
(Photo:
cinocino/Flickr)
di Alessandro Valera.
Da problema di attivismo politico marginale, quello dei diritti dei gay è diventato un problema politico ampiamente dibattuto e corrente. Quando nel 2001 (appena nove anni fa) i Paesi Bassi per primi garantirono alle coppie gay il diritto di sposarsi e di adottare un figlio, molti all’estero salutarono tutto ciò come l’ennesimo sviluppo eccentrico della politica sociale olandese. Proprio come la legalizzazione della marijuana e la prostituzione in vetrina, ci si aspettava che anche questo restasse una peculiarità dei Paesi Bassi, il cuore liberale dell’Europa.
Contrariamente alle aspettative, però, negli ultimi dieci anni si è registrata una rapida espansione della regolamentazione delle unioni gay in tutto il continente. Al momento la maggior parte dei paesi europei (14 su 27) premettono la celebrazioni di unioni permanenti a coppie dello stesso sesso. In cinque paesi che fanno parte dell’UE (Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Svezia e Portogallo) e in Norvegia, il matrimonio gay è permesso e queste coppie godono degli stessi diritti delle coppie sposate etero, incluso quello di adottare dei bambini (il Portogallo fa eccezione). Altri paesi, come la Germania e il Regno Unito, hanno creato nuove forme di unione create appositamente per le coppie gay. Nel Regno Unito infatti le Civil Partnerships (unioni civili) sono praticamente assimilabili al matrimonio se si considerano i diritti e i doveri stabiliti. Un terzo gruppo di paesi regolamenta la convivenza (di coppie gay e non) con un certo numero di istitutuzioni diverse fra loro, come i PACS francesi. Gli unici paesi dell’Europa centro-orientale che garantiscono una qualche forma di unione alle coppie omosessuali sono la Slovenia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca. Italia, Irlanda e Grecia, invece, sono gli unici paesi della ‘vecchia Europa’ a non farlo.
Un resoconto pubblicato dall’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali ha sottolineato come ogni passo avanti verso la protezione della comunità gay e verso l’espansione dei loro diritti tende a trasformarsi in un atteggiamento più positivo da parte della popolazione nei confronti di questo gruppo. Non è quindi, come si potrebbe credere, che una maggiore accettazione porti all’espansione dei diritti, ma piuttosto sembra che il garantire i diritti porti ad una maggiore accettazione, dovuta in gran parte alla “normalizzazione” delle famiglie gay. Sicuramente nei paesi dove le coppie omosessuali sono state protette giuridicamente, anche imprese e datori di lavoro hanno fatto lo stesso, garantendo ai partner dello stesso sesso gli stessi benefici concessi alle mogli e ai mariti degli eterosessuali. Essendo i paesi dell’UE fra loro interconnessi economicamente, sono in aumento le coppie omosessuali che si trovano nella necessità di trasferirsi in un altro paese europeo dove la loro unione non è riconosciuta.
Nel 2009 la presidenza svedese del Consiglio Europeo ha cercato di promuovere, sotto il controllo della Direzione Generale Giustizia e Affari Interni della Commissione Europea, il riconoscimento di tutte le forme di matrimonio e di unione civile in tutti i paesi dell’Unione. Tuttavia, ciò che poi fu denominato il programma di Stoccolma fu ammendato e ratificato, senza includere questo elemento ‘controverso’. Nonostante la mancanza di legislazione in merito, questo problema sta diventando sempre più prominente, dal momento che le coppie omosessuali con problemi di riconoscimento in altri paesi sono aumentate rispetto ai primi anni del 2000 e formano oggi un gruppo consistente di cittadini europei che non si vedono riconosciuti il diritto alla libertà di muoversi e lavorare in ogni paese dell’Unione. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea recita chiaramente che “il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio”.
Questo articolo è stato scritto probabilmente per scongiurare il pericolo di futuri tentativi di approvare le unioni tra persone dello stesso sesso in tutta Europa. Esistono, tuttavia, le premesse per chiedere - se non un pieno riconoscimento delle unioni gay in ognuno dei paesi dell’UE - almeno un riconoscimento di quelle unioni sanzionate in quegli stati membri che le permettono ed esteso a tutta l’Unione. Ciò scatenerebbe una reazione a catena nel processo di generalizzazione delle libertà civili in tutti i paesi europei. Non permettere alle coppie dello stesso sesso di “trasferire”il loro status da un Paese europeo all’altro significa violare la base stessa della ‘cittadinanza europea’, oltre che tutta una serie di altri articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, che è legalmente vincolante. L’articolo 9 afferma che “ogni persona ha il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare”. Al momento le vite di molte coppie e dei loro bambini non vengono rispettate, dato che non si possono spostare in un altro Paese dell’EU con la sicurezza di vedere ancora riconosciuta la loro unione.
L’articolo 15 recita che “ogni cittadino dell'Unione ha la libertà di cercare un lavoro, di lavorare, di stabilirsi o di prestare servizi in qualunque Stato membro”. Come è stato sottolineato precedentemente, molti lavoratori europei, anche se godono tecnicamente di tale diritto, non possono di fatto scegliere un lavoro in un altro paese nel quale il loro partner o i loro figli non verrebbero riconosciuti per legge. L’articolo 24.3 invece afferma: “Il minore ha diritto ad intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse”. In paesi come l’Italia i bambini con i genitori dello stesso sesso possono, per il momento, essere registrati solo come figli di uno dei due genitori. Questo ha spesso significato, per l’altro genitore, non avere riconosciuti diritti giuridici sui propri figli quando sono costretti, per motivi di lavoro, a trasferirsi in uno di questi paesi. L’articolo 33 afferma che “è garantita la protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale”. Ma questo è piuttosto difficile se il proprio marito o moglie e figli non sono riconosciuti giuridicamente, protetti socialmente e non formano un’unità economica. Ottenere il riconoscimento delle unioni omosessuali in tutti gli stati membri gioverebbe forse solo a poche migliaia di europei in un’ Unione Europea di 500 milioni di persone.
Tuttavia, quelli che conoscono le teorie dell’integrazione avranno in mente “l’effetto contagio”, che fa sì che l’integrazione in una determinata area politica porti inevitabilmente a ulteriore integrazione. Così è accaduto in Canada, dove la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso ha creato un pasticcio costituzionale, dato che le coppie sposate, tornate nelle loro provincie d’origine, chiedevano che la loro unione venisse riconosciuta. Questo ci può far sperare che, nell’Unione Europea dopo il Trattato di Lisbona, piccoli cambiamenti possano portare a grandi conquiste nel futuro.
Se ci impegneremo per ottenere il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso nei vari stati membri, ben presto i paesi istituzionalmente omofobi non avranno altra scelta che quella di riconoscere la famiglia, in ogni forma che essa assume nell’Europa contemporanea.