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Articolo di Valentina Avantaggiato
Capita, fin troppo spesso, di interrogarsi su quale sia realmente il ruolo della donna nella bella e colta Europa e, statistiche alla mano, si è indotti a riflettere che la situazione non sia poi così incoraggiante come si possa pensare.
Il World Economic Forum per esempio, ha pubblicato lo scorso anno un report intitolato "
Global gender gap" nel quale si illustra un indice, a livello globale, che misura l'entità del divario di disuguaglianza di genere in quattro aree (opportunità e partecipazione economica, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, potere politico). I dati contenuti nel report mostrano come, nonostante vi siano stati notevoli miglioramenti in questo settore rispetto al passato, permangano tuttavia delle lacune non solo a livello mondiale ma anche e soprattutto per cio' che riguarda l’Europa. Nonostante i paesi nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca) occupino le prime posizioni e Spagna, Germania e Regno Unito reintrino nella top 20, all'Italia per esempio spetta solo il 74esimo posto preceduta dal Sud Africa e da paesi dell'America Latina.
Klaus Schwab, fondatore ed Executive Chairman del World Economic Forum sostiene che: " I bassi tassi di gender gap sono direttamente connessi ad alti gradi di competitività economica. Necessitiamo ancora di una vera gender equality revolution, non solo per favorire una maggiore mobilitazione di talenti tanto in termini di quantità che in termini di qualità ma anche e soprattutto di creare un sistema di valori condiviso non solo dai paesi stessi ma anche dalle loro istituzioni”.
Cio è vero soprattutto per quanto riguarda il vecchio continente in cui, nonostante la presenza di paesi-traino come Danimarca e Norvegia che si fanno portatori di buone politiche e sono spesso considerati come modelli dai quali trarre insegnamento, la maggior parte dei 27 si trova ad essere nelle retrovie quando si considera l'uguaglianza tra i sessi, non trovando nelle istituzioni europee vincolo alcuno che li induca ad incrementare gli sforzi per la promozione della parita' tra uomo e donna soprattutto in settori fonte di miglioramento, come quello della partecipazione politica.
In merito all'associazione donne-potere infatti dati Eurostat e report della Commissione europea non forniscono un panorama migliore di quello proposto dal World Economic Forum: i ruoli dirigenziali in campo politico ed economico a livello europeo rappresentano i maggiori tabù. Solo una donna su quattro varca la soglia del Parlamento e dei Ministeri. Nel settore economico solo il 10% dei consigli direttivi di società quotate in borsa è donna e solo il 3% di donne li dirige. Questo, secondo l’Eurostat, in netto contrasto con qualunque criterio di efficienza economica dal momento che l'ineguaglianza tra uomini e donne in questi settori rappresenta non solo uno spreco produttivo ma anche una perdita di credibilità. Infine, posto che qualche giovane promettente riesca a sfondare il muro del preconcetto maschile e i limiti oggettivi ad una carriera brillante, il suo guadagno rimarrà comunque inferiore rispetto a quello di un uomo nella stessa posizione. Ad oggi, il 17,8% in meno per ogni ora lavorativa.
Un esempio di questa situazione può essere il caso Italiano in cui le donne sono riuscite a conquistare ruoli di prestigio a livello nazionale, sottraendoli al controllo maschile: Emma Marcegaglia è, ad esempio, il presidente di Confindustria, Susanna Camusso è il primo volto femminile alla guida della CGIL e Ilda Boccassini è tra i più importanti PM antimafia.
A prescindere da queste vittorie, però, la percentuale di rappresentanza femminile in Parlamento, vero fulcro decisionale del Paese, rimane costantemente bassa: solo il 21% dei deputati e un misero 18% dei senatori è donna, per lo più eletti nelle file del centro-sinistra.
Per rispondere a questa sfida, la Commissione europea ha varato nel 2010 una “
Strategy for equality between women and men” individuando cinque priorità da qui al 2015: aumento dell’occupazione femminile anche al fine di raggiungere l’obiettivo di Europa 2020 di un tasso di occupazione del 75% a livello europeo, parità di accesso ai ruoli dirigenziali e uguale trattamento salariale tra uomo e donna, lotta alla violenza di genere, promozione dell’emancipazione femminile oltre i confini europei.
Se gli obiettivi sono ben definiti, tuttavia gli strumenti d’azione predisposti appaiono molto marginali: è stato introdotto, ad esempio, un appuntamento annuale “Gender Equality Dialogue”, al fine di monitorare, con il coinvolgimento del Parlamento Europeo, della presidenza del Consiglio dell’Unione Europea e delle parti sociali interessante, lo stato di attuazione della strategia e di porre rimedio agli eventuali ostacoli riscontrati.
In concreto, quindi, sono solo azioni di monitoraggio, di analisi e di sensibilizzazione, i compiti che la Commissione si affida nell’attuazione di questa importante strategia.
Anche in questa battaglia sociale, dunque, l’Europa, fatta di Stati, coordina, guida e osserva ma non forza nessuno.
La lotta per una reale parità di diritti civili e sociali pare dunque rimanere alle donne, alle cittadine, costrette a confrontarsi direttamente con il grado di sensibilità del governo di turno. Al contrario, le stesse, potrebbero, però, essere realmente aiutate nella loro battaglia se l’Europa non si limitasse a coordinare ma si mostrasse anche capace di prendere una posizione chiara e condivisa in merito alla questione.
Sarebbe importante, infatti, che le istituzioni europee definissero degli standard vincolanti per tutti i paesi membri relativi , ad esempio, alla percentuale di occupazione femminile piuttosto che al grado di partecipazione delle donne in politica, al fine di obbligare gli stati a predisporre tutti gli strumenti necessari a raggiungere quanto stabilito.
L’individuazione di standard comuni rappresenterebbe un importante incentivo per gli stati ad affrontare finalmente il problema dandogli il peso e l’attenzione che merita e allo stesso tempo costituirebbe l’incipit di un percorso volto a migliorare la condizione della donna a livello europeo.