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Articolo di Caludio Rinaldi
Le notizie che provengono dalla centrale atomica di Fukushima, e le legittime proteste delle popolazioni dei paesi produttori di petrolio, non fanno altro che confermare la difficile situazione di approvigionamento energetico nella quale l’intero pianeta si trova.
In questi giorni i media ci descrivono un mondo in balìa delle irrinunciabili centrali nucleari e dei dittatori, e al momento, un’eventuale soluzione alternativa a questo stato di cose non appare possibile. E’ in effetti difficile pensare che la situazione attuale possa cambiare nell’immediato, almeno fin quando non arriverrano dal mondo della ricerca scientifica, segnali più incoraggianti nell’ambito delle fonti di energia alternativa.
Occorre però, almeno per una volta, segnalare gli sforzi che L’Unione Europea ha da tempo intrapreso per cercare di limitare l’inquinamento, e ridurre in tal modo l’impatto dell’uomo sull’ambiente.
Già nel 2000 la Commissione ha varato il PECC, ovvero il programma europeo sul cambiamento climatico, al quale sono stati chiamati a partecipare anche vari rappresentanti del mondo dell’industria e delle organizzazioni ambientali. Il fine del PECC è quello di svilluppare tutte le necessarie strategie al fine di implementare i punti essenziali già stabiliti dal Protocollo di Kyoto. Tali obiettivi sono stati ancora rilanciati nel 2005, tramite il PECC II, al fine di rendere più efficace questo progetto comune.
Proprio nel 2005, infatti, gli accordi europei hanno previsto il sistema ETS, ovvero la possibilità di scambiare i bonus accomumulati per la riduzione delle quote di emissioni, in buona sostanza un metodo che assicura un incentivo finanziario agli stabilimenti ad alta intensità energetica che riducono il loro impatto ambientale. Pertanto, le installazioni industriali con meno emissioni nocive possono vendere le loro quote in eccedenza a quelle che invece hanno oltreppassato il limite loro consentito.
A queste si sono poi aggiunte una serie di altre misure volte a diminuire i consumi delle automobili e degli edifici civili e ad aumentare l’utilizzo delle fonti rinnovabili. Nel 2008 i governi europei si sono poi ancora impegnati a ridurre le emissioni totali di gas a effetto serra di almeno il 20% rispetto a quelli raggiunti nel 1990. Obiettivo che dovrà essere raggiunto entro il 2020.
Infine è propria di queste settimane la notizia della road map addottata dall’UE. Si tratta di una tabella di marcia che ha la scopo di garantire un’economia competitiva senza sacrificare le ragioni dell’ecologia.
Gli intenti sono certamente ambiziosi, molto di più di quelli già posti dalle istituzioni europee negli anni passati. Il Consiglio europeo ha infatti approvato l'obiettivo di ridurre entro il 2050 le emissioni di gas a effetto serra dell'80% rispetto ai livelli del 1990, al fine di evitare le conseguenze pericolose dei cambiamenti climatici.
Questo programma, ufficialmente adottato l’8 marzo 2011, non è il solito proclama politico, ma una vera e propria agenda che scandirà il ritmo della futura politica comunitaria. L’impegno è infatti quello di effettuare investimenti annuali pari all’1,5% del PIL, che dovranno consentire il finanziamento delle misure che consentiranno la riduzione previste dell’impatto ambientale. Si prevede inoltre che buona parte di questi investimenti debba essere recuperata da una spesa per gas e petrolio meno cara, che, stando alle prime stime, permetterebbe di rispiarmare tra i 175 e i 320 miliardi di euro l’anno.
L’abbattimento delle emissioni inquinanti dell’80% entro la metà del secolo, comporterà uno sforzo ulteriore nella ricerca delle tecologie innovative, di modo che queste possano essere sempre più affiancate a quelle attualmente di largo come uso, quali ad esempio la fusione nucleare. Si dovrà quindi arrivare ad una situazione nella quale l’energia solare, eolica e la bioenergia in generale, accompagante da altre misure come lo stoccaggio del carbonio e l’edilizia a basso consumo, dovranno essere alla base del nostro sistemo economico – produttivo.
Un obiettivo molto audace, visto che sarà destinato a divenire vincolate per tutti i Paesi europei, e che dovrà essere attuato in tempi relativamente brevi: 39 anni a partire più o meno da oggi.
Inoltre l’esperienza pregressa ha già dimostrato il divaro esistente tra le strategie decise a tavolino e la loro l’attuazione concreta. Lo stesso sistema ETS è stato più volte messo in discussione, non solo dall’opinione pubblica e dagli esperti del settore industriale, ma anche dalle stesse istituzioni europee, visto che la road map prevede un accantonamento tra il 2013 ed il 2020 del metodo di scambio di quote di emissione assegnate alle imprese, e l’affiancamento di altri metodi alternativi che dovrebbero rilevarsi più efficienti.
Per ora l’unico dato certo è che anche le altre istituzioni dell'UE e i singoli Stati membri dovranno pronunciarsi in merito e formulare le loro osservazioni.