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La misura del benessere: una questione solo per economisti?
lagrade-stiglitz-afp di Fabien Couderc, traduzione di Cecilia Cardito La Commissione per la misura dell’andamento economico e del progresso sociale ha presentato il suo rapporto il mese scorso. Creata su iniziativa del Presidente francese Nicolas Sarkozy, questa commissione ha avuto lo scopo dichiarato di “riflettere sui limiti della nostra contabilità nazionale […] e sul modo migliore di superarli al fine di rendere più completo il progresso economico”. Il dibattito è di vecchia data. Nelle scienze economiche, l’uso del PIL come unico indicatore del progresso economico e del benessere è stato criticato con l’emergere nella disciplina di nuove tematiche come quella dello sviluppo (in opposizione alla crescita), e dello sviluppo sostenibile. In primo luogo, come ricorda la Commissione, ogni aumento del PIL non si tradurrà necessariamente in un aumento del benessere individuale o collettivo. Una marea nera provocherà sicuramente una crescita, dal momento che renderà necessaria un’attività per ridurre l’inquinamento provocato, ma si può parlare in questo caso di aumento del benessere? Esistono numerosi esempi analoghi. In secondo luogo, il PIL prende in considerazione solo l’attività economica formale, monetizzabile, e non tutta la produzione economica lo è. Il lavoro di un individuo che fa le pulizie in casa non apparirà nella contabilità nazionale, mentre apparirà quello di un tecnico di superficie retribuito. Quindi il risultato è lo stesso. Terzo, il PIL misura la crescita della ricchezza presente, e non il suo deterioramento futuro. Ora, basta aprire un giornale per comprendere che ciò che si produce oggi può compromettere la qualità della vita delle generazioni future. In risposta a queste critiche, la Commissione ha elaborato delle soluzioni di buon senso, un buon senso che per la schiacciante maggioranza esiste nelle scienze economiche da molto tempo. L’innovazione del rapporto in questione non riguarda i “nuovi” strumenti di misura proposti per meglio valutare il progresso economico e sociale. Secondo me, la sua innovazione poggia piuttosto su due punti fondamentali. Primo, le conclusioni della Commissione ricordano che non esiste un indicatore unitario che possa misurare in modo univoco il progresso economico e sociale, e che esistono invece diverse tipologie di strumenti per fissarne l’uno o l’altro aspetto, che ne forniscono una rappresentazione necessariamente imperfetta. In secondo luogo, il rapporto fa emergere nella sfera pubblica un dibattito che fino a oggi ha riguardato soltanto i tecnici. Ma perché è così importante? Perché questi indicatori hanno la pretesa di misurare il “benessere” individuale e collettivo. La scelta di questo o quell’indicatore è tutto tranne che una scelta tecnica. La questione non riguarda “come misurare il progresso economico e sociale in modo più completo?”, ma piuttosto “cosa si sceglie di misurare?”. La base di questa scelta è innanzitutto politica e sociale, si tratta di determinare collettivamente in che mondo vogliamo vivere e le preoccupazioni che vogliamo privilegiare. Come ogni scelta politica anche questa non deve restare solo nelle mani di élite illuminate o del potere decisionale dei politici, ma se ne devono impadronire il cittadino e la società civile. La scelta degli indicatori deve essere al cuore del dibattito democratico. Infine, soprattutto in un mondo così interdipendente come il nostro, dove l’attività umana di un paese ha delle conseguenze dirette sulla qualità di vita degli altri, la preoccupazione del benessere non è propria di una sola società, ancor meno di una sola nazione. Un simile dibattito, dunque, non può rimanere circoscritto a un ambito nazionale.
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