Pari opportunità in Europa: 1/3 di donne è sufficiente?
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Traduzione dall’inglese di Alba Fortini
(Foto:Rosie the Riveter/Wikipedia)
Dopo la nomina dei commissari, i leader europei ed il Presidente della futura Commissione europea devono essersi sentiti pienamente soddisfatti: finalmente questo brutto momento è finito, ci sono 1/3 di donne alla Commissione europea… ed ora al lavoro! È comodo e pericoloso pensare che questa sia una conquista di per sé soddisfacente. L’equazione 1/3 di donne uguale parità sembra ancora sospetta. Per svelare i limiti principali di questo calcolo, procediamo per gradi e poniamoci alcune semplici domande.
Punto primo: ci sono 1/3 di donne alla Commissione europea. Fantastico, ma perché non la metà? Chi ha deciso che 1/3 è un numero accettabile? Secondo quali criteri?
Punto secondo: 1/3 di donne alla Commissione europea. Fantastico, ma chi ricopre le cariche più “importanti” e potenti?
Con “più importanti” intendo le cariche che sono considerate rilevanti perché legate a poteri importanti a livello europeo, come, la concorrenza e le questioni economiche, il commercio, il mercato interno ed i servizi. Una volta assicurate le “quote rosa”, la discussione si è rivolta velocemente ed automaticamente alla distribuzione dei ruoli all’interno della Commissione. È molto probabile che la presenza femminile sia stata relegata ad ultima considerazione, preceduta dalle negoziazioni fra gli Stati. Adesso si conoscono i nomi dei commissari, tre delle donne sono vicepresidenti (su un totale di sei vicepresidenti) ed alcune di loro occuperanno cariche riconosciute come importanti, come Giustizia, Diritti fondamentali e Cittadinanza, ma nessuna ha ricevuto uno degli incarichi più prestigiosi all’interno della Commissione. Catherine Ashton è un discorso a parte, perché era in lista per una delle “cariche alte” dell’Ue (Presidente della Commissione, Presidente del Consiglio, Alto Rappresentante per la politica estera e la difesa).
Terzo: perché è stato così difficile nominare delle donne?
Il fatto che si sia dovuta organizzare un’ampia mobilitazione mette in luce come in tutti Stati membri l’accesso all’ambiente politico sia ancora generalmente sottoposto a discriminazioni. Inoltre, la pressione e gli impulsi arrivavano principalmente dalle donne, benché supportate dalla loro controparte maschile: per essere ascoltate, le parlamentari europee hanno dovuto costituire un movimento trans partitico e manifestare. Non sorprende, ma è comunque irritante, che sia ancora necessaria una “solidarietà fra pari” del genere affinché le richieste legittime delle donne vengano prese in considerazione e siano ascoltate dai capi di Stato e dai politici uomini in generale.
Risposta: 1/3 di donne alla Commissione non significa pari opportunità in Europa.
Oggi l’applicazione di quote è utile e necessaria, perché altrimenti – ne siamo stati nuovamente testimoni – la situazione rimane tutt’altro che egualitaria. Ma si tratta solamente di uno strumento di breve durata per evitare la riproduzione di situazioni di estrema disuguaglianza, ma non assicura la creazione di un ambiente politico più paritario e democratico.
Quindi quali sono le condizioni per un’Europa più egualitaria?
1) Cambiare il sistema di designazione delle cariche della Commissione, perché la designazione “segreta” dei Commissari è uno degli ostacoli principali alla creazione di un ambiente politico più democratico. La nomina dei commissari è solitamente nelle mani dei Capi di Stato, ognuno dei quali sceglie il candidato nazionale in segreto e secondo criteri poco chiari. La distribuzione delle cariche fra i commissari nominati a livello nazionale è decisa alla fine di una serie di negoziazioni (sempre segrete) fra gli Stati membri ed in cui interviene anche il Presidente della Commissione. Questo procedimento incoraggia a scegliere un proprio simile (spesso un uomo bianco di mezza età) piuttosto che a dar spazio a nuove personalità politiche. Sorprende che non sia del Presidente della Commissione, dell’istituzione che rappresenta gli interessi dell’Europa (incluse le Pari Opportunità), a scegliere il proprio team. Perciò, invece di chiedere, ad esempio, che ogni Stato nomini due candidati – un uomo ed una donna – bisognerebbe chiedere un procedimento di selezione più trasparente. Se la composizione della Commissione europea fosse decisa attraverso un procedimento più democratico, la Commissione rappresenterebbe meglio la popolazione europea e sarebbe più responsabile nei confronti dell’istituzione eletta dai cittadini, il Parlamento europeo. I gruppi politici europei potrebbero proporre dei candidati per la Commissione, così avrebbero la responsabilità di presentare candidati che siano porta voce dell’apertura mentale e degli interessi degli europei ed i cittadini potrebbero decidere se votare o no questi partiti. Sarebbe anche auspicabile che fosse il Presidente della Commissione a scegliere liberamente fra questi candidati ed a formare un team, più ugualitario e meno legato agli interessi dei primi ministri dei Paesi dell’Unione, che dovrebbe essere poi approvato dai Capi di Stato.
2) L’apertura della scena politica a nuovi gruppi e nuove personalità richiede un impegno continuo e più profondo da parte di tutti gli attori, affinché la situazione cambi. Costruire uno spazio politico dove ci siano pari opportunità richiederebbe la formulazione di obiettivi ambiziosi da parte delle istituzioni di “tutela”, come il nuovo commissario per la Giustizia ed i Diritti fondamentali (Viviane Reding), il Comitato per i diritti della donna e per le Pari Opportunità. Sarebbe quindi loro responsabilità esaminare le nuove decisioni politiche e la legislazione per assicurare che il loro impatto non sia contrario alle pari opportunità e proporre nuove misure ed iniziative per assicurare che tutto l’ambiente politico possa partecipare senza difficoltà.
La costruzione di un’Europa ugualitaria potrà dipendere dall’abilità a promuovere e facilitare uguali ruoli all’interno della famiglia ed uguali stipendi, così come a combattere tutte le forme di discriminazione sessuale attraverso mezzi propri e diversi da quelli messi in atto a livello nazionale.


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