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Livorno: l'ennesimo sgombero di un campo Rom
Siamo in Toscana, Livorno; sono le 8 di mattina, di una giornata fredda di metà Febbraio. E' il giorno designato per lo sgombero del "campo rom" di Via di Levante. Il campo non è che un ampio fazzoletto di terra che delimita il confine tra una strada di grande passaggio e un cimitero: un terreno che appartiene a un privato, che ha legittimamente chiesto alle forze dell'ordine di sgomberare il terreno da quegli ospiti poco graditi. Una ventina di Rom provenienti dalla Romania hanno deciso di stabilirsi qui dopo che Schengen ha aperto loro le frontiere verso un'Europa più democratica, con più prospettive per il futuro: almeno così pensavano. Non sono certo arrivati per amore del viaggio e della natura, ma semplicemente per racimolare qualche soldo per le loro numerose famiglie. Hanno costruito con le loro mani qualche baracca, molto resistente, per proteggersi dal freddo e per avere un tetto sopra la testa. Stamani mattina, per l'ennesima volta, hanno perso anche quel poco che avevano. Nella solita indifferenza dell'opinione pubblica. Ma non senza qualche sorriso o flebili speranze. Stamani nessuna autorità era presente allo sgombero: nessun rappresentate dei Servizi Sociali ha desiderato osservare con i propri occhi, né tantomeno offrire un'alternativa abitativa concreta a queste persone. Le autorità, come troppo spesso accade, hanno preferito chiudere gli occhi e sperare di vederli andare via, meglio se in un altra città, meglio ancora in un'altra nazione. Questo genere di risposta non soltanto mostra il poco interesse verso il problema ma anche e soprattutto la scarsa conoscenza di chi dovrebbe occuparsi di garantire una vita dignitosa ai propri cittadini: si spera, molto ingenuamente, che queste persone si stanchino di essere continuamente sfrattate dalle loro abitazioni e se ne vadano in città più disposte a confrontarsi su questo genere di tematiche scottanti. Ma il problema non può essere risolto con il silenzio, né tantomeno con l'indifferenza. Nel libro di Tiziano Terzani "Lettere contro la guerra" egli scrive:
"Purtoppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo i soli protagonisti e i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni e i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. Il mondo degli altri non viene mai rappresentato".
Ho voluto riportare questo passo così emblematico dell'indifferenza delle persone a un dolore che non appartiene loro, e che probabilmente non proveranno mai. Il paradosso della nostra società: ci si commuove nel vedere le immagini dei terremotati che scavano tra le macerie delle loro case, alla ricerca di piccoli cimeli di una vita che non riavranno più indietro, ma rimaniano indifferenti di fronte a venti persone che non sanno dove passare la notte. Ma già, loro sono Rom, loro questa vita se la sono scelta. E poi rubano nelle case, rapiscono i bambini. Il commento di una loro, proprio stamani, è stato: "non ho soldi per dar da mangiare ai miei, figuriamoci se ne voglio altri". Basterebbe parlare con uno solo di loro una volta, per rendersi conto che una vita in un campo non è la migliore che potrebbero desiderare. Basterebbe soltanto avvicinarsi un istante per capirlo. Il problema è che nessuno lo fa. E allora, come scrisse Karl Kaus: "chiunque abbia qualcosa da dire si faccia avanti e taccia". Per evitare di dare voce all'ignoranza, almeno oggi.
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