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L'Ungheria non deve diventare il simbolo del fallimento del sogno europeo


Traduzione di Francesca Lucci

European Alternatives si appella ai leader europei perché condannino le minacce alla democrazia e alla libertà in Ungheria e alle istituzioni europee perché applichino l'articolo 7 del Trattato di Lisbona.


La contraddizione tra gli appelli dell'Europa alla democrazia, alla libertà e allo stato di diritto al di fuori dei suoi confini, e il suo fallimento nel proteggere questi valori al suo interno si fa sempre più palese. I criteri di Copenaghen, obbligatori per qualsiasi stato che voglia entrare a far parte dell’Ue, delineano chiaramente gli imperativi di libertà dei mezzi di comunicazione, di un sistema elettorale democratico e del potere giudiziario indipendente. Come già era accaduto, questi valori si trovano oggi in pericolo, stavolta in Ungheria. La mancanza di un’azione immediata contro tali minacce, non solo va a minare l'influenza dell'Europa nel mondo, ma indebolisce anche la democrazia e la libertà all'interno dell'Ue e la fa apparire ipocrita ai suoi cittadini. In un momento in cui i leader europei stanno spingendo affinché gli stati perdano i loro diritti di voto e siano citati in giudizio qualora infrangano determinate regole di bilancio imposte dai mercati delle obbligazioni, il fallimento dell'Europa nell'agire nei confronti delle minacce alla democrazia in Ungheria non fa che rafforzare l'immagine di un’Unione europea completamente alla mercé delle élites economiche. L'Europa deve dimostrare di voler difendere i diritti e le libertà fondamentali dei suoi cittadini e di non essere interessata esclusivamente ai mercati.


European Alternatives ha manifestato più volte le sue preoccupazioni rispetto allo stato della democrazia in Ungheria, in seguito alla rielezione di Viktor Orban nel 2010. La nostra attenzione si è concentrata principalmente sulla libertà e sul pluralismo dei mezzi di comunicazione, deterioratisi rapidamente dopo le riforme apportate alla legge sui media nel corso del 2011. Queste riforme, intraprese poco prima che l'Ungheria assumesse la presidenza di turno del Consiglio europeo, hanno portato il commissario europeo Neelie Kroes, in seguito alle pressioni da parte della società civile e del Parlamento europeo, a intervenire ufficialmente da Bruxelles per richiedere la modifica di quegli elementi in contrasto con la legge comunitaria.



Sfortunatamente la riforma dei mezzi di comunicazione era solo la punta dell'iceberg di una serie di riforme e di una nuova costituzione, passata rapidamente in un parlamento in cui il partito governante detiene i due terzi della maggioranza, che stanno minacciando i principi fondamentali di democrazia, giustizia e diritti umani.



Il 1 gennaio 2012 una nuova costituzione è entrata in vigore in Ungheria. Nello stesso momento altre ventisette aree di altrettanta importanza, escluse dal testo costituzionale, venivano a loro volta rapidamente approvate dal Parlamento, senza il tempo necessario per essere appropriatamente dibattute ed esaminate.
Questa serie di drastici cambiamenti istituzionali è stata portata avanti senza alcun coinvolgimento dell'opposizione o alcuna significativa consultazione della società civile o dei cittadini in generale. Oltre ad alcune riforme a cui ci opponiamo, ma che rientrano nei confini della legittimità democratica (ad esempio, le riforme dell'istruzione), il governo Orban si è reso responsabile di numerosi cambiamenti costituzionali e istituzionali che non possono che essere definiti antidemocratici.



L’Alta Corte è stata divisa in due parti, ciascuna gestita da persone di partito, così vicine al partito governante al punto che una di loro è sposata con un membro del Parlamento europeo appartenente al Fidesz. Le nuove autorità hanno poteri molto più limitati rispetto alla precedente e solo i membri del parlamento, non i cittadini o le organizzazioni, possono farvi ricorso. Diverse centinaia di giudici sono stati mandati in pensione anticipata e la nuova autorità si sta già attivando per nominarne di nuovi. Anche le norme che regolano la funzione del parlamento sono state modificate. Ora il Fidesz è stato messo in condizione di poter avanzare delle proposte di legge e approvarle nel giro di ventiquattro ore. Con i cambiamenti del sistema giudiziario appena descritti, emerge chiaramente il rischio di deterioramento del sistema di controlli e bilanciamenti e della separazione dei poteri, che costituiscono le basi della democrazia.



La legge sui media continua ad essere la più severa dell’Ue, con sanzioni spropositate per coloro che infrangono le leggi sulla censura redatte dallo stato e con una nuova autorità altamente centralizzata, guidata per i prossimi nove anni da Szalai Annamaria, ancora una volta una stretta alleata del partito Fidesz.



I fondi pensionistici privati sono stati nazionalizzati, il matrimonio ridefinito esclusivamente come unione tra un uomo e una donna e la libertà di religione è stata ridotta, riconoscendo per legge solo dodici religioni. Sotto il nuovo regime i disoccupati possono essere costretti a trasferirsi in un’altra regione del paese dove le possibilità lavorative sono maggiori. L’unico settore in cui i lavori sono in surplus in alcune parti dell’Ungheria è l’edilizia e le persone più colpite da queste rilocalizzazioni appartengono, non certo inaspettatamente, alla minoranza rom.



European Alternatives in passato aveva chiesto al Parlamento europeo di intervenire in merito al tentativo di Berlusconi di modificare la normative sui mezzi di comunicazione e di limitare la libertà degli stessi, temendo l’effetto domino sugli altri paesi europei (l’avevamo chiamata la Berlusconizzazione dell’Europa).


Ci uniamo al presidente dei Liberali europei, Guy Verhofstadt e al vice presidente dei Socialisti e Democratici europei, Hannes Swoboda, nel chiedere alle istituzioni europee di applicare l’articolo 7 del Trattato di Lisbona. Esso afferma che se i principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sono violati, può essere avviato un procedimento che potrebbe avere diverse conseguenze, tra cui la perdita dei diritti di voto nel Consiglio da parte dello stato membro colpevole di violare quei principi fondamentali. Siamo consapevoli che per far sì che una simile procedura sia avviata dal Parlamento europeo, il Partito Popolare Europeo (PPE) dovrebbe supportarla, e il PPE conta Victor Orban tra i suoi Presidenti e diversi parlamentari europei appartenenti al Fidesz tra i suoi membri. La decisione del PPE di pronunciarsi contro uno dei suoi segnerebbe un’ulteriore evoluzione per l’indipendenza del Parlamento europeo e per la sua autentica rappresentazione dei cittadini europei, ma ci rendiamo conto di quanto ciò sia improbabile. Questo tuttavia è un ulteriore motivo per auspicare la costituzione di partiti e liste transnazionali indipendenti rispetto ai partiti politici nazionali.



La Commissione europea, nei giorni scorsi, si è attivata nel chiedere che l’Ungheria si assicuri che la sua costituzione sia in linea con la legislazione europea e noi sosteniamo la Commissione affinché intraprenda la linea più dura attraverso le corti di giustizia. Ciò che manca, come già in passato nei casi come quello dell’Italia, è la condanna degli altri leader europei. Manifestazioni di preoccupazione, laddove sono sorte, sono state limitate alla violazione, da parte del governo ungherese, dell’indipendenza della Banca Centrale d’Ungheria. È importante che i leader europei capiscano che l’interesse dei cittadini europei non è solo l’economia o il benessere materiale, ma è vivere in una democrazia dove i loro diritti e le loro libertà sono protetti. I popoli dell’Europa centrale con una certa consapevolezza storica lo sanno molto bene e in molti paesi confinanti è crescente la preoccupazione per l’esempio del governo ungherese, che sembra procedere indisturbato. Un tempo Victor Orban era visto come un eroe della liberazione, ora dobbiamo impedire che diventi il simbolo del fallimento del sogno europeo.


 
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