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Parità sessuale: proposte e limiti (culturali) delle misure adottate dalle istituzioni europee



Foto da Flickr
Articolo di Claudio Rinaldi

Negli ultimi anni molte istituzioni internazionali hanno dedicato particolare attenzione al tema della parità tra i sessi.
Nel marzo 2010, in occasione del trentesimo anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite riguardante l’eliminazione di ogni forma di discriminazione sessuale, la Commissione europea ha addottato la « Carta delle donne »: un testo contenente una dichiarazione politica che impegna L’UE ad addottare misure concrete per promuovere le pari opportunità.

La politica comunitaria in seguito all’adozione di questo documento, dovà quindi mostrarsi capace di reagire in tempi molto brevi, dal momento che la Carta prevede una serie di riforme strategiche da attuarsi entro il 2015. Gli impegni previsti da questo documento comune riguardano non solola parità in ambito lavorativo ma anche la creazione di un quadro politico generale che promuova  la dignità e combatta la violenza contro le donne.
La proposta di attuare un piano di azione europeo, che sia ancora più incisivo rispetto al passato, è senz’altro lodevole e conferma inoltre l’intenzione di portare a termine un percorso di sviluppo civile ed economico da cui non è più assolutamente possibile prescindere.

Nonostante le già esistenti disposizioni contenute nel Trattato UE e in alcune Direttive, che prevedono una serie di misure riguardanti l’accesso all’occupazione delle donne, la parità retributiva, e tra le altre, una maggiore protezione del diritto alla maternità, la strada da percorrere si rivela essere ancora lunga: pur essendo in presenza di un impianto normativo evoluto, gli sforzi intrapresi non sembrano ancora essere sufficienti e si avverte l’esigenza di dovere intervenire al più presto.

La « Carta delle donne » del 2010,  è solo uno dei tanti esempi del nutrito interesse per la promozione della tematica della parita’ sessuale.
A questa iniziativa se ne sono infatti affiancate molte altre, come ad esempio il piano di finanziamenti che saranno stanziati nei prossimi anni, tramite il programma PROGRESS e il Fondo Sociale Europeo, affinchè le politiche comunitarie a sostegno delle donne siano concretamente sostenute.
Un importante ruolo sarà anche giocato dall’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere, e dalle diverse commissioni, tra le quali il Comitato consultivo per le Pari Opportunità, che già da tempo assiste la Commissione europea nella fomulazione delle proposte di legge.
Le ragioni che spingono le istituzioni a promuovere, ancora oggi, in modo così incisivo la parità uomo-donna, fanno tuttavia riflettere.

Forse, più che di ragioni, occorrebbe parlare di dati statistici, che forniscono un quadro preoccupante della nostrà società civile. In EU le donne sono mediamente pagate il 18 % in meno rispetto ai loro colleghi maschi.
La presenza femminile nei comitati direttivi delle società quotate in Borsa rappresenta solo il 10% del totale. Inoltre ben il 25% di loro ha, almeno una volta nella vita, subìto una violenza fisica nel corso della vita.
Se poi si esamina il rapporto del World Economic Forum in materia, i dati a livello mondiale sono ancora più desolanti, e il posizionamento di alcuni paesi europei nella classifica globale riguardante le misure adottate per ridurre la disparità tra i sessi, è imbarazzante.

Gli sforzi intrapresi finora hanno migliorato la situazione generale, ma non così radicalmente rispetto a quanto ci si aspettava. Sembra soprattuto che alcune barriere, soprattutto culturali, siano più forti rispetto alle iniziative delle istituzioni europee. I dati sopra riportati infatti sono solo frutto di pregiudizi atavici, contro i quali le leggi del Parlamento Europeo o eventuali « quote rosa » potranno incidere solo in termini relativi, se tali misure non saranno accompagnate da una  vera e propria « rivoluzione culturale »."
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