
(Photo:
Chuckumentary/Flickr)
Di Janine Schall-Emden* (
GlobalReboot), traduzione di Adele Palermo
Il vertice sul cambiamento climatici tenutosi a Copenhagen (Danimarca), dal 7 al 18 dicembre 2009 non è stata soltanto una conferenza internazionale sulla precarietà delle condizioni ambientali mondiali. È stato anche un catalizzatore di tensioni, rivalità e accuse reciproche che ha rilanciato la rinnovata sinergia tra il Brasile, il Sud Africa e l’India e la Cina: il cosiddetto “gruppo BASIC”. L’accordo di Copenhagen, che ha salvato il COP 15 dal completo fallimento, è stato lanciato in verità da questi quattro Paesi con l’appoggio degli Stati Uniti d’America. Voci di corridoio vogliono che lo stesso Presidente Barack Obama abbia chiesto di essere invitato all’ultimo incontro del gruppo BASIC, consapevole che quella situazione avrebbe potuto essere l’unica in cui potesse verificarsi una inaspettata rottura degli accordi. A tal proposito, Copenhagen potrebbe rappresentare il nuovo punto di partenza nel ripristino degli equilibri tra le potenze mondiali, consentendo l’avvento di potenze emergenti. La supremazia della Cina nel mercato mondiale è indiscussa. Grazie ai suoi ineguagliabili livelli di crescita, all’enorme quantità di capitali a disposizione, e ai suoi rapporti commerciali con tutto il mondo (pPaesi sviluppati e in via di sviluppo), la Cina è considerata a pieno titolo una delle nazioni leader della politica internazionale. Se, quindi, non sorprende che sia stato assegnato alla Cina un ruolo centrale all’interno delle negoziazioni relative alla riorganizzazione globale post-Kyoto (di recente la Cina ha superato gli Stati Uniti come nazione più inquinante al mondo), è invece interessante notare come l’India, il Brasile e il Sud Africa riescano ad attirare così tanto l’attenzione. Una situazione del genere non era, però, completamente inaspettata. Negli ultimi quattro anni, l’India, il Brasile e il Sud Africa hanno costituito un forum a tutti gli effetti (il cosiddetto IBSA) caratterizzato da una serie di gruppi di lavoro e conferenze ministeriali. I rispettivi capi di stato e di governo si sono riuniti più volte e, attraverso un sistema di cooperazione intergovernativa, l’IBSA è riuscito a trovare un accordo sulle posizioni da adottare su questioni di rilevanza internazionale , soprattutto quelle inerenti a problemi di governance mondiale. Un ruolo centrale è stato dato al funzionamento delle Nazioni Unite, alla ristrutturazione della politica economica internazionale (soprattutto l’inadeguatezza del G8, di fatto superato dal G20) e alla riforma di istituzioni finanziarie internazionali. Come deciso nel corso del summit dell’IBSA tenutosi a Delhi nel 2008, “le istituzioni mondiali devono dimostrarsi più democratiche, rappresentative e legittimate attraverso un coinvolgimento significativo dei Paesi in via di sviluppo nel processo decisionale”. I paesi dell'IBSA sono riusciti a raggiungere accordi riguardanti una serie di problematiche quali la politica energetica, il terrorismo internazionale, la lotta contro la povertà e il cambiamento climatico. Ecco perché gli intermediari ed altri partecipanti al summit di Copenhagen non si sono sorpresi nel vedere i rappresentanti dell’IBSA parlare con una sola voce e fronteggiare uniti gli attacchi dei paesi più industrializzati.
Evoluzione delle posizioni sui cambiamenti climatici
Prima di Copenhagen tutti i Paesi del gruppo BASIC avevano un approccio socio economico nei confronti del cambiamento climatico. Dal loro punto di vista, non è possibile chiedere alle economie emergenti e ai Paesi in via di sviluppo di frenare le emissioni di gas serra (GHG) se questo dovesse poi compromettere la realizzazione del loro sviluppo. A tal proposito, questi paesi collegavano la crescita economica al benessere sociale, sottolineando cosiì il diritto delle economie in via di sviluppo di ridurre il gap con le nazioni industrializzate. Tuttavia, rifiutando qualsiasi direttiva volta ad affrontare il problema dei cambiamenti climatici direttamente, questi insistevano sull'utilizzo di meccanismi indiretti per contribuire alla strategia generale di riduzione di emissioni di gas serra nell’atmosfera. Tali meccanismi includevano spostamenti di tecnologie dai Paesi economicamente avanzati, riduzione della deforestazione attraverso investimenti esteri e i cosiddetti meccanismi di sviluppo pulito, secondo i quali gli investimenti in energia pulita presso i paesi in via di sviluppo varrebbero come credito di carbonio per i paesi industrializzati e le loro compagnie. In breve, i paesi del gruppo BASIC intendevano preservare ciò che era stato già deciso sotto gli auspici del protocollo di Kyoto premendo, allo stesso tempo, per una ulteriore riduzione delle emissioni da parte dei Paesi industrializzati. All’inizio del summit di Copenhagen, ad esempio, il governo del Sud Africa ha affermato: “Non firmeremo nessun accordo in occasione della conferenza delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici [..], se questo dovesse compromettere il nostro sviluppo economico.” Secondo il sito di informazione AllAfrica, il Ministro per l’ambiente Buyelwa Sonjica ha ammesso: “ Siamo consapevoli del fato che emettiamo carbonio, visto che produciamo energia attraverso l’utilizzo del carbone, ma il Sud Africa è un Paese con […] problemi socioeconomici. Molte persone non beneficiano dell'elettricità quindi è necessario considerare questo problema prima di abbandonare completamente il carbone”. Il portavoce del Governo sudafricano, Themba Maseko, parlando ai giornalisti dopo la riunione del consiglio dei Ministri ha affermato: “Ci impegneremo ad agire responsabilmente per la riduzione delle nostre emissioni ma non siamo pronti ad appoggiare un qualsiasi obbiettivo che possa ostacolare la nostra crescita”. Tali affermazioni sono una chiara eco delle posizioni assunte dai colleghi del BASIC e della maggior parte dei Paesi in via di sviluppo costituenti il G77. Il Presidente del Brasile Lula, ad esempio, ha fatto appello alle nazioni industrializzate affinché portassero sul tavolo delle trattative i finanziamenti che consetirebbero ai Paesi in via di sviluppo di adattarsi, altrimenti questi non avrebbero partecipato al summit di Copenhagen: “I paesi industrializzati non dovrebbero semplicemente preoccuparsi delle iniziative atte alla riduzione delle proprie emissioni, ma anche di tutto il male che hanno già inflitto al nostro pianeta. È necessario tracciare una linea di distinzione tra i Paesi ricchi, che hanno portato avanti una politica industriale per più di 150 anni, e quelli poveri che iniziano il loro sviluppo solo adesso. Con tutto il rispetto dovuto all'effetto serra, credo che la maggiore responsabilità spetti ai Paesi industrializzati piuttosto che a quelli in via di sviluppo”. Allo stesso modo, il Governo indiano ha preparato il palcoscenico delle sue negoziazioni a Copenhagen: “Nel caso vi chiedeste se l'India ha intenzione di tener fede agli impegni sulla riduzione delle emissioni, la risposta è no. È moralmente sbagliato per noi appoggiare la proposta di ridurle quando il 40% della popolazione indiana non usufruisce dell'elettricità”, queste le parole di un membro della delegazione indiana secondo il Washington Post.
La nascita del gruppo BASIC
È interessante notare come, nel corso del vertice, tutti e tre i paesi abbiano calmato i toni della discussione legata al loro sforzo comune contro i paesi industrializzati. Pretoria ha espresso il suo dispiacere per la “sbagliata impressione” che il Sud Africa volesse opporsi agli obbiettivi dei mercati emergenti, mentre il brasiliano Lula ha affermato che la riduzione di emissioni “non è un tabù' .” Allo stesso modo l'India si è dimostrata flessibile riguardo alle sue posizioni sui cambiamenti climatici offrendosi di adottare le linee guida proposte dalle Nazioni Unite. Il loro obiettivo comune era di preservare i principi basilari del protocollo di Kyoto, che chiedevano ai paesi industrializzati di rispettare gli obiettivi prestabiliti lasciando libertà di manovra alle economie emergenti che potevano cosi beneficiare dei meccanismi del commercio del carbonio, negoziando l'avanzamento di una nuova azione cooperativa a lungo termine (anche nota come la roadmap di Bali). All'inizio del summit, questa doppia strategia (preservare Kyoto e avanzare verso Bali) è stata la linea guida comune per le negoziazioni. Qualche giorno prima dell'apertura del summit, anche la Cina è entrata nella foto di gruppo. In un incontro a porte chiuse tenutosi a Pechino sotto gli auspici delle nazioni in via di sviluppo facenti parte del G77, i paesi dell'IBSA e il gigante asiatico hanno concluso un primo “accordo di Copenhagen”, il predecessore del documento finale del COP15. Questa iniziativa, voluta dal Governo cinese, è stata concepita come un rifiuto da parte dei paesi emergenti del cosiddetto “accordo di Copenhagen”, presumibilmente redatto dal Governo danese (che ha ospitato la conferenza delle Nazioni Unite), accolto con rabbia e risentimento dai Paesi in via di sviluppo. L'accordo è stato anche il primo e più importante mai stipulato tra l'India e la Cina. La strategia del gruppo BASIC includeva anche la possibilità di abbandonare il vertice nel caso in cui i Paesi industrializzati avessero tentato di imporre i propri termini a quelli in via di sviluppo. Come dichiarato dal Ministro per l'ambiente indiano “decideremo comunemente di abbandonare il summit nel caso in cui anche uno solo dei nostri termini venisse violato. La nostra partecipazione o meno sarà' collettiva”.
Conclusioni: l'impatto delle politiche internazionali
Questa comune strategia e questa rinvigorita cooperazione tra Paesi emergenti come l'India, il Brasile e il Sud Africa con il supporto della Cina è sicuramente un fattore rilevante per quanto concerne gli affari esteri, al punto che lo stesso Barack Obama ha deciso di sedersi al tavolo del negoziato con loro per concludere l'accordo di Copenhagen. Questa nuova alleanza si è rafforzata a discapito dei Paesi europei, ripetutamente accusati sia dai Paesi industrializzati che da quelli in via di sviluppo del potenziale fallimento del summit. La convergenza di idee e le strategie del gruppo BASIC sono state il diretto risultato della loro comune opposizione all'agenda europea, che includeva dei target fissi per i Paesi in via di sviluppo senza un effettivo impegno da parte dei Paesi industrializzati a pagare per il debito climatico da loro accumulato. Non soltanto i tempi della bozza di accordo (presentata come contrapposta al documento di Copenhagen) ma anche le affermazioni dei maggiori leader politici puntano verso quella direzione. Come sottolineato dal Governo indiano “la bozza europea è assolutamente inaccettabile per noi”, mentre altri rappresentanti hanno aggiunto che ogni tentativo di portare avanti tali “proposte poco realistiche” nel resto del mondo sarebbe stato ostacolato fortemente dall'asse BASIC. Addirittura i Paesi africani hanno sostenuto l'approccio del BASIC per tenere a freno qualsiasi possibilità che i Paesi europei potessero influenzare gli esisti del summit. Di conseguenza non sorprende nessuno degli osservatori che l'Europa sia stata marginalizzata nell'ultima fase della conferenza. L'accordo di Copenhagen è stato presentato dai paesi del BASIC con l'approvazione dell'amministrazione statunitense. Tuttavia il documento finale è deludente . In realtà è un non-accordo in quanto posticipa al prossimo anno la stesura di un testo vincolante. Ciò che realmente conta è il suo peso politico sulle decisioni di governo mondiali. Questo summit si è interessato poco ai cambiamenti climatici confermando una tendenza degli ultimi anni: i Paesi emergenti stanno richiamando all'ordine i partecipanti dei forum internazionali, divenendo delle potenze con le quali è necessario avere a che fare. Al contrario, le vecchie potenze quali l'Europa, sembrano essere ormai sulla linea del tramonto.
L'autore è fondatore di Global Reboot e codirettore del film The Age of Adaptation.