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Post-Schengen: una situazione difficile nelle carceri slovacche
(Photo by Michele Brancati, dal reportage " Big Brother Slovacco").
qualuque persona privata della libertà deve essere trattata nel rispetto dei propri diritti umani”. (Art. 1-European Prison Rules)
Il 21 gennaio 2007 gli accordi di Schengen sono stati estesi a 9 dei 10 stati annessi all' UE nel 2004: Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia e Malta. Gli accordi di Schengen del 1985, poi confermati da una seconda conferenza nel giugno del 1990 proponevano “la libertà di attraversamento delle frontiere interne da parte di tutti i cittadini degli Stati membri e la libera circolazione delle merci e dei servizi”: quindi una maggior mobilità e al contempo un maggior controllo su Stati terzi. Per questo motivo sono stati effettuati, tra il 2007-2008, una serie di controlli sulle modalità effettuate da ciascun paese per prevenire l'immigrazione irregolare. Per il suo ingresso la Slovacchia ha duvuto costruire un muro virtuale al confine con l'Ucraina: costata circa 100 milioni di Euro, provenienti per un terzo da finanziamenti comunitari, l'opera già denominata “Big Brother” ha previsto che sui circa 97 km che separano i due paesi venissero poste telecamere mobili e a raggi infrarossi, termo rivelatori, visori notturni, gps, e mezzi di pattugliamento (fuoristrada, motoslitte ed elicotteri) che avvertono il quartier generale della polizia di Sobranče della frontiera slovacca nel caso in cui si tenti di oltrepassare il confine al di fuori degli 11 check point ufficiali attivi. Nella parte meridionale le telecamere sono poste a soli 186 metri di distanza l'una dall'altra; nella parte settentrionale, meno accessibile e quindi difficilmente controllabile, sono stati posti speciali apparecchi visivi, in grado di distinguere tra uomini e animali fino a 5 km di distanza. Fino al 2008 circa 2000 persone l'anno riuscivano infatti ad entrare illegalmente sul territorio slovacco, varcando il confine orientale. A seguito degli accordi del dicembre 2007 tra Unione Europea e Ucraina, chiunque venga intercettato entro 48 ore dal suo ingresso, verrà riammesso immediatamente in Ucraina; nel caso dei richiedenti asilo, invece, in virtù della Commissione di Ginevra , essi potranno soggiornare nel centro di accoglienza di Humenné, in attesa di conoscere l'esito della propria domanda. Questo perchè l' Ucraina viene considerato dall' UE un paese sicuro: l' Unione ha infatti finanziato il paese con circa 2400 miliardi di euro tra il 1991 e il 2006. Un paese però dove risulta essere molto difficile proporre una richiesta di asilo: secondo i dati ufficiali, infatti, nel 2007 su 2643 richieste d'asilo solo 14 sono state accettate. In entrambi i casi, sia per i richiedenti asilo che per gli irregolari in genere, verranno prese impronte digitali e verrà effettuata un'interrogatorio in una lingua comprensibile per l'interrogato, spiegando i motivi della detenzione. Human Rights Watch ha presentato un rapporto sulle problematiche di questa situazione: si legge che nei centri di accoglienza di Chop, Pavshino e Mukachewo, i moduli sono in cirillico, senza traduttori né avvocati, e il tasso di corruzione risulta essere molto alto: spesso pagando si può facilmente trovare chi ti aiuta a compilare i moduli. Nel 2005 è inoltre uscito il Rapporto del Comitato Europeo per la Prevenzione delle Torture e dei Trattamenti Inumani e Degradanti (CPT) che ha stilato un resoconto sui centri di detenzione e centri di detenzione temporanea in Ucraina. Le strutture carcerarie e i centri di accoglienza sono risultati inadatti a sostenere il numero di immigrati presenti: le celle di L'viv, ad esempio accolgono 12 letti in 18 mq; a Chop 17 letti su 28mq: un numero chiaramente insufficiente e visibilmente lontano dagli standard previsti dall' European Prison Rules, che impone un obbligo quantomeno morale di adattarsi alle normative comunitarie. C'è poi la questione igienica da non sottovalutare: in alcuni centri i detenuti hanno a disposizione borse di plastica per espletare i propri bisogni; inoltre l'assistenza sanitaria spesso non è garantita, e il monitoraggio di malattie infettive è inesistente. In molti casi il paese ha violato l'articolo 33 della convenzione dello status sui rifugiati del 1951, il principio del "non-refoulement", la legge internazionale che prevede la protezione dei rifugiati nel caso in cui la loro libertà risulti minacciata nel paese di provenienza. Negli ultimi mesi è cresciuto il dibattito sulle condizioni delle carceri ovunque in Europa, e la riabilitazione dei detenuti verso una nuova vita in molti paesi è ancora lontana: ma non dobbiamo dimenticare che i detenuti, di qualsiasi reato si siano macchiati, hanno diritto ad una pena giusta e proporzionata, nel rispetto dei loro diritti di esseri umani, e l' Unione Europea non può certo nascondersi dietro la retorica comunitaria. C'è sicuramente necessità di sviluppare le "European Prison Rules" con maggior efficacia, perchè è evidente che l'obbligo morale di adattarsi ad esse è ancora ben lontano dall'essere completamente realizzato.
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