Di Alfonso Gianni e Roberto Musacchio, Sinistra e Libertà
Il Parlamento Europeo ha dato un suo primo parere, non ancora il via libera, sui sei testi risultanti dal confronto istituzionale tra Consiglio, Commissione e Parlamento stesso, per attuare le deliberazioni assunte dal Consiglio europeo del 23 e 24 marzo per dare alla Ue un sistema di governance economica in una situazione resa particolarmente difficile dall’attuale crisi economico finanziaria internazionale i cui effetti non accennano a finire.
Il voto, e l’iter, sono abbastanza complessi e contraddittori data anche la portata politica della questione. In sostanza si sono approvati i testi dei compromessi parlamentari e poi i testi legislativi risultanti, ma non si è votato ancora il dispositivo che consente il via libera a Consiglio e Commissione. Per giunta mentre le destre approvavano sia i compromessi che le disposizioni legislative, socialisti e verdi hanno apprezzato i compromessi ma votato contro la maggior parte della legislazione pur emendata. Il Gue ha votato contro sia ai compromessi che alla legislazione. Alla fine però tutto il Parlamento ha sospeso il voto finale in attesa di ulteriori negoziati con il Consiglio su questioni istituzionali.
Nel loro complesso comunque tali proposte appaiono del tutto insufficienti e inadeguate a modificare l’impianto che è emerso nella riunione del Consiglio di fine marzo, che si basa sulla logica di privilegiare a ogni costo il rientro dal deficit di bilancio e di riduzione del debito accumulato da parte dei paesi membri. Si conferma cioè una linea non condivisibile per ragioni economiche, sociali e democratiche. E’ una linea che vuole riportare la locomotiva sui vecchi binari, quello delle dottrine neoliberiste che sono state all’origine delle politiche dei governi che hanno alimentato la crisi anziché fronteggiarla con misure anticicliche.
Infatti l’ottenimento del pareggio di bilancio entro il 2014 e la riduzione forzata del debito in ragione di un ventesimo all’anno della differenza che intercorre tra il debito/pil di ogni singolo paese e il vincolo adottato a Maastricht pari al 60%, non può che avvenire aggredendo la spesa per fini sociali o addirittura svendendo il patrimonio pubblico con una nuova ondata di privatizzazioni che colpirebbero settori economici decisivi e il patrimonio paesaggistico, artistico e culturale di ogni singolo paese. Del resto quello che sta succedendo in Grecia è sotto gli occhi di tutti. I prestiti fatti al paese ellenico hanno come contropartita la sostanziale sospensione della potestà di bilancio e della democrazia in quel paese. Senza peraltro riuscire a risolvere la crisi economica e sociale che lo scuote con particolare virulenza.
La crisi è stata provocata da un eccesso di indebitamento privato per permettere acquisti di merci in sovrapproduzione, non da un di più di debito pubblico. Solo successivamente, anche per venire in soccorso alle banche che altrimenti sarebbero andate incontro al fallimento, il debito privato è stato trasformato in debito pubblico. Ora si pretende che questo venga smaltito abbattendo lo stato sociale e diminuendo i consumi delle classi lavoratrici. Si preferisce fare fallire interi paesi, come sta avvenendo per la Grecia e come potrebbe avvenire per altri paesi particolarmente esposti sul lato del debito accumulato – come l’Italia – piuttosto che gli istituti del capitale finanziario internazionale.
Too big to fail si dice, ma ciò non vale per paesi sovrani.
Questa situazione va affrontata alla radice, con una ridiscussione dei vincoli del trattato di Maastricht, per fare in modo che gli obiettivi di una economia ambientalmente e socialmente sostenibile – espressione che riempie le pagine dei documenti europei – non sia una vuota parola ma una politica concreta. Perciò serve una modifica della mission della Bce, che non può essere solo la lotta all’inflazione – peraltro modesta – ma deve diventare quella di favorire le politiche per una piena occupazione e per l’innalzamento dei redditi delle classi lavoratrici.
Serve un’Europa che non sia guardiano dei bilanci dei singoli stati o peggio ancora il loro vero estensore, ma che promuova una politica di investimenti in settori innovativi, capaci di difendere l’ambiente e migliorare la qualità della vita. Serve una riforma fiscale europea che permetta la tassazione delle transnazionali dei capitali, secondo quanto detto dallo stesso parlamento europeo, per alimentare un simile fondo di investimenti. Serve un’Europa che dia attuazione a ciò che il suo stesso parlamento ha deciso , ossia la introduzione di un salario minimo garantito per i giovani che permetta loro la ricerca di un lavoro decente e dignitoso senza il ricatto del precariato e della sopravvivenza quotidiana. A questo stesso fine serve una alternativa di governo e di politiche nel nostro paese Serve un’Europa che si fondi sulla partecipazione democratica dei Parlamenti e degli attori sociali.
Non si tratta di utopie – come si vede sono elementi già presenti nel dibattito politico e economico europeo e mondiale - ma di proposte di politica economica a quella attualmente dominante, le uniche che potrebbero salvare l’unità di un’Europa che si sta sfaldando sotto i colpi della crisi e di un tentativo di uscire dalla stessa da destra, con un massacro sociale e un arretramento di civiltà economica e civile che cancellerebbe quel modello europeo che il mondo ci invidiava e che è stato il risultato di tante lotte del movimento operaio e democratico.