiche pubbliche è stato costantemente presente: l'Ocse, insieme ad altre influenti organizzazioni internazionali, ha lanciato il suo “Measuring the progress of societies” (Progetto globale su come misurare il progresso delle società); il Presidente francese Sarkozy ha istituito la “Commissione Internazionale sulla misurazione dell’andamento economico e del progresso sociale” , il cui verbale finale è stato compilato de cinque premi Nobel; mentre una comunicazione della Commissione Europea dell’agosto 2009 ha illustrato cinque interventi chiave per integrare gli indicatori del progresso  in modo da venire incontro alle preoccupazioni dei cittadini. Se benessere, sviluppo e progresso sostenibili sono gli obbiettivi da raggiungere, allora devono essere supportati da un cambiamento degli indicatori utilizzati. Chiudendo l’importante conferenza “Beyond GDP” (Al di là del Pil), tenutasi a Bruxelles nel novembre 2007, il Presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso sostenne che “non è possibile affrontare le sfide del futuro con gli strumenti del passato”. Ma individuare tali nuovi strumenti non è compito facile. Negli ultimi decenni sono stati sviluppati centinaia di indicatori che potessero superare i limiti rappresentati dal Pil. Alcuni cercano di integrare le informazioni assicurate dal Pil, dando un valore in termini economici anche a quei beni e servizi che non hanno un mercato e sottraendo i valori della produzione dannosa. Altri includono in uno stesso indice variabili sociali, economiche e ambientali utilizzando misurazioni oggettive, laddove altri privilegiano quelle soggettive (ad esempio la misura della felicità individuale). L’Indice di sviluppo umano (Hhi), elaborato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), si è rivelato il migliore ed è così diventato l’indice di riferimento per la misura dello sviluppo di un Paese. Tuttavia se considerare il Pil come una misura del benessere (ossia utilizzarla come un parametro normativo) equivale a perdere parte della legittimità di tale misura, superare il Pil è più un processo culturale e politico che una semplice questione metodologica. Anche se si dovesse giungere a un sistema di misurazione del benessere da tutti condiviso, ciò non garantirebbe un rapido passaggio dal vecchio Pil al nuovo sistema. Il problema esiste perché manca una visione collettiva su ciò che benessere e progresso rappresentano e su come si possano misurare. La messa a punto degli indicatori comprende passaggi in cui devono essere fatte scelte arbitrarie nel selezionare quelli che sono i sotto-indicatori e nel soppesarli. Tutto questo è a discrezione dell’ideatore, ma le sue scelte possono essere state suggerite anche dal confronto con gli esperti o, più in generale, con gli azionisti, oltre che da strumenti statistici atti a massimizzare le informazioni fornite dalle variabili. Nella maggior parte dei casi i concetti che vengono misurati (benessere, progresso, sviluppo) sono esplicitati dalle variabili che costituiscono l’indice e si dà per scontato che le variabili e gli indicatori ben rappresentino tali concetti. Di norma, comunque, la definizione di benessere e la conseguente selezione dei criteri più appropriati, anche nel soppesare le variabili, spetta agli esperti e implica una certa dose di arbitrarietà che non viene facilmente accettata dalla maggior parte delle persone. Negli ultimi decenni si è dato per scontato che lo sviluppo economico implicasse automaticamente progresso e un migliore tenore di vita. Oggi sempre più persone riconoscono che non è così, ma non si è ancora  individuata un’alternativa effettiva e riconosciuta da tutti. Per queste ragioni c’è bisogno di un processo democratico che ne assicuri la legittimità, se questo deve diventare l’obbiettivo delle politiche pubbliche. Secondo Schmitter (2001) “la legittimità è un’aspettativa condivisa tra gli attori di un potere politico asimmetrico in modo che le azioni di quelli che sono alla guida vengano accettate volontariamente da coloro che sono guidati, perché questi ultimi sono convinti che le azioni dei primi si conformano a norme prestabilite”. Sviluppo sociale, benessere e sostenibilità ambientale rappresentano alcuni dei successi più grandi delle società, ma gli indicatori di tutto questo devono cambiare insieme agli obbiettivi che le società si pongono. Gli indicatori non sono voluti solo per fini politici, ma aiutano anche a concretizzare e a plasmare questi ultimi. Per questo lo sviluppo degli indicatori non dovrebbe essere solo frutto di un processo tecnico-scientifico, ma, piuttosto, di un processo politico garantito da un dibattito aperto (Valentin and Spangerberg, 2000). Superare il Pil rappresenta una delle più grandi sfide politiche dei nostri giorni, in ogni parte del mondo. Molto probabilmente non saremo mai in possesso di una misura alternativa, ma una maggiore attenzione alle dimensioni di un benessere sostenibile può portare a un maggior numero di dati a disposizione su questi fenomeni, dati ai quali possono attenersi i politici per prendere le decisioni, i media per informare meglio e i cittadini per valutare e influire di più sulle scelte politiche. Bibliografia: Schmitter, P. (2001). What is there to legitimize in EU and how might this accomplished? Jean Monnet Working Papers 6/01, Jean Monnet Center for International and Regional Economic Law and Justice, NYU School of Law. Stiglitz, J., A. Sen, and J. Fitoussi (2008). Survey on existing approaches to measuring socio- economic progress. Issue Paper 25/07/08 – 1, Commission on the Measurement of Economic Performance and social Progress. Valentin, A. and J. Spangerberg (2000). A guide to community sustainability indicators. Environmental Impact Assessment Review 20, 381–392.
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