Per una democratizzazione dei media: il caso del Brasile

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Questo articolo porta avanti il nostro lavoro sul pluralismo dell’informazione iniziato con la Campagna per la Liberta’ dei Media in Italia.

Nel corso della prima Conferenza nazionale sulla comunicazione, che si è tenuta a Brasilia dal 14 al 17 dicembre 2009, il Brasile ha dimostrato la volontà di includere anche il tema dei media nei percorsi di democrazia partecipativa. Ma non mancano le resistenze dei grandi gruppi mediatici.

Per una democratizzazione dei media
Di Luca Muzi

«In America Latina il tema dei mezzi di comunicazione sociali, della concentrazione della proprietà dei media, ha una relazione diretta con il futuro delle nostre democrazie», scriveva qualche anno fa Aram Aharonian, allora vicepresidente della neonata Tv satellitare Telesur. Il nodo era il ruolo esercitato dai media nel favorire l’affermazione delle dittature e il relativo consenso, prima, e poi il sostegno dato negli anni ‘80 e ‘90 alle politiche neoliberiste dei primi governi democratici. Famoso fu il compito svolto dal quotidiano El Mercurio nel favorire il golpe militare di Agusto Pinochet contro il governo di Unità Popolare di Salvador Allende nel 1973. Il sociologo Armand Mattelart definì il caso del Cile «un caso scuola» poiché il colpo di Stato venne messo in atto «da parte della Cia, dalle imprese multinazionali del rame e dell’elettronica e delle agenzie di notizie degli Stati Uniti in simbiosi stretta con i media dell’opposizione e delle forze armate locali».
Negli ultimi anni, con il risveglio del continente latinoamericano e l’affermarsi in molti Paesi di governi progressisti, il tema della democratizzazione dei media è entrato a far parte dell’agenda politica. Priorità, la rottura dei vecchi monopoli e la restituzione della parola ai milioni di senza voce per anni tenuti ai margini della vita politica e dell’informazione.

Una prima tappa è stata la creazione nel 2005 dell’emittente satellitare pubblica Telesur da parte di Venezuela, Argentina, Cuba, Uruguay e Bolivia con lo scopo di sopperire alla storica carenza d’informazione nei Paesi sudamericani sui propri vicini. Poi le iniziative per una democratizzazione dei media si sono moltiplicate: «Il Venezuela ha recuperato lo spazio radioelettrico, prima sequestrato dalle oligarchie vassalle degli interessi statunitensi, trasformandolo in un bene pubblico. La Bolivia ha creato una Rete di Radio Indigene e ha lanciato il giornale pubblico Cambio. L’Argentina ha rotto il monopolio del Gruppo Clarin e ha rafforzato le Tv e radio pubbliche», sottolinea il giornalista brasiliano Beto Almeida. L’ultima tappa del percorso è stata la Conferenza nazionale sulla comunicazione che si è svolta recentemente in Brasile.

La situazione brasiliana è caratterizzata dal dominio incontrastato di undici famiglie, tra le quali spicca la Marinho, proprietaria del gruppo Globo. Fondato da Roberto Marinho nel 1962, due anni prima del colpo di Stato, grazie all’apporto del gigante statunitense Time-Life, il gruppo Globo divenne negli anni della dittatura la principale impresa di comunicazione brasiliana, proprietaria di radio, Tv e giornali in tutto il territorio nazionale. Sopravvissuto alla dittatura il gruppo è rimasto il principale strumento di gestione del consenso delle elite brasiliane. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva nel 2002 riuscì a vincere le elezioni nonostante i feroci attacchi delle televisioni e dei giornali della Globo, ma negli anni più recenti aveva sempre cercato un punto di equilibrio con questo gruppo, tanto da nominare come ministro delle Comunicazioni un loro uomo: l’ex giornalista Hélio Costa.

La Conferenza nazionale sui media ha rappresentato una importante rottura di questo scenario. Spiega Murilo Cesar Ramos, coordinatore del Laboratorio sulle politiche sulla comunicazione dell’Università di Brasilia: «il Brasile ha una lunga tradizione di conferenze sui problemi sociali del Paese. La prima, sulla salute, fu nel 1941. Il presidente Lula nei suoi due mandati ha rivitalizzato questo strumento, ma il problema della democratizzazione della comunicazione era sempre stato un tabù, tanto è vero che la questione non era presente del programma di governo. E’ stata, quindi, una sorpresa quando nel Forum Sociale Mondiale di Belém, in gennaio, Lula ha annunciato la Conferenza».

La Conferenza nazionale sui media è stata l’ultimo appuntamento di un percorso di democrazia partecipativa durato diversi mesi e che ha coinvolto nelle 27 tappe locali circa 50mila persone in tutto il Brasile. Le proposte formulate sono state più di 6mila, poi riorganizzate in circa 1600 e raccolte in quindici quaderni dalla Fondazione Getulio Vargas. Lo scopo è stato quello di produrre una piattaforma programmatica da presentare al Parlamento per indirizzare la modifica della legislazione in materia di telecomunicazioni. Un cammino che non è stato privo di ostacoli e di limiti, soprattutto perché il gruppo Globo ha cercato in tutti modi di far fallire l’iniziativa. Da parte dei movimenti sociali ci sono state non poche critiche contro il governo, soprattutto per la scelta di far partecipare alla conferenza le imprese di comunicazione brasiliane con una rappresentanza pari a quella dei movimenti: 40 per cento dei delegati a testa con il restante 20 per cento allo Stato. Inoltre Indymedia Brasile ha messo in evidenza come alcune leggi di riforma del settore, come quella sulla televisione digitale, sono già in discussione in Parlamento ed è poco probabile che si tenga conto dei risultati della Conferenza. Tuttavia il lavoro della Conferenza non è stato meno combattuto e alla fine sono passate 672 proposte.

I punti di maggior conflitto sono stati la questione del controllo sociale dei media, la tassazione delle imprese commerciali per favorire l’iniziativa pubblica e la definizione di una normativa chiara contro la concentrazione dei media e il rilascio di concessioni. La battaglia più grande è stata condotta dalle radio comunitarie, una delle realtà più impegnate in questi anni per una democratizzazione dei media. «Il problema delle radio comunitarie è che il governo non rilascia autorizzazioni, o le rilascia ai potenti oligarchi locali», spiega Aloisio Andrade di Radio Juventude una radio comunitaria della Rede Abraço. Il fenomeno denunciato è quello del “coronelismo eletronico”, la concentrazione in mano a notabili locali di emittenti radiotelevisive che vengono utilizzate per la gestione del consenso e il mantenimento del potere. Oggi in Brasile il 30 per cento dei senatori e il 15 per cento dei deputati sono detentori di concessioni radiotelevisive.

Sarà molto difficile che le proposte vengano approvate dal Parlamento, soprattutto perché toccano interessi molto forti. Sia il giornale O Globo , sia il ministro della Comunicazione, Hélio Costa, appena conclusa la Conferenza si sono precipitati a minimizzarne il lavoro definendolo un « wishful thinking dell’estrema sinistra brasiliana che non avrà risvolti concreti». Di parere opposto la deputata Luiza Erundina e Rosane Bertotti, della Central Única dos Trabalhadores. Erundina, da anni in prima fila per la riforma dei media in Brasile, ha affermato: «questa è una lotta cominciata molto tempo fa, molto prima della conferenza stessa, e il governo non potrà non tenere conto delle proposte elaborate». Bertotti ha messo l’accento sull’impegno prossimo dei movimenti: «non possiamo considerare questa Conferenza come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza, una base per nuove lotte e per una sempre maggiore democratizzazione della comunicazione in questo Paese».

 
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