
(Foto: Installazione artistica di Magdalena Abakanowicz, Agora. Michigan Avenue e Roosevelt Road in Chicago, Illinois.
Atelier Teee/Flickr)
di Jilly Traganou, traduzione di Valentina La Gatta
“Abbiamo bisogno di pensarci al di là della nazione. Dico questo (… ) per suggerire che il compito del nostro lavoro intellettuale è quello di riconoscere la crisi della nazione e fornire quindi gli strumenti per individuare forme sociali postnazionali” Arjun Appadurai,
Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization (
Modernità in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione)
La crisi della nazione
Cos'è questa crisi a cui fa riferimento l'antropologo statutinitense Arjuan Appadurai, e dove la si può riscontrare? Da un lato si sta facendo fronte ad una crisi su macroscala. Gli stati-nazione sono sempre meno in grado di affrontare da soli i problemi globali: il degrado ambientale, la crisi finanziaria, l'incremento del potere corportivo nel mondo e le pandemie forniscono un esempio valido di alcune problematiche che le nazioni non riescono ad affrontare da sole. Dall'altro lato, si sta facendo fronte a problemi presenti su microscala. L'aumento dell'immigrazione e il suo caratterizzarsi come fenomeno incontrollato, per esempio, e soprattutto per come si presenta in Europa al giorno d'oggi, fa sentire ancora più urgente la necessità di un cambiamento.
Questo può essere generalmente riscontrato nei casi di resistenza o di xenofobia dei cittadini. Tuttavia, le identità nazionali non sono mai state delineate con precisione. Sono spesso stratificate, contestate, o si sono nascosti in esse elementi di repressione. I processi di unificazione nazionale e di standardizzazione che eliminano le differenze interne e che si sono svolti nel periodo di formazione delle nazioni - che per molti paesi in Europa ha avuto luogo nei secoli Diciottesimo e Diciannovesimo – con il passare del tempo si sono naturalizzati e sono ora difficili da discernere. Gli stati-nazione, ed in particolar modo quelli modellati su base etnica, come ad esempio la Grecia, sono stati dipinti come omogenei, puri ed unici. Quello che accomuna i loro cittadini è il credere in una stirpe ed in una territorialità comune.
Proprio in questo contesto dove lo status di nazione viene visto come continuo, “l'essere altro” viene accettato con riluttanza, dal momento in cui i cittadini “ideali” sono principalmente coloro che partecipano alla cultura nazionale attraverso relazioni basate sulla continuità di sangue e terra. Questa idea della Grecia moderna che discende dall'antichità ha prevalso in tutta la storia recente del Paese ed è uno dei maggiori ostacoli al funzionamento di un regime costituzionale basato sull'uguaglianza tra i cittadini. Le identità in minoranze, quali quelle delle popolazioni non-etnicamente greche e non-greco ortodosse, continuano ad essere emarginate ed escluse dalla storia nazionale. Lo stesso è avvenuto, sebbene in forma molto più violenta, anche per il processo di etnicizzazione dell'ex jugoslavia, con la successiva divisione in stati-nazione ben distinti. Attraverso questo processo, la popolazione serba e quella croata, tra le altre della ex Jugoslavia, hanno riscoperto le loro differenze etniche e religiose e si sono organizzate per purificare e distinguere le loro identità e i loro territori da quelli che hanno iniziato a percepire come responsabili della “contaminazione altrui”.
Tornando all'affermazione inizialei: quali sono le forme post-nazionali a cui si riferisce Appadurai in questo estratto? E perché sono diventate necessarie? Dal momento in cui i panorami etnici dell'Europa oggi sono in continuo cambiamento, quasi ogni Paese europeo sta attraversando una crisi di identità. E la Grecia ne è senza alcun dubbio un esempio: 10% dei suoi cittadini non è di “origine” greca e una percentuale ancora più alta di “stranieri vive nel paese illegalmente o ha ottenuto lo status di residente. Questa situazione ha portato a varie forme di conflitto che vanno dalle tensioni culturali agli episodi di ostilità e di violenza tra gli “interni” (i cittadini greci) e gli “esterni” (i “nuovi arrivati”).
Una domanda che viene posta spesso è: saranno questi non-europei a cambiare e a nazionalizzarsi, o saranno le identità nazionali ad aprirsi e ad adattarsi alla diversità dei nuovi arrivati? Ma questa domanda, oltre ad essere impropria, potrebbe anche rappresentare un tentativo del tutto inutile.
Ottenere l'accesso alla nazionalità non dovrebbe essere il criterio di accesso al bene più prezioso, raro e difficile da ottenere al giorno d'oggi, che è la cittadinanza. Un modo più appropriato di affrontare queste condizioni potrebbe essere un approccio che bypassa la questione nazionale. Yasemin Nuhoglu Soysal definisce la cittadinanza post-nazionale come un regime che
“conferisce ad ogni persona il diritto e il dovere di partecipazione alle strutture delle autorità e della vita pubblica di una forma di stato, qualunque sia il legame storico o culturale con quella data comunità”
Se l'identità nazionale deriva dall'appartenenza ad un “popolo”, allora, secondo Curtin, l' “idea post-nazionale trova le sue premesse nella separazione della politica e della cultura, della nazionalità e della cittadinanza”. Questo presuppone che la pluralità nazionale (o culturale) possa coesistere insieme all'unità politica. Ed è così che la polis post-nazionale va ben oltre la definizione etnica o nazionale dei suoi cittadini. Le iniziative interne che favorirebbero sia la post-nazionalizzazione della polis dal suo interno che il superamento del paradigma nazionale, dovrebbero essere intraprese non solo dagli intellettuali e dai legislatori, ma anche dagli artisti, dai designer, e dagli urbanisti, così come da tutti quei soggetti che partecipano alla creazione della cultura del luogo.
Ente culturale e Polis post-nazionale
Al giorno d'oggi siamo testimoni di una proliferazione di iniziative che agiscono al livello della società civile. Molte associazioni per l'immigrazione ed organizzazioni non-profit che lavorano su queste tematiche funzionano effettivamente come spazi post-nazionali domestici che operano al di là dei limiti nazionali. Non meraviglia quindi che anche gli artisti, gli architetti e i designer si siano lanciati in questa implosione di attività sociali e che usino metodi e tattiche per poter partecipare in qualche modo alla condizione vissuta dello straniero. Un esempio sono le iniziative di Design for Humanity, che spesso fluttuano tra filantropia ed attivismo. Secondo me si ha bisogno di una situazione politica più chiara delle presenti iniziative. Per questo, io mi riferirei a quello che il geografo Ash Amin ha definito come “l'impegno con lo straniero”. Amin ci suggerisce di “riconoscere l'Europa in arrivo di culture pluralistiche e ibride … e cercare di sviluppare un immaginario dell'Europa che si sta formando attraverso l'impegno con lo straniero nei modi che non implicano minacce alla tradizione e all'autonomia culturale”. Ma questo suo suggerimento rende necessari non solo un ripensamento sulle distinzioni tra il sé e l'altro, ma anche una ricerca delle “stranezze” all'interno dei confini di una data cultura, e in questo senso la revisione delle certezze che costituiscono le identità dei singoli, dei gruppi e dei luoghi.
Ci sono molteplici esempi di stranezze internazionali che si possono scorgere nei simboli culturali di Paesi come la Grecia, la Serbia o la Croazia. In effetti, come nella maggior parte dei Paesi del mondo, potrebbe risultare difficile definire quasi qualsiasi simbolo nazionale come il risultato di purezza o singolarità, non diversamente dagli esempi dei prodotti tessili africani (quali il kente), esempio fornito da Anthony Appiah nella sua discussione sulla cultura africana attraverso la prospettiva del cosmopolitismo, che presenta i prodotti culturali ritenuti storicamente appartenenti ad un'unica cultura locale come dei risultati piuttosto che degli incontri con stranieri. Darò un solo esempio di simbolo nazionale riconosciuto che è stato ripetutamente smantellato sia dagli studiosi di etnografia che dagli studiosi di moda, ma che le popolazioni greche percepiscono ancora come singolarmente greco. Non è nient'altro che la fustanella, il costume nazionale dei greci che in realtà, in base a quanto viene testimoniato dalla cultura, era un comune abito indossato dagli uomini albanesi e questo molto prima che venisse usato per simboleggiare l'indipendenza greca dai turchi ottomani.
Non vi è nulla di sorprendente a riguardo, se si accetta che la storia della Grecia, come quella di molti altri Paesi nel mondo, è la storia di un movimento infinito di persone: invasioni, emigrazioni e lo stabilirsi in nuovi luoghi. Inutile dire che una tale visione non è stata evidenziata nelle versioni dei manuali di grecità che hanno invece messo in rilievo la purezza della razza. Quale sarebbero i simboli della Grecia intesa come entità post-nazionale? Un simbolo che non deriva più da tutta quella serie di riferimenti alla Grecia antica ed al periodo bizantino, nemmeno attraverso riferimenti etnici ai suoi nuovi arrivati? Vedo qui molto spazio per gli artisti e i designer per rinegoziare e reinventare i nuovi simboli della polis, ma anche per diffondere il bisogno di riconsiderare quei nuovi arrivati come membri della polis stessa.
Parlando del caso della Grecia, assistiamo oggi ad un incremento di azioni ai quali mi piacerebbe dare il nome di “attivismo territoriale”: si tratta di lavori che collegano il regno dell'azione localizzata alla geopolitica, e per questo sono inerentemente progetti transnazionali come ad esempio il progetto Egnatia di Osservatorio Nomade, un sottoinsieme del laboratorio d'arte urbana Stalker, che ha stimolato l'impegno con la popolazione curda in Grecia; o il progetto iniziato dal Network of Nomadic Architecture nell'area di Gazochori ad Atene, dove risiede un'alta percentuale di mussulmani; o il progetto Spatial Imaginary and Multiple Belonging di Lydia Matthews, Eleni Tzirtzilaki e Jilly Traganou, un progetto che ha coinvolto donne immigrate e che ha avuto luogo ad Atene nel giugno del 2008.
Tutti questi progetti non stanno solo ad indicare soggettività etniche e sociali che sono state emarginate, ma allo stesso tempo cercano di rafforzare il loro gruppo di sostenitori con mezzi di auto-rappresentazione e di connessione con i cittadini ed i residenti. Per far si che progetti di questa natura abbiano effetto ed una certa continuità, è necessario che le parti coinvolte siano consapevoli di quello che Chantal Mouffe ha definito “partecipazione conflittuale” o “antagonistica”. Progetti del genere incoraggiano di sovente una dimensione celebrativa che ricorda quel tipo di arte che Nicolas Bourriaud ha descritto come emblematica della ”estetica relazionale” del giorno d'oggi. Queste pratiche artistiche sono fatte dello stesso materiale dei processi di scambio sociale. Molte di questi opere provano spesso ad evocare un senso comune di festosità e convivialità. Questi elementi di gioia, di relax o di piacere, che sono i mezzi di condotta adottati da queste opere d'arte e che sono associati ad azioni celebrative, sono spesso accompagnate da elementi di conflitto, di risentimento o di incomprensioni. Questi momenti di crisi sono spesso il risultato di rapporti di potere non equilibrati tra le parti coinvolte, ed in particolare fra gli artisti dell'organizzazione ed i membri dei gruppi di immigrati o di altri gruppi marginali che vi partecipano. Avendo casi di conflitto di questo tipo, trovo particolarmente critico lavorare con questi sentimenti di risentimento che emergono da tali interazioni piuttosto che lasciarli cadere nell'oblio, o lasciare che il processo di interazione sociale prenda il senso di un consenso illusorio. Questi sono precisamente gli elementi sui quali concentrarsi per dare continuità a queste azioni e per provocare effetti che vadano al di là di momenti condivisi di gioia. Con questo, diventerà chiaro che il conflitto si trova alla base delle relazioni tra i diversi attori sociali che sono coinvolti in questi processi.
Suggerisco, quindi, che la polis post-nazionale senta il bisogno sia di nuovi simboli di rappresentazione e di processi collettivi di azione che rivelino ed attivino le controverse dinamiche dei suoi gruppi di sostenitori, sia le loro comunanze, che le loro differenze.