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Non pagheremo la vostra crisi!
Questo articolo porta avanti il nostro lavoro relativo al Forum sul Processo di Bologna, parte del Transeuropa Festival.
(Photo: el Rafa/Flickr) Non pagheremo la vostra crisi! Onda Anomala, Conoscenza vivente e Istituzioni comuni Di Paolo Do e Gigi Roggero, traduzione di Giulia Puppini. Lotta universitaria in Italia Nell’estate del 2008 il governo Berlusconi ha approvato una misura finanziaria che, in un periodo di crisi economica, ha introdotto pesanti tagli al finanziamento della pubblica istruzione, così pesanti da sembrare orientati al totale smantellamento del sistema. A causa di un progetto iniziato in Italia dalla sinistra e poi portato avanti, con meno scrupoli, dalla destra, il sistema scolastico italiano è in profonda crisi da una decina d’anni; si tratta di una sorta di crisi permanente in cui, anno dopo anno, i tentativi di riorganizzazione appaiono più come tentativi di demolire la pubblica istruzione. Proprio contro tale processo le scuole primarie e secondarie, insieme alle università, si sono mobilitate a partire dal mese di settembre 2008: studenti, ricercatori, insegnanti precari, dottorandi e bambini delle elementari accompagnati dai genitori hanno occupato le sedi scolastiche per diverse settimane, fermando le lezioni e paralizzando le università, per protestare contro il taglio dei posti per l’insegnamento a tempo pieno e per sollecitare una riflessione su temi quali l’orario di lavoro , il lavoro affettivo e il lavoro riproduttivo. Migliaia di studenti sono scesi in piazza con lo slogan: ‘Noi la crisi non la paghiamo’. Occupare le università e paralizzare le città: queste le parole d’ordine di quello che è stato uno dei più grandi movimenti italiani degli ultimi anni, ispirato alle proteste che hanno bloccato le città francesi per più di un mese ininterrottamente e guidate dal movimento chiamato Manif Sauvage (Dimostrazione Selvaggia) per chiedere la sospensione della legge sul tipo di contratto denominato CPE. Per intere settimane le lezioni si sono tenute nelle piazze, nelle strade, nelle stazioni, mentre migliaia di studenti organizzavano dimostrazioni non autorizzate e sfidavano la polizia, trasformando la metropoli in un qualcosa di inaspettato e bloccando la sua produzione, concettualizzando la città non solo come una realtà spaziale, ma anche come un’articolazione di una nuova forma di sfruttamento e comando, oltre che come una nuova condizione e possibilità di conflitto sociale. Il movimento non si è fermato in Italia: ci sono state manifestazioni presso i consolati italiani di molte città d’Europa. A Berlino, Madrid, Barcellona, Parigi, Londra e Copenhagen studenti Erasmus e ricercatori precari hanno cercato di prendere attivamente parte alle lotte e alle proteste, facendo così dell’Europa il vero campo di battaglia. Le rivendicazioni per una nuova forma di previdenza sociale che sostenga sia il guadagno diretto sia quello indiretto, così come una nuova politica monetaria per gli studenti, rendono questa protesta diversa dai classici movimenti studenteschi. Questo perché, all’interno della metropoli produttiva, la figura dello studente è cambiata. Studenti e ricercatori hanno anche occupato teatri in diverse città d’Italia e rivendicato il libero accesso alla conoscenza e alla cultura, rivelando, con il loro intervenire a diversi livelli, la natura complessa e molteplice del movimento chiamato ‘Onda Anomala’. Una grande onda anomala si è abbattuta sull’Italia in un contesto politico dove la destra non è mai stata così forte, mentre la sinistra non esiste più. Il movimento all’interno della doppia crisi Stiamo affrontando una doppia crisi: da una parte quella economica globale, dall’altra la crisi dell’università nell’era moderna. La prima è sotto gli occhi di tutti, mentre la seconda si riscontra in un lungo processo di trasformazione che riguarda sia il sistema della produzione, sia il sistema dell’istruzione superiore, processo di cui si è occupato, negli anni ’90, il libro di Bill Readings intitolato The University in Ruins (L’università in rovina). Il movimento di protesta italiano sta proprio cercando, all’interno di questa doppia crisi, di trovare delle alternative che possano trasformare il sistema universitario e la produzione del sapere, affinché una nuova università autonoma possa sorgere dalle rovine. Si possono indicare almeno quattro aspetti politici ed analitici legati al movimento contro i cambiamenti del sistema universitario che, per quanto prendano forme particolari adattate alle specifiche circostanze, rientrano di fatto in una tendenza globale. Il primo aspetto è il fenomeno della corporativizzazione, che in Italia è paradossalmente combinato, nelle università statali, con una sorta di ‘potere feudale’, senza alcuna contraddizione fra i due elementi. Quando si parla di corporativizzazione va precisato che non si intende semplicemente il fatto che i fondi privati sono preponderanti nell’università pubblica, né si sta solamente prendendo in considerazione il suo statuto giuridico. Bensì si intende che l’università stessa, per poter competere sul mercato della formazione e della conoscenza, deve diventare una corporazione, frutto dell’analisi dei costi e dei benefici, dell’input e dell’output, nonché dell’applicazione della logica del profitto. In altre parole, questo fenomeno trascende la dialettica pubblico versus privato che caratterizza l’università moderna. Ecco perché la mobilitazione contro la corporativizzazione dell’università non può basarsi sulla difesa del modello pubblico, che è stato messo in crisi non solo dal neoliberismo, ma anche dal movimento in questione: “Non pagheremo la vostra crisi!” equivale a “Non saremo noi a pagare la crisi dell’università pubblica”. L’opposizione alla corporativizzazione pone il problema di come sfuggire all’alternativa tra pubblico e privato, stato e corporazione. Il secondo aspetto messo in luce dalla crisi riguarda la centralità della produzione del sapere, sia nell’economia capitalistica contemporanea che nelle lotte. Il classico motto della sinistra che recita “la conoscenza non è un bene di consumo” non è più vero: si tratta, al contrario, di un bene centrale nel sistema di produzione odierno. Esiste infatti un’economia politica del sapere che si manifesta in unità di misura artificiali quali, per esempio, il sistema dei crediti, il sistema della proprietà intellettuale, quello della valutazione del rendimento , la ‘reference economy’ e così via. Ecco che la produzione del sapere va oltre le classiche misurazioni della produzione dei beni tangibili. Da questo punto di vista, non c’è corrispondenza fra la cosiddetta meritocrazia e la qualificazione del sapere, dal momento che lo scopo della prima è quello di creare una gerarchizzazione all’interno del mercato della formazione e del lavoro. Non si tratta nemmeno di un processo di dequalificazione del sapere, che porta ad una diminuzione del valore della forza lavoro. I processi cosiddetti di déclassement sono temi centrali delle lotte studentesche di tutto il mondo negli ultimi anni, comprese quelle italiane. Occorre però prestare attenzione, perché non si tratta di opporsi alla valutazione in termini astratti, bensì di recidere i legami tra misurazione e valutazione, tra meritocrazia e qualità del sapere: un sistema meritocratico va infatti contro la qualità della conoscenza, dal momento che mira alla creazione di un valore artificiale che catturi il potere collettivo del lavoro cognitivo. Ciò che si rende necessario, dunque, è la sperimentazione di un processo valutativo del tutto immanente alla cooperazione del sapere, una sorta di autovalutazione basata sul fatto che la produzione del sapere non è in alcun modo misurabile. Parlando della centralità della produzione del sapere siamo giunti al terzo aspetto: la nascita di una nuova figura di studente, il quale non è più visto come forza lavoro in formazione, ma già come un lavoratore e produttore di sapere. Assistiamo inevitabilmente ad una continua sovrapposizione tra mercato della formazione e del lavoro, e il problema della loro relazione è messo in evidenza dallo slogan del movimento universitario italiano (‘Non pagheremo la vostra crisi!’), così come dalle pratiche che negli ultimi anni si sono riscontrate a livello globale in questo genere di conflitti e opposizioni. A questo punto si potrebbe parlare del passaggio, nel meccanismo di selezione, dall’esclusione all’inclusione differenziata. In altre parole, nel sistema di valutazione generale, il valore dello studente-lavoratore non dipende molto dall’avere o meno frequentato un istituto di educazione superiore, ma soprattutto da quale istituto la persona in questione ha frequentato: il valore della sua laurea è legato alla posizione (ecco perché si parla di valore artificiale) dell’università nella gerarchia stabilita dal mercato della formazione, che è basata, più che sulla qualità del sapere, sul prestigio dell’istituzione, sul suo marchio e sulla possibilità di accumulare contatti vantaggiosi (capitale umano e sociale)durante il percorso. Nemmeno l’aumento delle tasse universitarie è indice di un ritorno al meccanismo tradizionale dell’esclusione, dal momento che le iscrizioni sono in aumento; spesso però grazie al sistema del debito che, rappresentando una diminuzione dello stipendio prima ancora che uno stipendio venga percepito, costituisce un altro filtro selettivo che agisce per regolare il valore della forza lavoro. Siccome formazione e sapere sono necessità sociali imprescindibili, il finanziamento del benessere è un modo per rispondere a tali bisogni in maniera individuale, ma allo stesso tempo è il prototipo della fragilità permanente del sistema: il mancato pagamento dei debiti è infatti una delle cause della crisi economica globale. Il governo italiano, insieme alla sua commissione di esperti, sta quindi cercando di importare un modello che è già in crisi nel suo contesto originale. Un’Onda Anomala sta invadendo l’Europa L’ultimo aspetto mette in evidenza la questione politica principale: se abbiamo superato la dialettica tra pubblico e privato e tra inclusione ed esclusione, l’alternativa alla doppia crisi non è il ritorno al modello pubblico, né il semplice ricorso al sistema neoliberale. Le lotte indicano chiaramente che ciò che è in gioco è l’autonomia del sapere e la costituzione di istituzioni comuni, ossia l’organizzazione autonoma della cooperazione sociale. Si rende qui necessario precisare che cosa si intende per ‘comune’ o ‘beni comuni’: da una parte non si tratta di isole felici, ma di realtà che costantemente potrebbero essere risucchiate dal capitale dal momento che il valore della produzione non è più tanto basato sull’organizzazione della cooperazione sociale, ma bensì sull’appropriazione dei beni comuni. Allo stesso tempo però, non esistendo in uno stato naturale mitologico, i beni comuni sono definiti dalla cooperazione sociale e dalla produzione del sapere; anche acqua e terra sono continuamente prodotte e riprodotte e vengono considerate ‘beni comuni’ solo perché sono la posta in gioco di un processo di lotta e cooperazione. Questa è la prospettiva che viene proposta, una prospettiva definita dalle relazioni tra singolarità e molteplicitàsia all’interno sia contro l’ottica capitalistica dei rapporti di produzione. Dato che, all’interno di questa cornice teorica, la doppia crisi implica la necessaria esistenza del sistema capitalistico fondato sull’appropriazione dei beni comuni per bloccare e quindi controllare il potere della conoscenza e della cooperazione sociale, le istituzioni comuni rappresentano la rottura del processo capitalistico di appropriazione costituendo così la via d’uscita basata sull’organizzazione autonoma delle forze produttive. Le istituzioni comuni fanno inoltre riferimento ad una nuova dimensione temporale. Molti lavoratori precari parlano di assenza di futuro, quando il futuro, un tempo, era la dimensione normativa del presente al fine di controllare e differire le questioni fondamentali sollevate dai movimenti sociali, oltre che per consolidare il ruolo rappresentativo dei partiti e dei sindacati tradizionali. Questa assenza di futuro può essere compensata, nella pienezza e nella ricchezza del presente, dalle istituzioni comuni che, essendo fondate sull’organizzazione collettiva della produzione del sapere, rimangono costantemente aperte alla loro stessa sovversione. Questo è il significato di 'auto-riforma' all'interno del movimento universitario italiano. Non è una proposta indirizzata al governo o ad alcuni partiti, e non allude ad una pratica riformista volta a moderare le questioni più critiche. Al contrario, è la forma organizzata degli elementi radicali, in modo da costruire l'autonomia non in un lontano futuro, ma immediatamente. E 'il consolidamento del rapporto di potere per aumentare il livello d’intensità del conflitto e della trasformazione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a numerosi conflitti in tutta Europa, dalla Spagna alla Danimarca, dalla Francia alla Grecia e in Italia. Insieme costituiscono un processo di resistenza all'interno del Processo di Bologna, cioè il progetto volto a costruire uno spazio comune europeo dell'istruzione superiore attraverso l'armonizzazione delle linee di riforma nei paesi dell'UE. Parlano la stessa lingua. Rappresentano la scrittura di un lessico comune dell'autonomia e dei conflitti relativi alla produzione di conoscenza. Ora dobbiamo fare un passo avanti: dobbiamo ripensare lo spazio europeo costruendo un contro-processo al Processo di Bologna. Vale a dire, l'organizzazione transnazionale delle università autonome, per un’università senza confini.
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