Di Marina Chiarugi
Nell’esame periodico universale, il Consiglio per i diritti umani dell’Onu critica le politiche del governo italiano e le disposizioni del “pacchetto sicurezza”.
Martedì 9 febbraio, per la prima volta, l’Italia è stata sottoposta da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite al cosiddetto esame periodico universale, un meccanismo che consente di valutare, con cadenza quadriennale, il rispetto che ognuno dei 192 Stati dell’Onu tributa ai principi contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Le 92 raccomandazioni che sono state rivolte all’Italia si riferiscono a ipotesi di violazione più o meno note. Sono stati sottolineati i ritardi nell’attuazione di strumenti internazionali sostanziali, tra cui spicca la necessità di introdurre il reato di tortura all’interno della legislazione penale. Altre raccomandazioni, provenienti da molti paesi europei e che non dovrebbero trovare spazio nel rapporto dedicato a uno Stato con una sessantennale tradizione democratica, si riferiscono invece all’indipendenza del potere giudiziario, alla libertà di stampa e alla concentrazione dei media. Tuttavia, gli elementi che hanno in massima parte attirato le preoccupazioni dei 47 Stati membri del Consiglio riguardano l’allarmante deriva xenofoba dell’Italia e le disposizioni contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”.
É stata ampiamente criticata la portata discriminatoria del reato di clandestinità, anche soltanto quale circostanza aggravante, unitamente all’obbligo per il personale sanitario di denunciare i migranti irregolari. Numerosissime obiezioni sono state mosse verso le politiche di integrazione delle comunità Rom e Sinti, nei confronti degli sgomberi forzati dei campi in cui vivono, verso le campagne d’odio fomentate da alcuni partiti di destra e verso lo strenuo supporto di alcuni media italiani nei confronti delle posizioni più abiette e reazionarie. In tal senso si invoca l’attuazione di campagne educative e di sensibilizzazione che mirino a promuovere tolleranza e integrazione nelle scuole, nei contesti sportivi e, soprattutto, tra le forze dell’ordine.
Non meno gravi appaiono le conseguenze dell’accordo tra Italia e Libia, che mette a serio rischio la possibilità dei richiedenti asilo di vedere concretamente esaminato il proprio caso, al fine di ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato cui hanno diritto. Inoltre, le pratiche poste in essere dalle autorità italiane si sono dimostrate in aperto contrasto con l’obbligo di non refoulement, che vieta inderogabilmente il respingimento di un individuo verso territori dove i suoi diritti fondamentali potrebbero essere messi in pericolo.
Durante la prossima sessione del Consiglio, all’Italia verrà chiesto di rispondere alle raccomandazioni presentate. Restiamo in attesa, non senza un certo grado di disincanto, di conoscere le iniziative che si intendono attuare per conciliare le politiche adottate dall’Italia con quanto disposto dal massimo organo mondiale posto a tutela dei diritti dell’uomo.