
(Photo: Cristian Iotti, Simona Galassi. Campionessa del Mondo WBC pesi Mosca femminili, 47,55 x 31,7 cm.
www.cristianiotti.com)
Col passare del tempo, in Italia è sempre più evidente il sistematico attacco alle vittorie riportate dal femminismo, volto a ridimensionare la donna, ricordandole come il suo posto “naturale” sia accanto
all’uomo, taciturna e consapevole della superiorità maschile.
Di Michela Marzano (Paris Descartes University)
Quando, nell’ottobre del 2009, decisi con Nadia Urbinati e Barbara Spinelli di lanciare su Repubblica l’appello per la dignità delle donne, non si trattava solo di dar voce alla protesta contro la frase che Silvio Berlusconi aveva pronunciato all’indirizzo di Rosy Bindi : “Lei è più bella che intelligente”. Si trattava anche, e soprattutto, di reagire di fronte alla goccia che aveva fatto traboccare il vaso delle offese contro le donne. Lo scopo non era certo quello di “parlare al posto delle donne italiane”, come alcune hanno preteso, rifiutando di firmare l’appello. Avevamo reagito in quanto donne, ben memori del famoso slogan: “Né difese, né offese, né protette, né adoperate”. Avevamo reagito per “difenderci” da sole, senza cercare la protezione di nessuno, senza voler adoperare nessuno… avevamo reagito perché “indignate”. Da troppo tempo, infatti, L’Italia assiste impotente e impassibile all’umiliazione femminile.
La donna, ridotta a corpo giovane e seducente, ha sempre più difficoltà ad esistere in quanto altro che semplice corpo: “Le qualità giudicate utili per gli show pubblicitari si trasformano in doti politiche essenziali, producendo indecenti confusioni di genere: ubbidienza e avvenenza diventano l’indispensabile tirocinio per candidarsi a posti di massima responsabilità” scrivevamo nell’appello. “Diventano il burqa gettato sul corpo femminile, per umiliarlo sulle scene televisive e tramutarlo in arma che ferisce tutti e tutto”. Quanto più il tempo passa, tanto più si assiste, in Italia, ad un attacco sistematico contro le conquiste femministe. Che si tratti delle rappresentazioni degradanti dei media o del linguaggio sessista utilizzato in politica, il risultato è sempre lo stesso: ridimensionare la donna, ricordandole come il suo posto “naturale” sia accanto all’uomo, taciturna e consapevole della superiorità maschile. In fondo, il sistema della politica e il sistema televisivo si intrecciano a meraviglia e riflettono una visione molto precisa dei ruoli di genere. L’uso della parola spetta agli uomini. Le donne devono limitarsi ad essere belle e tacere.Certo, con questo non voglio dire che, negli altri paesi europei, l’immagine che i media danno della donna sia sempre rispettosa e degna. In tutto il mondo, la pubblicità utilizza il corpo femminile per vendere prodotti di ogni sorta. Un po’ d’ovunque, nell’universo della televisione e della moda, si abusa delle rappresentazioni eccentriche e provocatrici dei corpi femminili. Per non parlare poi della pornografia contemporanea, su cui ho già molto scritto…
Quello che voglio dire è che, negli altri paesi occidentali, a differenza di quanto accade in Italia, la donna non è solo questo; non è soltanto una bambola bella e taciturna che permette agli uomini di sfoggiare la propria superiorità. Le veline iscritte sulle liste elettorali per proiettare una falsa immagine di freschezza, le show girl ridicolizzate alla televisione appena aprono la bocca, quando, raramente, ciò accade, le “ragazze immagine” cui si paga un gettone di presenza per fare da decoro durante le cene di lavoro non rappresentano solo un “pezzo sgradevole e avvilente” del nostro paese. Sono il sintomo stesso di come vengono considerate, oggi, le donne in Italia. A volte accade che qualcuno, rendendosene conto, abbia vergogna e faccia finta di protestare.
Tuttavia, invece di impegnarsi veramente e fare in modo che le cose cambino, la maggior parte del tempo ci si volta altrove, disgustati o indifferenti, senza accorgersi che le ambizioni e le aspirazioni delle donne italiane stanno progressivamente svanendo. Si possono sempre citare alcune eccezioni: giovani donne brillanti che riescono a sfondare nel campo della scienza o dello sport, come pure nel mondo degli affari e delle aziende. Ma anche nel Novecento, molto prima della rivoluzione degli anni Sessanta e Settanta, si poteva citare l’esempio di alcune donne capaci di uscire dall’anonimato. Purtroppo, però, lo sappiamo tutti, una rondine non fa primavera. E quando ci si guarda in torno e si analizza quello che accade negli altri paesi europei, l’Italia non può che sfigurare: è l’emblema stesso del ritorno all’atavico maschilismo dei paesi mediterranei. È questo che stupisce e scoraggia quando ci si rende conto che l’unico modello femminile valorizzato oggi in Italia è quello della giovane donne focalizzata sull’immagine del proprio corpo e al servizio della seduzione maschile. Non perché non ci si debba occupare del proprio corpo. È anche grazie al corpo che ognuno di noi esprime la propria unicità. Ma perché, quando il corpo non è altro che un oggetto di seduzione, la donna perde la possibilità di esprimersi indipendentemente dallo sguardo degli uomini. Tanto più che, se nella pubblicità l’uso del corpo della donna ha una finalità puramente commerciale, negli spettacoli televisivi d’intrattenimento la riduzione della donna a soprammobile è al servizio degli stereotipi di genere, ad uso e consumo del pubblico maschile.
In un contesto di questo genere, il linguaggio della politica – che non è solo quello di Silvio Berlusconi, ma della stragrande maggioranza degli uomini politici – non fa altro che rafforzare la dominazione maschile. Rari sono coloro che, durante un comizio o quando sono alla televisione, non ricorrono alle metafore sessuali. Alcune battute, che si poteva sperare appartenessero ad epoche ormai lontane, ricompaiono e suscitano l’ilarità popolare. Talvolta, sono le donne stesse a ridere e a partecipare, più o meno consapevolmente, alla perpetuazione di forme ataviche di maschilismo… Si può veramente sorridere quando Bossi, rivolgendosi a Berlusconi durante un comizio, esclama impunemente: “Silvio, te l’avevo detto che ce lo abbiamo duro, ed è per questo che qui oggi è pieno di donne”? Si può ridere spensieratamente quando si sa che, in piena campagna elettorale, ad una donna che gli dichiarava la propria emozione nell’incontrarlo, Berlusconi rispondeva: “Che direbbe dopo aver passato una notte d’amore con me”? E quando alla giovane precaria il nostro premier consigliava di trovarsi un marito ricco? Nell’estate del 2009, le dichiarazioni di Veronica Lario hanno aperto il vaso di pandora, mostrando che battute del marito non erano altro che la punta dell’iceberg di un sistema ancora fondamentalmente patriarcale, che strumentalizza le donne e, promettendo loro successo e riuscita personale, le riduce a semplici pedine da spostare a proprio piacimento sulla scacchiera del potere.
A poche settimane dalle elezioni europee, Sofia Ventura aveva già preso la parola per denunciare fermamente il fenomeno del “velinismo”: “Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi; le donne sono, banalmente, persone”. Ma sono le rivelazioni di Veronica Lario e, in seguito, lo scandalo delle escort a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa, che obbligano l’Italia a fare i conti con la realtà della condizione femminile. Il triste rituale delle cene, dei balli, delle barzellette e delle “ragazze-immagine” in abiti neri e trucco leggero, i cui volti si sovrappongono fino a sfumare l’uno nell’altro, diventa allora il simbolo di un mondo in cui le donne non sono altro che sbiadite controfigure. Non si tratta affatto, come alcuni hanno preteso, di una vicenda aneddotica o di un gossip. Si tratta, al contrario, dell’ovvia conseguenza di un sistema politico-culturale che assegna alla donna un ruolo assolutamente subordinato. È per questo che si deve insistere sulla dimensione politica dello scandalo. Ci sono dei momenti in cui, come diceva un famoso slogan degli anni Settanta “il privato è pubblico”! Ogni democrazia liberale si fonda sulla necessaria separazione tra sfera pubblica e sfera privata, per permettere a ciascuno di preservare le proprie libertà individuali.
A partire dal momento, però, in cui la vita privata viene per anni utilizzata e messa in scena come un argomento chiave della propria credibilità e del proprio successo politico, allora è inutile giocare con le parole e difendersi sostenendo che la propria vita privata non debba interessare gli italiani. Non si può utilizzare come argomento di campagna elettorale la propria virilità e poi voler nascondere la propria vita sessuale nel momento in cui ci si rende conto che non corrisponde esattamente a quello che la gente si aspettava. Tanto più che il modo in cui si parla delle donne ha poi un riscontro tangibile nel modo in cui le si tratta… Ma allora perché tante donne sono ancora “afasiche”? L’episodio “Rosy Bindi” permette, almeno in parte, di spiegarlo. Di fronte ad una donna che, con coraggio, porta avanti da anni le proprie idee e non si lascia intimorire dall’atteggiamento sprezzante dei nostri uomini politici, la reazione è estremamente virulenta: “Lei è più bella che intelligente”, le dice Silvio Berlusconi in diretta durante la trasmissione Porta a porta. La frase ha, d’altronde, l’effetto voluto, almeno in un primo momento. Perché Rosy Bindi resta alcuni secondi senza reagire, paralizzata di fronte ad una frase che non si limita semplicemente a dire qualcosa, ma che “agisce”. Perché le “parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi in Cristo si è fermato ad Eboli. Perché le parole “fanno” – hanno un potere performativo – soprattutto quando il loro scopo è insultare. Rosy Bindi è purtroppo abituata a questo tipo di trattamento. Si è allenata per anni alla palestra delle umiliazioni. È forse per questo che, dopo alcuni attimi di silenzio attonito, riprende la parola e contrattacca: “Non sono una donna a sua disposizione”. Quante persone (uomini e donne) sarebbero state capace di reagire come lei? Quanti avrebbero avuto la forza di passare al contrattacco senza scoppiare in lacrime, perché parole come quelle sono uno schiaffo in pieno volto?
Il problema degli insulti, dei cosiddetti “discorsi dell’odio” (hate speech), è complesso. Il fenomeno è stato analizzato da alcune femministe americane che, decostruendo i meccanismi di dominazione maschile, hanno puntano il dito sul circolo vizioso dell’hate speech che assegna alle donne un ruolo ben determinato da cui non possono più uscire. Tutte coloro che osano rivendicare ad alta voce l’uguaglianza e i propri diritti civili non sono prese sul serio: le loro rivendicazioni sono immediatamente discreditate e si utilizza contro di loro non l’argomentazione, ma l’arma subdola dell'insulto che le fa tacere. Una donna che chiede di essere rispettata è sempre un’“isterica”, una “donna frustrata”. È la stessa tecnica che utilizza il potere quando, poco sicuro di sé, cerca di soffocare le rivendicazioni delle minoranze (immigrati, omosessuali, ecc.). Quando si urla ad una donna che è una “troia”, ad un omosessuale che è un “frocio” o ad una persona di colore che è uno “sporco negro”, lo si fa perché l’altro poi non possa rispondere. Quello che conta non è l’argomento che si utilizza. Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessun’idea, nessuna razionalità. Il fine è sempre lo stesso : ferire l’altro perché taccia.
E, in genere, il risultato che si ottiene è proprio questo: il silenzio. Perché la donna, l’omosessuale e lo straniero, di fronte a tanta violenza, si scompongono. Allora tacciono. Si nascondono. Imparano ad introiettare l’immagine negativa che viene loro rinviata di se stessi. Almeno fino a quando non riescano a prendere una distanza critica, a separare la violenza dell’insulto dal suo contenuto oggettivo, e a costringere l’avversario alla discussione razionale. Il che non è mai semplice, soprattutto quando si è in televisione, dove le invettive saturano ormai la scena. Con questo non voglio certo giustificare l’afasia delle donne. Restare silenziose o, ancora peggio, ridere di fronte alle battute di un premier che cerca di far tacere una deputata dell’opposizione dicendole che è “più bella che intelligente”, significa rendersi complici di un sistema ben rodato che sa come azzittire definitivamente le donne.
Quello che voglio dire è che è estremamente difficile astrarsi dalla violenza e prendere pubblicamente la parola per difendere, nonostante tutto, la propria dignità. Non posso dimenticare come, qualche giorno dopo aver lanciato l’appello per la dignità delle donne, la mia mail fosse piena di lettere di insulto. “Marzano – per citarne una tra le meno volgari – mi faccia un piacere: smetta di scrivere. Nessuno qui in Italia condivide le sue idee”. Esattamente come ricordo una patetica intervista su una radio italiana di cui preferisco tacere il nome, durante la quale mi è stato impossibile replicare al conduttore… mi interrompeva prima ancora che avessi potuto concludere una frase composta di soggetto, verbo e predicato… Non per questo, però, bisogna abbassare la testa e rinunciare. Quando un uomo ci offende, rispondere è ormai un dovere cui non ci si può più sottrarre. Ne va di mezzo la nostra dignità!