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Migrazione: il ruolo (possibile) dell'Europa
Di Susan George, traduzione di Manuela Manelli Susan George è saggista, membro del Transnational Institute di Amsterdam e Presidentessa onoraria dell'Attac-France. sanspapier (Foto: William Hamon/Flickr) (Foto nel testo: Susan George, Raimond Spekking, Wkipedia commons) Poniamoci una domanda all'apparenza semplice: un'emigrazione a larga scala come quella da “sud” a “nord” può considerarsi un fenomeno “normale”? Quanti giovani sceglierebbero di lasciare in modo permanente il loro Paese, i paesaggi familiari, il cibo, la loro infanzia, la famiglia, gli amici, i ricordi, e la lingua... senza validi motivi? Non sacrificherebbero mai le loro vite e non rischierebbero il loro futuro per attraversare confini o raggiungere le rive europeeper essere presi, nel migliore dei casi, per “sans papiers: persone sprovviste di documenti che hanno a che fare con umili lavori sottopagati, precarie condizioni di vita, alloggi affollati sotto lo standard qualitativo di vivibilità, nessun diritto civile, possibile incarcerazione e deportazione, razzismo, xenofobia... Detto questo non dovremmo accettare l'ipotesi che la migrazione di massa non è “normale”; che i candidati alla migrazione, più spesso di quanto si creda, eviterebbero di partire se avessero altre opzioni; che i fattori che spingono queste persone a lasciare i loro paesi richiedono un'esame più attento di quanto abbiano ricevuto fin'ora? Tra tali fattori non dovremmo forse anche accettare l'ipotesi che, nel caso dell'Europa, bisognerebbe fare qualcosina in più in merito alle politiche di emigrazione? Da una parte dobbiamo confrontarci quasi tutti i giorni con la prova evidente di persone disperate disposte ad intraprendere lunghi e strazianti viaggi e incorrere in pericoli; dall'altra, virtualmente, la letteratura accentua il fatto che la migrazione verso l'Europa è causata dalla “povertà” o dal “deterioramento della situazione socio-economica” nel proprio Paese; o “il crescente divario” tra Nord e Sud. Queste servono come comode e convincenti spiegazioni. Da analisi più sofisticate emerge anche la mancanza di sicurezza in paesi piegati da lotte interne, migliori mezzi di comunicazione e sistemi di informazione che danno un'immagine irreale della vita nei paesi ricchi, reti di solidarietà sociale stabilite da e con gli ex-immigrati, la recente emersione di traffici di persone, spesso criminali, a scopo interamente commerciale che si occupano di reclutare e di contrabbandare immigrati attraverso i confini internazionali, e così via. Analisi che invocano la povertà, il deterioramento e il divario non sembrano prendere in cosiderazione, all'interno del loro ragionamento, perché fattori di questo genere siano presenti su così vasta scala. E invece questi flagelli sono reali. Una così grande preoccupazione politica dei governi e dei cittadini europei – così evidente nel caso dell'immigrazione – rende necessario un'esame di tale politica. L'esperienza dimostra che l'approccio securitario è, nel migliore dei casi, parziale, nel peggiore un fallimento. Le vere cause non sono state necessariamente identificate, ancora meno prese in considerazione e trattate. I leader europei riconoscono che i flussi migratori da Sud a Nord costituiscono un'area problematica. Questi leader dovrebbero produrre una più precisa valutazione dell'impatto delle politiche europee non solo sui governi del Sud, ma anche sulle vite delle comunità e della vasta maggioranza delle popolazioni di quella zona che costituiscono il polo umano da cui provengono le migrazioni. Con questo tipo di conoscenza sarebbero almeno in grado di stimare se mantenendo questa o quella politica otterebberoun “effetto boomerang” , dovendo quindi cambiare rotta. Un giuramento di Ippocrate per l'Europa Susan_George_(political_scientist)_-_Kirchentag_Cologne_2007Idealmente, l'obiettivo principale delle politiche europee nei confronti dei paesi mandatari dovrebbe contemplare una sorta di giuramento di Ippocrate: “Prima di tutto, non fare alcun male”. Un coraggioso programma di ricerca ha il dovere di valutare tale danno, se esiste, e in tal caso di concepire mezzi per eliminarlo e rimpiazzarlo con approcci positivi. Non ci sarebbe niente di meglio per migliorare la posizione europea nei confronti del Sud del mondo che questo tipo di atteggiamento. È vero che l'Europa, come ogni altra entità politica, deve soddisfare sia interessi economici che politici, e non ci si può aspettare che li abbandoni. Detto questo, questo tipo di ragionamento dovrebbe essere sostituito dall'approccio conosciuto come “enlightened self-interest” ('interesse degli altri è anche il tuo interesse) che merita un revival. I punti chiave delle politiche europee da esaminare riguardano il debito e il regolamento strutturale, il commercio e le strutture tariffarie, i sussidi, i prezzi dei prodotti, la pesca, l'impatto delle multinazionali europee, gli accordi di alleanza economica (Economic Partnership Agreements, EPA). Debito Nonostante modeste riduzioni, l'uscita di flussi (di merci e capitale, ndr) da Sud a Nord rimane un pesante fardello per i Paesi del Sud del mondo, intralciandone lo sviluppo. La ricerca deve quantificare questo peso e stabilirne il valore corrente – includendo quello monetario e non – di rimborso per ogni singolo Paese europeo e per l'Ue nel suo insieme. Qual è il vero impatto dei pacchetti di regolamento strutturale di debiti indotti, in particolare la privatizzazione di servizi pubblici e l'export-orientation, in particolar modo l'agricoltura? Il debito“crisi” è una malattia cronica e l'Unione europea dovrebbe, con l'aiuto della ricerca, escogitare un rapido, pulito, democratico, non-burocratico, libero da corruzione e decisivo piano, che possa mettere fine a un problema che ha suppurato per oltre un quarto di secolo.Sappiamo già che la cancellazione del debito è possibile. La ricerca ha bisogno di esaminare le somme date in prestito da specifici Paesi europei e la somma totale oltre cui l'Europa potrebbe avere influenza (tra cui somme ancora dovute alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, in cui il 30% delle azioni dà all'Europa pieni poteri). Molti sostengono che la cancellazione del debito porti ad un rinnovato indebitamento. Uno può, tuttavia, dimostrare – sebbene la ricerca sia ancora carente in questi ambiti – che nel momento in cui la cancellazione del debito dovesse avvenire, il denaro è speso bene nella sua interezza, per scuole, cliniche, vaccini, accesso all'acqua… L'Unione europea – in caso in cui si chiedesse ai Governi africani di far scegliere ai popoli quali priorità legare al denaro derivante dalla cancellazione del debito – potrebbe fungere da garabte perché queste somme vengano saggiamente usate. La cancellazione del debito non dovrebbe né creare uno smisurato numero di posti di lavoro nei Paesi in Via di Sviluppo né consentire una spesa molto più alta sulla sanità, sulla formazione e altre necessità. Contribuirebbe alla creazione di posti di lavoro in Europa, e permetterebbe ai paesi debitori di iniziare a spendere in beni capitali, piuttosto che in pagamenti di interessi economicamente sterili. Prezzo dei prodotti e commercio Uno dei più perversi impatti del debito è la sindrome dell'esportazione. Tutti i paesi indebitati devono guadagnare moneta forte per pagare gli interessi passivi e devono perciò esportare. In Africa in modo particolare, i paesi indebitati tendono ad esportare la stessa limitata serie di beni primari con il risultato che producono più di ciò che i mercati possono assorbire, abbassando così i prezzi per tutti. I prezzi dei prodotti sono in declino dagli anni Settanta. i prezzi più bassi paradossalmente incoraggiano la sovrapproduzione perché i paesi si sforzano di tenere le loro entrate stabili esportando sempre di più. Nel 2005, un proprietario di una piantagione di caffè in Uganda riceveva 14 centesimi al chilogrammo; in un supermarket britannico il caffè può arrivare a costare al consumatore finale 26.40 dollari al chilo. Le tariffe europee sono basse, quasi inesistenti per le materie prime mentre alte quando le merci sono trasformate nei paesi produttori in beni più elaborati. I paesi poveri non riescono a competere nella trasformazione dei loro prodotti così tanto da affrontare queste barriere. La politica europea di “Tutto tranne le armi” è un passo positivo che può ispirare ulteriori cambi benefici. Politiche di mercato europee ed esportazioni in Africa I sussidi del Nord contribuiscono alla rovina dei piccoli agricoltori. La produzione agricola europea è sostenuta per un ammontare pari a un miliardo di euro al giorno. Quale proporzione di questi sussidi riguarda i prodotti esportati nei mercati africani a prezzi più bassi del reale costo di produzione? Dobbiamo sapere molto di più sull'impatto del commercio europeo sui piccoli agricoltori e sulle nascenti industrie in Africa, in particolar modo sulla vendita a prezzi stracciati dei prodotti finanziati. Alcuni studi, relativi a prodotti come pomodoro e pollame, indicano che le esportazioni dall'Europa a prezzi imbattibilmente bassi hanno decimato i produttori locali e le industrie di trasformazione (ad esempio la produzione di pomodoro concentrato in Ghana). Sebbene esista già una letteratura consistente sul North American Free Trade Agreement (Nafta, Accordo Nord Americano per il libero scambio) e sul suo funzionamento sugli agricoltori messicani, sembra che l'impatto dell'Europa sugli agricoltori africani sia ben poca cosa. I funzionari dell'Unione europea saranno probabilmente consapevoli della persistente critica delle attuali politiche commerciali, se nel Wto o nei vari patti bilaterali/multilaterali e nell'Epa (Economic Partnership Agreements), sono contenuti investimenti dettagliati, accesso alle materie prime e agli approvigionamenti governativi. La chiara preferenza verso gli interessi delle multinazionali europee e l'influenza sulla politica di mercato europea sembra messa un po' in discussione. Gli Epa sono stati sfidati da alcuni paesi africani (Senegal, Sud Africa) ma la maggior parte acconsentono tacitamente e il gruppo caraibico dei paesi Acp ha già firmato in totale accordo. Il minimo che la Commissione potrebbe fare sarebbe di sponsorizzare il monitoraggio del reale comportamento e impatto delle multinazionali europee, in particolar modo degli estrattori di materie prime, nei paesi di partenza dei flussi migratori. Diverse Ong e ricercatori latinoamericani stanno studiando in questo momento l'impatto delle multinazionali europee sull'America centrale e latina . La pesca Il settore della pesca lungo le coste occidentali dell'Africa è calato a picco, causando un grave impatto per ii piccoli pescatori locali. Molti dicono che l'esaurimento delle scorte è dovuto alla sovrapesca da parte di navi industriali europee. È risaputo che i piccoli pescatori locali vendono le loro barche a persone che le usano per portare i migranti alle Canarie. La situazione potrebbe essere simile per i paesi sul Mediterraneo . Conclusioni Durante e dopo il processo di decolonizzazione, i primi paesi colonizzati e/o dipendenti produssero molti capi brillanti e carismatici (presenti alla Conferenza di Bandung, nel 1955, e non solo...). Questi paesi formarono gruppi politici come il Movimento dei Non-Allineati o il G-77. Dagli anniSettanta in particolare, sostennero un Nuovo Ordine Economico Internazionale; vari documenti delle Nazioni Unite come il Brandt Report del 1981 assecondò molte delle loro richieste. Per un attimo sembrava che ci potesse essere finalmente una più equa ripartizione della ricchezza nel mondo e maggiori opportunità per i paesi emergenti. Il Nord fu obbligato a pagare almle richieste provenienti da un rinnovato e fiducioso Sud. Nel 1974 alla Conferenza Mondiale della Fao di Roma, Henry Kissinger (dopo aver ingegnato il colpo in Cile) intonò: «Entro un decennio, nessun bambino andrà più a letto affamato, nessuna famiglia si preoccuperà per il pane del giorno dopo…» Seguirono altre conferenze e il Sud credeva, giustamente, di avanzare. Gradualmente, tuttavia, il Nord, guidato dagli Stati Uniti, riportò la situazione sotto controllo. Altre dittature, oltre a quella di Pinochet, furono sostenute dal Nord e i colonizzatori di prima ritornarono attraverso regimi non democratici e repressivi dell'Africa Subsahariana. L'Unione Europea come nuova entità politica di confronto ha l'opportunità di rompere con questo passato inglorioso e dimostrare che può non solo cooperare, ma agire come avvocato per eque alleanze permanenti con il Sud. Ogni contadino danneggiato, ogni giovane disoccupato, ogni pescatore senza sussistenza è candidato alla migrazione. L'Europa può, con politiche più lungimiranti, fermare questo disastro e rendere la migrazione meno necessaria.Naturalmente dovrà deludere qualche interesse o qualche potente, ma i benefici per gli europei e per le popolazioni del sud sarebbero enormi. L'Europa fortezza non funzionerebbe comunque e, nella situazione attuale, una politica “senza frontiere” resta un'opzione inaccettabile. Le uniche opzioni che restano sono quelle di rinforzare la già inefficace politica di sicurezza con le sue misure inumane, oppure di pensare alcune “pratiche” che permettano di eliminare gli abusi. Se così non fosse, nessuno – in particolar modo nessun funzionario europeo – si potrà stupire di fronte ai flussi migratori futuri.
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